Storie e leggende delle nostre valli
Il ghiacciaio dimenticato (eppure…)

C’era una volta, tanto tempo fa, un ghiacciaio… Il primo pensiero va alle imponenti distese di neve delle montagne valtellinesi e camune. Ma anche le Orobie nascondono, tra i loro anfratti, delle vere e proprie lingue di ghiaccio perenne, ormai quasi estinte. I nostri ghiacciai sono tutti in Val Seriana, al cospetto delle montagne più alte e difficili della zona. Sono quattro: il ghiacciaio del Trobio (conosciuto anche come ghiacciaio del Gleno) e formato da tre apparati glaciali; la vedretta di Scais, tra i maggiori ghiacciai presenti sulle Orobie e al confine tra l’alta Val Seriana e la Val Caronno; la Vedretta del Lupo, situato sul lato valtellinese delle Alpi Orobie, poco lontano dal Passo Coca; e, ultimo, la Vedretta del Marovin, compreso tra il Pizzo Coca e il Dente di Coca. Siamo in alta montagna, a ore di cammino da rifugi, bivacchi e civiltà. Luoghi riservati a pochi uomini.

 

 

L’eccezione dimenticata. Ne esiste tuttavia un quinto, che non possiamo più definire ghiacciaio in quanto, negli ultimi anni, nasce e muore a seconda delle stagioni e delle precipitazioni. La nostra storia questa volta ci porta ad Ardesio, presso le contrade di Bani e Albareti, dove a guardia degli abitati troviamo una delle montagne più belle delle zona e, pochi lo sanno, luogo ricco di leggende e ricordi. A nascondere il segreto è il severo e strapiombante Monte Secco (m.2267), montagna posta lungo il crinale che funge da spartiacque tra la Valcanale e la Valle Dossana. Tra queste pareti calcaree si narra di dimenticate miniere di argento e di tracciati che hanno visto nascere la storia dell’alpinismo. Ma quelle sono altre storie. Oggi vi raccontiamo del nevaio perenne più basso delle Orobie e, chi può dirlo, magari d’Italia: il dimenticato “Gias del Secco”.

La Val del Las. Alla base della parete nord del Secco, che risulta la più alta (e strapiombante) delle Orobie, troviamo un gioiello unico e quasi sconosciuto, se non dai residenti delle contrade che abitano la dimenticata e solitaria Val del Las. Questa meraviglia che scende dalla Corna Gias, così ribattezzata dagli antichi e che, tradotta dal dialetto bergamasco, significa “Corna Ghiaccio”, si trova a 1100 metri di altitudine e possiamo definirlo un nevaio semi-perenne. Quindi, a differenza dei suoi cugini più grandi, compare e scompare a seconda delle precipitazioni nevose. Un ghiacciaio che merita un encomio, visto che “ol Gias del Secc” si ritrova, ogni anno, a combattere una battaglia contro madre natura. L’alzarsi delle temperature e le scarse precipitazioni nevose rischiano spesso di portare il nevaio all’estinzione. La prima battaglia per il Ghiaccio del Las è stata nel ’93. Poi, dal 2003, una serie di torride estati ha contribuito all’estinzione del nevaio: il 2006, il 2007, il 2012 e il 2017 nessuno lo ha visto. Il fronte di neve è posto alla base di un canalone, che strapiomba dalla montagna in un piccolo anfiteatro, perfetto a ospitare questa meraviglia della natura che ancora oggi resiste e risorge nonostante i cambiamenti climatici a cui siamo sempre più abituati.

Come arrivarci. Osservando il lato nord del Monte Secco si capisce subito la maestosità di questa parete, inviolata fino al 1931. Una montagna caratterizzata da cence e canali, guglie e torrioni, rocce instabili e friabili dalle cui pareti è meglio stare lontani. L’anfiteatro tra il Secco e il Pizzo Negro è infatti costellato di grandi massi che, durante la stagione invernale, si staccano dalle pareti della montagna. La nostra partenza è la frazione di Albareti, dove un segnavia CAI, ormai consumato dal tempo, ci invita a scendere in direzione del torrente Acqualina. Il largo tracciato è caratterizzato dai pini, molti dei quali abbattuti dai violenti temporali. Raggiunto un grosso masso, il sentiero piega a sinistra e inizia a risalire in modo più deciso, tra sfasciumi e ghiaia, mostrando dapprima il fianco del montagna interessato dalla frana del Monte Secco, staccatasi nel marzo 2014. Continuiamo fino a piegare nuovamente a sinistra e, davanti ai nostri occhi, ecco comparire la parete nord della montagna e il suo nevaio dimenticato.

I ricordi del “Gias”. Dimenticato ed escluso anche dalle carte fotografiche, l’ex ghiacciaio del Secco viene ormai ricordato solo dalle persone della contrada di Albareti di Ardesio. Verzeroli Davide, 38 anni compiuti, sul ghiacciaio del Gias ci ha passato le estati fin da bambino e ricorda molto bene le evoluzioni del ghiaccio nel tempo: «Con i miei fratelli salivamo fino al nevaio e ci arrampicavamo sul fronte di neve fino a raggiungere il ghiaccio più chiaro e pulito. A questo punto scavavamo nella neve e toglievamo i pezzi più profondi, che rompevano e utilizzavamo per fare granite artigianali con gli sciroppi portati da casa. Si accendeva il fuoco e si passava la domenica in compagnia. Noi passavamo le estati ad Albareti, nella casa di famiglia, e salire al ghiacciaio nelle giornate torride era una routine, cosi anche per gli altri abitanti delle contrade vicine. Oggi quasi nessuno si ricorda di questo posto…».

 

[Davide Verzeroli sul nevaio 35 anni dopo]

 

Conclusioni. Poco più di cinquant’anni fa il nevaio forniva il ghiaccio agli abitanti di Valcanale, Marinoni e Albareti, ma anche agli alberghi e ai ristoranti di Gandellino e Ardesio. Gli uomini salivano con i muli fin sotto la bastionata del Secco e staccavano a picconate enormi blocchi di ghiaccio che, avvolti in sacchi di iuta, venivano trasportati in case e fattorie. Oggi il nevaio combatte una battaglia contro madre natura, una partita dalla quale difficilmente ne esce vincitore. Fortunatamente, grazie alle precipitazioni delle ultime settimane, sembra essere tornato a nuova vita. Oggi misura una lunghezza di oltre 50 metri per 20 di larghezza, uno spettacolo che non si vedeva da parecchi anni. Ora anche noi ne conosciamo la storia e custodiamo il suo segreto. Mentre le vedrette delle Orobie si riducono o addirittura scompaiono, il nevaio della Val del Las sparisce e per poi ritornare, con il suo strato di neve sopra e il ghiaccio vivo più sotto. E se in certe torride estati muore, in primavera rinasce dalle sue ceneri. Proprio come un’araba fenice.

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