Storie e leggende delle nostre valli
Pianetti, il giustiziere brembano

Sono passati 105 anni, ma ancora oggi sulle pendici del monte Cancervo riecheggia il nome di Simone Pianetti. Molte cose si sono dette su questo celebre personaggio, a volte additato come giustiziere, altre come crudele assassino. Una storia bergamasca, ormai quasi leggenda e non ancora completamente risolta, che richiama da sempre la curiosità e l’attenzione di storici e curiosi. E se ancora non la conoscete, vi portiamo con noi sul monte Cancervo. Chissà, magari possiamo ancora incontrare questo personaggio…

 

 

La storia. Simone Pianetti nacque il 7 febbraio 1858, da famiglia benestante, nella piccola contrada di Lavaggi, frazione di Camerata Cornello. La storia lo dipinge, fin dai primi anni, come un uomo dal carattere aggressivo, tanto che in giovane età sparò un colpo di fucile contro il padre, senza fortunatamente colpirlo. Emigrato in America in cerca di fortuna come tanti altri suoi coetanei della Valle, riuscì a farsi strada aprendo una società d’importazione di vino e frutta con l’amico Antonio Ferrari. Tuttavia la fortuna non aiutò il giovane Pianetti, che dopo alcuni problemi con la mafia locale, allora conosciuta come “Mano Nera”, si vide costretto a rientrare in patria. Il ritorno nel paese di origine lo pose davanti a una realtà molto diversa rispetto a quello che si aspettava. Tuttavia, con l’apertura del Casinò di San Pellegrino, anche in Val Brembana parevano aprirsi spiragli di cambiamento. Sposò una donna del luogo, Carlotta Marini, dalla quale ebbe sette figli e con cui aprì una taverna appena fuori dal centro abitato di Camerata Cornello. Dopo alcuni tempi in cui gli affari andavano bene, Pianetti venne messo al centro di maldicenze e bollato come libertino, anarchico e anticlericale. Seguì un vero e proprio boicottaggio nei confronti della sua locanda e alla lunga venne obbligato ad abbandonare l’attività per mancanza di clienti. Decise così di trasferirsi con la famiglia nel vicino comune di San Giovanni Bianco, dove aprì un mulino elettrico, e anche questa volta, dopo un periodo iniziale in cui le cose sembravano andare per il meglio, cominciò a essere additato come portatore di sventure e maledizioni. La situazione lo obbligò ad abbandonare anche questa attività mandandolo definitivamente sul lastrico.

Il 13 luglio 1914. Siamo alla resa dei conti. Pianetti, ormai disperato e in cerca di giustizia verso chi aveva fatto di tutto per mettere fine alla sua attività, uscì di buon’ora da casa imbracciando un fucile a tre canne e si diresse verso la valle di Sentino dove, dopo un appostamento di alcune ore, colpì con due fucilate il dottore di Camerata Cornello, Domenico Morali. Si dirisse poi presso il palazzo comunale, dove trovò il segretario Abramo Giudici in compagnia della figlia Valeria. Entrambi avevano avuto una discussione con Pianetti, e caddero sotto i suoi colpi. Ma la furia omicida non si fermò qua. Salito nella parte alta del paese, raggiunse la casa della quarta vittima, il calzolaio Giovanni Ghilardi, e poco dopo, sul sagrato della chiesa, incontrò il parroco don Camillo Filippi e il messo comunale Giovanni Giupponi. Dopo poche parole, entrambi caddero colpiti a morte dai colpi sparati a bruciapelo. La settima e ultima vittima fu Caterina Milesi nella frazione di Cantalto, per un debito mai pagato. Consumato anche quest’ultimo omicidio, Pianetti proseguì fino alla frazione di Cantiglio per poi sparire in direzione del monte Cancervo, zona da qui non farà più ritorno e che conosceva per le numerose battute di caccia.

I racconti negli anni. Dopo il massacro, Pianetti riuscì a tenere in scacco più di trecento persone, per oltre due settimane. Una taglia di ben cinquemila lire pendeva sulla sua testa e nonostante si susseguirono avvistamenti e scontri a fuoco, riuscì sempre a scappare. La latitanza veniva appoggiata anche dai pastori e dai carbonai che abitavano le pendici dei monti Cancervo e Venturosa (luoghi che Pianetti conosceva a menadito) e che vedevano in lui una sorta di giustiziere popolare. Tanto che sui muri dei paesi limitrofi iniziò a capeggiare la scritta: «W Pianetti, ce ne vorrebbe uno in ogni paese». Oggi il suo corpo non è ancora stato ritrovato e la sua fine è ancora avvolta da un alone di mistero. Ci sono testimonianze diverse, alcune riportate nel settembre del 1955 dal Giornale del Popolo. Durante un’intervista, Nino, maggiore dei sette figli di Pianetti, racconta di avere incontrato il padre presso il monte Pegherolo il 29 luglio 1914, proprio per invitarlo alla resa. Pianetti, dopo avergli consegnato documenti, portafogli e qualche lira, prese commiato dal figlio scusandosi dell’accaduto e spiegando quanto fosse dispiaciuto: «Consegnate le sue ultime cose, si diresse verso i dirupi della montagna per non tornare mai più. “Dillo pure a tutti: non mi troveranno mai, né vivo né morto».

Una seconda testimonianza viene invece fornita da una donna originaria di San Giovanni Bianco, che affermò di averlo incontrato presso Ciudad Bolivar, in Venezuela. Il malvivente le consegnò alcune lettere e alcuni soldi da inviare alla propria famiglia in Italia, raccontando di essere riuscito a fuggire nascondendosi tra i fasci di legna e successivamente su una nave diretta nell’America del Nord, aiutato dalle stesse autorità grazie a un passaporto falso. I fatti diventano storia, la storia leggenda alimentata ancor più dalla fantasia popolare. Arriva la fine della Seconda Guerra Mondiale e alcuni residenti di Camerata sostengono di avere incontrato un anziano signore aggirarsi tra i monti Cancervo e Venturosa, poco distante dalla contrada di Cespedosio. Dopo un rapido scambio di battute – si racconta – emerge la vera identità dell’uomo, che altro non è che l’ormai ottantenne Simone Pianetti. Scambiate alcune chiacchiere, sparisce nuovamente nei boschi circostanti. L’ultima ipotesi è che invece Pianetti sia effettivamente immigrato negli Stati Uniti, per rientrare in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale e trasferirsi a Milano presso il figlio Nino, dove morirà nel 1952.

 

 

Conclusioni. In tanti hanno cercato risposta all’enigma della fine di Simone Pianetti. Dagli storici Tarcisio Bottani, Ermanno Arrigoni, Giuseppe Giupponi e Wanda Taufer, che ne hanno ricostruito le gesta nei saggi di Quaderni Brembani, nel libro su Camerata Cornello e nei tanti scritti legati alla terra bergamasca, fino al pronipote Denis Pianetti, che recentemente ha raccolto le testimonianze nel libro Cronaca di una vendetta. Ora conosciamo una piccola parte della storia di Simone Pianetti, un uomo considerato imprendibile, a volte riconosciuto come giustiziere, altre come bandito e malfattore. La realtà dei fatti ci riporta ben altro, facendoci considerare l’epoca e il gesto compiuto dalla figura di Pianetti, forse, come l’ultimo gesto di un uomo disperato, a qui ormai era stato tolto tutto. Forse un precursore per i suoi tempi e per questo malvisto in una comunità ancora tradizionale, dove balli, osterie e mulini elettrici erano troppo all’avanguardia per la mentalità dell’epoca. Oggi resta il mistero sulla fine di questa figura emblematica della Val Brembana, che dopo un secolo vive ancora nei ricordi e nelle leggende delle nostre montagne.

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