Storia della Cittadella e di quello
che han fatto i Visconti in Città Alta

[Foto di Mario Rota]

 

Piazza Cittadella è il biglietto da visita del borgo storico per i turisti che arrivano a Bergamo da ogni dove. Già solo intravedendo la sua Torre di Adalberto si respira quell’aria di Medioevo che trasuda da ogni pietra di Bergamo e che ha contribuito a definire Città Alta per come la conosciamo noi oggi.

I resti antichi. Il nome “Cittadella” è, peraltro, un appellativo improprio. Perché per Cittadella s’intende una fortificazione privata, composta da diversi edifici o corpi di fabbrica, mentre questa ormai è di dominio pubblico, tanto che, negli anni, è stata barbaramente mutilata nei suoi alzati e snaturata nella sua originaria conformazione. Se fossimo nati entro gli anni Sessanta, avremmo potuto ammirare quel che restava delle sue undici e più torri merlate con terminazione a coda di rondine (dunque, filoimperiali). E avremmo saputo riconoscere anche i resti dell’antica arena romana, posta nelle sue fondamenta e sacrificata per fare spazio alla mole del seminario.

 

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La famiglia dei La Crotta. Oltre a queste costruzioni, la Cittadella inglobava anche le case dei La Crotta (famiglia ricordata nella titolazione del parco giochi posto davanti alla Torre di Adalberto in Colle Aperto) ed edifici che oggi è ancora possibile rinvenire: sono ormai vani a cielo aperto, senza porte né finestre, e vi si transita subito dopo la torre. Chi erano i La Crotta? Sicuramente altolocati bergamaschi, possidenti immobiliari e terrieri, tanto che, sfrattati dai ghibellini milanesi Visconti, nuovi signori di Bergamo dal quarto decennio del Trecento, ripararono in Borgo Canale, dove eressero l’ospedale della Carità che ospitò Francescani e Clarisse.

 

I Visconti

Rappresentanti dell’impero. Dedichiamoci a loro, a questi Visconti, di cui tanto poco si parla, vista l’abitudine a sentirci ancora protetti dalla Serenissima, con quel leone a coda bassa che campeggia sulle porte cittadine fino al cuore di Bergamo Alta. Partiamo dal loro cognome: vis sta per vice e quindi colui che fa le veci di o per conto di, mentre conti sta per comites (conte), ovvero con-te, cioè colui che accompagna o sta con qualcosa o qualcuno, in questo caso l’allora Imperatore del Sacro Romano Impero. In pratica, la famiglia dei Visconti in Italia era colei che rappresentava l’Impero, tanto da agognare allo status di primi Principi italiani, che a fatica Gian Galeazzo ottenne nel 1402.

La fine delle lotte comunali. È difficile dire se furono buoni o cattivi amministratori di Bergamo. Di sicuro misero a tacere le libertà comunali per un centinaio d’anni a partire dal 1331 e fino al 1428 (e poi rimasero in città, a spizzichi e bocconi, fino al termine delle Guerre d’Italia del 1513 e 1559) e sedarono le lotte di fazione, imponendosi tra gli animi più meno rassegnati di Guelfi e Ghibellini. In realtà giunsero a Bergamo invitati dalle famiglie ghibelline (tra cui i battaglieri Suardi, loro futuri fidi scudieri) già dall’inizio del Duecento. Si insediarono presto in maniera stabile, anche perché la città fu loro offerta a tavolino dagli Scaligeri.

Le angherie e i soprusi. Un’assegnazione davvero interessante, per la spregiudicata signoria dei Visconti, considerate le risorse orobiche idriche, territoriali e lavorative, che vennero naturalmente sfruttate al massimo grado, con tassazioni assurde e nefandezze di ogni genere. Basti pensare che, proprio in Piazza Cittadella, la Torre di Adalberto era nominata Torre della Fame, perché qui venivano rinchiusi gli evasori fiscali, affinché restassero a penare e a perire di stenti (addirittura senza acqua), finché un parente o un amico avesse provveduto a saldare il debito contratto dal prigioniero nei confronti dell’Erario milanese.

Quel che costruirono e sistemarono. Ai Visconti sono da attribuire, comunque, strutture urbanistiche che ancora oggi ammiriamo. Misero mano, dopo secoli di abbandono, all’acquedotto romano, tamponando i danni delle invasioni barbariche, come recita la lapide presente in località Gallina. Questo permise di effettuare delle bonifiche e di intervenire in un secondo tempo sull’impianto urbanistico, con la definizione delle piazze: quelle più importanti del centro storico, escluse Duomo e Vecchia, sono figlie loro (Fieno, Scarpe, Biade, Pesce, Carne). La differenziazione per mercanzia aveva uno scopo pratico: agevolava la tassazione.

Loro è anche il Fontanone. Quello stupendo manufatto a conci bicromi, bianchi e neri fu voluto dai fratelli Luchino e Giovanni Visconti nel 1342, e venne eretto, a detta loro, per assicurare il rifornimento idrico ai poveri bergamaschi, in quanto capace di accogliere ben 22mila ettolitri di acqua fornita tramite bretelle dagli acquedotti dei colli. In realtà fu eretto esclusivamente per garantire il rifornimento idrico ai militi viscontei in caso di assedio. Bisogna considerare, del resto, che erano anni di carestie, pestilenze e affini.

I Visconti si occuparono anche di fortificare il Bastia, da cui l’attuale colle omonimo, la Cappella (San Vigilio) e soprattutto completarono i lavori alla Rocca, per poi abbandonarla e renderla una semplice residenza, puntando invece su quella che per oltre un secolo avrebbe rappresentato il simbolo del loro dominio nel Bergamasco: la Cittadella.

La Cittadella, la loro fortezza. Il complesso si sviluppava attorno a una corte, l’attuale Piazza della Cittadella, che fungeva da piazza d’armi per gli armigeri viscontei. Gli ingressi erano chiusi al transito pubblico, quindi se si voleva accedere o defluire in e dal centro città era necessario passare attraverso le due Porte del Pantano, così che i soldati potessero controllare tutto quanto entrava e usciva dalla città. Ecco perché gli scavi del vicino Relais San Lorenzo hanno restituito anche vani in cui erano allocate stalle e osterie, le stesse in cui i cavalli riposavano e gli uomini armati gozzovigliavano.

Attorno alla corte venne eretto da Rodolfo nel 1385 l’Hospitium Magnum, ovvero la Grande Residenza, in cui la genealogia viscontea si è succedette tra vizi ed eccessi di ogni specie: da Azzone a Luchino, da Giovanni a Bernabò, da Rodolfo a Gian Galeazzo, da Giovanni Maria a Filippo Maria; immaginiamoli tiranneggiare all’interno degli spazi oggi occupati dai Civici Musei (Archeologico, Scienze naturali con la sezione etnografica, Orto Botanico) oppure scorrazzare al piano terreno, dove vi erano gli uffici del dazio, le carceri, i luoghi di pena e tortura e tutto quanto serviva alla loro burocrazia.

A garantire la loro sicurezza, attorno a questa fortezza, già dal 1355 sorse la Firma Fides, ovvero la Cortina murata sicura, edificata da Bernabò, con oltre undici case torri merlate: i due corpi di fabbrica, Hospitium Magnum e Firma Fides, rendevano vicendevolmente inespugnabile l’intero complesso, che si ritrovava oltretutto inserito anche nelle mura medioevali di Bergamo, allora già edificate e rivolto verso ovest come uno sperone sui domini milanesi, così che in caso di fuga forzata la salvezza potesse essere a un tiro di schioppo.

Cosa resta oggi della Cittadella. Dove sono oggi queste mura e queste belle torri, alte fino a 15 metri secondo le fonti, con le loro saracinesche e i loro ponti levatoi, così come il fossato, elementi che se ancora fossero esistenti ci consegnerebbero al Guinness dei primati, come la città dalle cinque cinte murarie? Quasi tutte abbattute. Restano solo quella di Adalberto e la Scaraguaita annessa al Seminario vescovile, che fa capolino su Piazza Cittadella con una merlatura guelfa posticcia e che si ritrova presso l’ultima curva, risalendo il Viale delle Mura e prima di svoltare verso Colle Aperto. Resta invece, della torre dell’Iscrizione, solo una targa, visibile all’interno del cortile del Seminario, a sinistra, prima di imboccare il portico.

Una curiosità. Se passate per Piazza della Cittadella e state per superare la Torre della Campanella, date uno sguardo all’aquila austro-ungarica bicefala dipinta tra il quadrante dell’orologio e il balconcino: noterete che lo scudo è diviso in quattro settori, che ricordano i territori italiani assegnati all’Impero austro-ungarico dal Congresso di Vienna del 1815: Lombardo e Veneto, rispettivamente con a capo i Dipartimenti di Milano e Venezia. Se per Venezia già sappiamo che lo stemma è il leone alato, Milano (e i Visconti) viene invece rappresentata da un biscione che tiene tra le fauci un bimbo: non lo sta divorando ma, anzi, lo sta partorendo. Una raffigurazione di buon auspicio, nonostante le apparenze, dato che la biscia era, nell’antichità, il simbolo della sapienza, dell’intelligenza e della furbizia, quindi nascere da essa significava acquisire tali virtù. I Visconti le avevano ereditate? Ai posteri l’ardua sentenza.

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