Storia e ricordi di Radio Ponte
spenta lunedì dopo 40 anni

Alle 23.55 di lunedì 29 febbraio, sulle frequenze di Radio Ponte 101.5 è passata la canzone The Prayer di Celine Dion e Andrea Bocelli. È stata l’ultima canzone che la storica radio libera bergamasca, fondata a Ponte San Pietro nel 1976, ha passato prima di interrompere le trasmissioni. 40 anni esatti di un’avventura portata avanti con passione e amore, prima che il suo fondatore Enrico Tamborini dicesse basta. Radio Ponte, dall’1 marzo 2016, non esiste più ed è diventata una bella pagina della storia pop di Bergamo.

 

 

Il sogno delle radio indipendenti. Correva l’anno 1976. L’Italia viveva una seconda giovinezza, trainata in un nuovo mondo dell’intrattenimento e dell’informazione da un manipolo di intraprendenti e coraggiosi ragazzi. Era l’Italia delle radio indipendenti. L’epicentro di quel terremoto cultural-popolare che travolse tutto il Paese fu in Emilia Romagna, a Bologna per l’esattezza, quando appena due anni prima, nel novembre 1974, nasceva Radio Bologna, la prima emittente indipendente, democratica e cittadina. Fu una scoperta meravigliosa. E anche se Radio Bologna durò soltanto una settimana, il seme era stato ormai piantato: nel giro di un anno in tutta Italia erano spuntate radio indipendenti, piccole casseforti di sogni e ambizioni giovanili. In quel movimento, Bergamo giocò un ruolo fondamentale, imponendosi come principale epicentro del fenomeno nel Nord Italia. Radio Canale 93, Radio Papavero, Radio Morgana, Radio Gaì: sono solo alcune delle realtà radiofoniche “democratiche” che invasero le frequenze di Bergamo in quegli anni.

A pochi chilometri dal capoluogo orobico, un gruppo di amici guardava affascinato tutto questo, le orecchie sempre tese all’ultimo successo, quello che la Rai non passava e mai avrebbe passato. E così, quasi per gioco, Tamborini e altri 6 ragazzi decisero di mettere in piedi anche la loro radio. «Volevamo avere un’alternativa. Anzi, volevamo costruire la nostra alternativa. Volevamo ascoltare musica che ci piacesse e soprattutto volevamo che tutti potessero ascoltarla. Quello che oggi i giovani fanno con Internet, allora noi lo facemmo con le radio»: Tamborini, a 65 anni, ricorda con entusiasmo quegli anni. Tanta nostalgia forse, ma zero rimpianti. Perché quel gioco, almeno per lui, si trasformò in un’avventura incredibile, durata ben 40 anni.

anno 1976

Radio Ponte, come tutto ebbe inizio. Pensare di mettere in piedi una radio non era follia. Il gruppo di ragazzotti prese un piccolo trasmettitore di sorveglianza per i bambini, di quelli che esistono ancora oggi ma che allora funzionavano sfruttando le frequenze FM. Lo piazzarono sul tetto del palazzo più alto di Ponte San Pietro e lo collegarono a un giradischi. Nacque Radio Ponte, era il febbraio ’76. Il successo fu immediato: in tanti si accorsero, accendendo la radio, di quella novità che passava canzoni nuove e, soprattutto, per intero, senza fastidiose interruzioni. I ragazzi presero una stanzetta e la trasformarono nella loro sede. Ogni giorno decine e decine di persone passavano a lasciare dei foglietti: erano le loro richieste musicali, da passare in radio magari con una dedica per l’amore appena nato o per quello appena perso. Il telefono arrivò solo un paio di anni dopo. Inutile dire che squillava sempre. Tamborini ricorda: «Era tutto molto semplice, non c’erano filtri tra noi e chi ci ascoltava. I dischi che passavamo erano i nostri, li portavamo da casa. Ogni tanto qualcuno ci chiedeva una canzone che non avevamo, ma c’era sempre un ascoltatore disposto a regalarci un suo disco. Ci regalavano centinaia di dischi, era bellissimo».

Un cammino difficile. Nel 1979 Tamborini capì che era il momento di prendere una decisione: o si diventava professionisti o era meglio chiudere tutto. L’unico a crederci veramente, però, fu lui. Gli amici presero altre strade, mentre lui si rimboccò le maniche, aprì una partita Iva e fece della radio il suo mestiere: «È stata dura eh. I miei genitori me ne dicevano di ogni – ricorda Tamborini –. Mi dicevano che nel giro di tre mesi mi avrebbero chiuso. Invece…». Allora non serviva alcuna concessione, bastava avere un pubblico e qualche coraggioso che capisse le potenzialità del mezzo radiofonico e ci investisse qualcosa. Gli ascolti erano incredibili. La televisione non offriva certo la varietà di argomenti di oggi. Le radio, quindi, erano l’unico grande sfogo alle passioni dei giovani. Tra il 1981 e il 1982, per riuscire a stare dietro a tutti gli impegni, Tamborini iniziò a registrare molti programmi. L’unico grande spazio per la diretta che decise di tenere era quello delle dediche, tenuto fino a due anni fa: «Ne arrivavano di ogni tipo, una finestra aperta sul mondo». Col passare negli anni, però, le cose non si fecero più semplici. La burocrazia divenne una vera spina nel fianco. Nel 1990 entrò in vigore la legge Mammì, che obbligò ogni radio a munirsi di una concessione per poter continuare a trasmettere: «Un pezzo di carta che mi fece penare. Alla fine arrivò, nel 1993. Ce l’ho ancora qua appesa in studio! “Concessione per la frequenza a Bergamo e Provincia” c’è scritto». La burocrazia si mise di mezzo anche una decina di anni dopo, nel 2001, quando una nuova normativa obbligò tutte le piccole realtà radiofoniche a diventare srl: «Altra mazzata, enormi esborsi e costi lievitati. Ma superammo anche quell’ostacolo».

 

anni 2000

[Enrico Tamborini a Radio Ponte, 2000]

 

La colonna sonora di una vita. Insomma, Radio Ponte è ben più di una piccola radio di provincia. Nei suoi 40 anni di vita ha visto cambiare Bergamo, e nel suo piccolo anche l’Italia. Inutile quindi chiedere a Tamborini se ne è valsa la pena: «Per me la radio non può essere altro che la colonna sonora di una vita. Quella della signora mentre stira, del padre che guida per tornare a casa dal lavoro e del ragazzo che studia al pomeriggio». Sì, ne è valsa la pena. E a guardare la media di ascolti giornaliera, lo stesso vale anche per i tanti affezionati radioascoltatori: l’unica indagine ufficiale risale agli Anni ’90, quando Radio Ponte contava circa 30mila ascoltatori medi al giorno (al 55 percento donne, età compresa tra i 25 e i 45 anni). Da allora la media è rimasta abbastanza stabile, conferma Tamborini: «Lo dimostra la fiducia di tanti inserzionisti, che anno dopo anno hanno continuato a investire su Radio Ponte». Certo, numeri lontani dall’epoca d’oro delle radio libere, «ma era un altro mondo quello. Le persone non erano soltanto di più, erano anche più attente. Mangiavano letteralmente ogni parola che passava in radio perché era tutto nuovo, tutto unico».

Intanto, però, a Bergamo sono nati a cresciuti veri e propri colossi radiofonici, su tutti RTL 102.5, la prima radio italiana in termini di ascolti, fondata in Città Alta e diventata “grande” nella seconda metà degli Anni ’80 ad Arcene. Ma anche Radio Number One, Radio Millenote e Radio Zeta, ora entrata a far parte del gruppo di RTL. Tutte emittenti con una struttura forte, radicate ben oltre la provincia bergamasca. Come si spiega, con questa concorrenza, il successo di una radio prettamente locale come Radio Ponte? «Non lo so – ammette candidamente Tamborini –. Io ho semplicemente proposto una colonna sonora quotidiana ed è piaciuta». Lo schema di Radio Ponte era semplicissimo: la mattina musica revival Anni ’60 e ’70, «una musica per sognatori», poi nel pomeriggio note più moderne e attuali, «adatte anche ai giovani». Tutte le canzoni trasmesse, però, avevano lo stesso filo conduttore: «Piacevano a me. Ancora ieri (29 febbraio, ultimo giorno di trasmissione, ndr) a un certo punto volevo cambiare una canzone perché non mi piaceva e me ne piaceva molto di più un’altra».

 

2016

[Lo studio di Radio Ponte oggi]

 

C’era una volta Radio Ponte. Radio Ponte ha chiuso i battenti. La frequenza è stata acquisita dal gruppo di Radio Bergamo, una realtà forte che comprende Radio Number One e Radio Millenote. Tamborini di andare in pensione non ci pensa nemmeno e continuerà a stare nel settore, seguendo i rapporti con gli inserzionisti della vecchia Radio Ponte per la nuova proprietà. Ma girare pagina non è facile: «È dura – ammette Tamborini –. Il telefono squilla in continuazione. C’è anche gente che piange al telefono perché dice che non possiamo chiudere, che non possiamo abbandonarli. E io sono il primo a soffrirci. Ma ho 65 anni e ho sempre fatto tutto da solo, dai rapporti commerciali alle trasmissioni. Ho dedicato tutto me stesso a questa radio. Ora il carico si è appesantito, soprattutto per via della burocrazia. Non è una questione di ascolti, né di pubblicità. Semplicemente è giusto così». Non stupisce scoprire che siano tante le persone affezionate a Radio Ponte, perché Tamborini è sempre rimasto fedele a un’idea di radio al servizio degli ascoltatori, compagna non invadente delle giornate, che alterna le canzoni leggere alle promozioni delle botteghe di paese, le dediche degli innamorati alle sagre di provincia. Radio Ponte era una radio schietta, che parlava semplice, una radio fatta di tanta musica, poche parole e un mare di passione. Una radio libera fino in fondo.

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