Storie e leggende delle nostre valli
Il dimenticato eccidio degli Azeri

Dai miti popolari alle fiabe dimenticate, le leggende delle valli bergamasche ci hanno portato, in questi mesi, alla riscoperta di luoghi e paesaggi che parlano di favole frutto della fantasia, ma anche di fatti realmente accaduti e, nella maggior parte dei casi, ormai dimenticati. Oggi la storia ci porta a Monte di Nese, nell’aprile del 1945, in un contesto collocato al culmine della Seconda Guerra Mondiale. In questo borgo, frazione di Alzano lombardo, vennero trucidati 120 soldati dell’ex Urss, conosciuti negli anni, per via delle loro fattezze orientali, come i «Mongoli» dell’Azerbaigian. Un strage che, nella provincia bergamasca, resta seconda solo al bombardamento della Dalmine, avvenuto il 6 luglio del 1944. Ma che nel tempo è stata dimenticata.

 

 

La storia. Queste truppe non erano partigiani, ma disertori, ex militari sovietici passati in un primo tempo alle forze naziste e che, sul finire della seconda guerra mondiale, cercarono di salvarsi la vita con una seconda diserzione. Il racconto ci porta alla sera del 12 aprile del 1945, quando centinaia di soldati, originari di diverse nazioni dell’Unione Sovietica (soprattutto dell’Azerbaigian) e militanti nelle forze armate tedesche, giunsero a Monte di Nese. Avevano trasgredito l’ordine del comando tedesco di dirigersi verso il fronte e deciso la diserzione, grazie alla collaborazione di un gruppo di partigiani della resistenza bergamasca. Erano solo una piccola parte dei migliaia di «russi» arruolati nelle forze tedesche. Nella Bergamasca in quegli anni se ne contavano 2000, divisi tra le zone di Lovere, Clusone, Gandino, Zogno, Almè e Almenno. Un esercito che incuteva paura, sia per la fama da cui erano preceduti, sia per i modi di fare dei soldati, spesso irascibili e irruenti anche con la gente del luogo. Stanchi, affamati, braccati dai loro ex compagni e privi di precisi ordini da parte dei pochi ufficiali che li conducevano, si abbandonarono al sonno nella zona di Monte di Nese, pensando di trovare riposo, almeno per alcune ore, tra le case dell’abitato.

 

 

La strage degli Azeri. La diserzione, che era stata coordinata anche dalle forze partigiane, si svolse però con fretta e improvvisazione, probabilmente per la difficoltà di comunicazione tra le parti. Il gruppo, composto da circa 120 soldati, raggiunse il paese a tarda notte, dopo un’intera giornata passata a marciare. Nel frattempo i nazifascisti e altri ex soldati sovietici (rimasti con le truppe tedesche) erano sulle loro tracce, e si avvicinavano sempre di più. Andrea Pioselli, insegnate e collaboratore dell’Istituto bergamasco per la storia della resistenza e dell’età contemporanea, ha presentato nel 2012 il libro «La Diserzione», dove racconta, attraverso testimonianze dirette, i fatti accaduti nella mattina del 13 aprile del ’45. Una descrizione dello scontro, trascritta nel volume di Pioselli, è cosi riportata dal parrocco don Severino Vitali. «Già alle prime luci dell’alba, dal sagrato della chiesa, si possono vedere gruppi di soldati accovacciati qua e là, e alle porte delle case alcune sentinelle. Sono circa le sei del mattino quando un ragazzo tocca le campane per il suono dell’Ave Maria, e subito echeggia una fucilata. Poco lontano, a Cà Gherardi, cade il primo soldato russo». Sarà una caccia all’uomo, che si concluderà con una strage. Per oltre dieci ore continue un serrante conflitto a fuoco, che vedrà gli azeri avere la peggio. Il bilancio sarà tragico: 45 morti nello scontro, altri 73 furono successivamente catturati e fucilati senza pietà. I corpi, spogliati degli effetti personali e di ogni possibilità di riconoscimento, furono abbandonati e si provvide a dar loro sepoltura, alcuni giorni dopo lo scontro, in fosse comuni. Nel 1950 tutti i resti sono stati uniti in un ossario al cimitero di Monte di Nese. Un numero imprecisato, ma comunque consistente, riuscì invece a darsi alla fuga. Principalmente verso la Val Seriana, dove entrò in contatto, non sempre pacifico, coi partigiani della «XXIV Maggio», della «Camozzi» e della «I Maggio». Qui, con altri disertori, il gruppo di soldati inizierà un viaggio tra le montagne bergamasche che li porterà fino al Passo di Caronella, in alta Val Seriana, da dove, passando per la Valtellina, raggiungeranno poi la Svizzera. E forse, non ci è dato saperlo, l’agognata libertà.

 

 

Oggi. Una lapide è posta all’interno del cimitero di Nese, poco lontano dalla fossa comune dove furono raccolti i resti dei primi otto soldati, fucilati alla frazione della Bussa. La targa riporta la seguente iscrizione: «Pietosamente composti da don Giovanni Pezzotta qui riposano in pace otto dei 118 russi della Mongolia trucidati nell’eccidio del 13 aprile 1945 a Monte di Nese. Caddero cercando invano la libertà». Un secondo monumento si trova all’esterno del cimitero, con la seguente iscrizione: «A ricordo di 120 Azerbaigiani caduti per mano fascista nell’aprile del 1945». Oggi, la «Strage degli Azeri» resta nella memoria di pochi. Uno sterminio dimenticato, alla quale molte domande non hanno avuto risposta.

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