Storie e leggende delle nostre valli
Il boscaiolo e il drago dell’Alben

È proprio tra le pendici delle nostre montagne che nascono i racconti più interessanti. Frutto della fantasia popolare, molto spesso raccontate dai tanti pastori nelle lunghe serate in alpeggio attorno al fuoco, sono giunte fino a noi sotto forma di antiche leggende e fiabe della buonanotte. Gran parte di questa tradizione narrativa assume però, in certe circostanze, un carattere “macabro” ed è posto in relazione a streghe, al diavolo e agli spiriti. In tal senso, le pendici del Monte Alben non sono state da meno. Una traccia di queste antiche credenze resta viva nella toponomastica locale: il Passo la Forca, per esempio, posto tra le due cime della montagna, o via Fonti del Drago, a Oltre il Colle. Questi nomi sono legati alle storie che stiamo per raccontarvi.

 

 

Il crudele carbonaio. A Serina si racconta che in certe giornate di pioggia, nei fitti boschi che ricoprono le pendici del Monte Alben, può capitare di sentire il pianto inconsolabile di un bambino accompagnato dal canto della mamma che cerca di farlo addormentare al dolce suono della sua voce. Secondo alcuni, questo lamento ha una precisa spiegazione e si riferisce a un tragico episodio avvenuto in un tempo lontano, quando gli abitanti dei paesi limitrofi erano carbonai, contadini e taglialegna. Uno di questi viveva con la moglie e il figlioletto in una baita posta nel borgo di “Caàgna róta”. Era conosciuto per essere una persona violenta e irascibile, che passava spesso alle mani con chiunque pur di far valere le proprie ragioni, tanto che madre e figlio erano tranquilli solo quando il taglialegna era fuori casa, alle prese con alberi da abbattere e da ridurre in piccoli ceppi che utilizzava per alimentare il grosso “poiàt”, che fumava incessantemente al centro dell’ampio spiazzo situato nei pressi della baita. Il boscaiolo non poteva allontanarsi troppo, in quanto lo stesso andava alimentato con nuovi ceppi. Molto spesso non restava nella baita nemmeno di notte e vi entrava solo per mangiare, rimproverando la moglie se il cibo non era pronto o non era di suo gradimento. Così, tra alberi abbattuti e ceppi da spaccare per produrre il carbone, l’uomo era sempre stanco e scontento. Si racconta che una sera, dopo una giornata piovosa di lavoro nel bosco, invece del consueto pasto caldo trovò la moglie intenta a cullare il bambino. Il boscaiolo, irritato, fu così assalito da una collera irrefrenabile: urlando, prese il pargolo dalle braccia della madre e, uscendo dalla baita, gettò il figlioletto nella bocca del poiàt. Stessa sorte toccò poi alla moglie, che aveva tentato di impedire questo gesto. Resosi conto di quanto fatto, l’uomo iniziò a correre nel bosco, urlando e invocando il nome della moglie e del figlio, finendo la sua folle corsa sul fondo di un dirupo. Dunque, se scendiamo dal Monte Alben al tramonto, magari in una giornata di pioggia, quello che sentiremo tra le fronde degli alberi potrebbe non essere il fischio del vento bensì il pianto della montagna per l’atroce scena a cui aveva assistito impotente.

Draghi e serpenti. In tutte le valli bergamasche, dall’alta Val di Scalve fino alle pendici della Val Brembana, non mancano i racconti legati a draghi vendicativi e assassini. Sul Monte Alben si racconta di un drago a sette teste, spietato e crudele nei confronti degli uomini che abitavano alla base della montagna. La creatura, racconta la leggenda, era resa forte e invincibile dalla fonte dell’immortalità, che presiedeva non lasciando avvicinare nessuno. Un giorno gli abitanti di Oltre il Colle, stanchi dei soprusi di questa bestia, decisero di stanarlo per sempre, accerchiandolo e incendiando la boscaglia intorno al suo nascondiglio. Braccata e spaventata, la creatura si rifugiò presso la fonte dell’immortalità, e vi si immerse. L’acqua divenne torpida e scura e il drago svanì nel nulla dissolto in quel liquido misterioso. Poco distante, alle pendici del Monte Menna, si racconta invece di un “serpente alato”, che con i suoi fischi riusciva a far cadere tramortiti uomini e animali. Con il passare degli anni, il serpente con le ali diventò vecchio, iniziando a prolungare i periodi di letargo. Per un po’ si risvegliava ogni tre anni, poi ogni quattro e infine non si risvegliò più. Ancora oggi, però, chi conosce la leggenda e passa da quelle parti sente il cuore tremolare e il respiro diventare affannoso. I passi si fanno leggeri e la bocca silenziosa. Nessuno vuole rischiare di risvegliare quel serpente.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.