Salendo da Sua Maestà il Diavolo

«Ma vai al diavolo!». Detto, fatto. Passare da un’imprecazione che pone indissolubilmente fine a qualsiasi discorso e ritrovarsi poche ore dopo a macinare chilometri lungo uno dei sentieri di montagna più spettacolari e significativi che l’intera catena delle Orobie bergamasche possa offrire; da un battibecco tra due amici, tanto appassionati di montagna quanto indecisi sull’itinerario da percorrere, al materializzarsi dell’ardita idea di conquistare il simbolo per eccellenza delle vette della Valle Brembana: il Pizzo del Diavolo di Tenda.

Una montagna il cui nome incute un diabolico timore, rimanda a scene infernali e crea suggestioni nella mente del volenteroso camminatore intenzionato a conquistarla. Tutte impressioni rafforzate nel momento in cui, praticamente, carta geografica e orologio alla mano, si fanno due conti: 1800 metri di dislivello, circa quattro ore e mezza di cammino per la sola salita che puntualmente si ripresenteranno con gli interessi in discesa, oltre venti chilometri zaino in spalla dove l’uomo è davvero minuscolo al cospetto di madre natura.

 

 

E vogliamo parlare dell’aspetto estetico di questo gigante? Quando pensiamo al diavolo ce lo immaginiamo agli antipodi rispetto ai comuni canoni di bellezza, eleganza, armonia, colore, no? Ed è esattamente così anche in questo caso: granitico, tetro, una scura piramide di roccia che parrebbe essere stata trafugata dall’antico Egitto e posata lì senza troppa cura sopra a ciò che già esisteva e che si spinge verso il cielo fino a 2916 metri sul livello del mare, attendendo pazientemente che qualche formichina colorata armata di scarponi e racchette percorra il suo spigoloso profilo, solleticandolo fino alla sua sommità.

Che poi, perché qualcuno dovrebbe decidere di imbattersi in un qualcosa di molto più grande di lui pensando anche solo ad uno tra questi fattori decisamente poco rassicuranti e stimolanti? La risposta è più semplice del previsto e la si trova fin da subito lungo il cammino che si snoda dall’abitato di  Carona sul sentiero CAI 210, dove si aprono scenari che vengono associati a territori oltreoceano turisticamente ben più blasonati: dai fitti boschi di conifere all’incantato borgo di Pagliari con le casette in pietra che strette strette si difendono dalle rigide temperature notturne, dai laghi incastonati come smeraldi all’interno di conche antichissime alle verdeggianti vallate alluvionali dove si scorgono stambecchi brucare la fresca erba dei pascoli e dove compie i primi impetuosi balzi il fiume Brembo.

Una volta giunti al cospetto di sua maestà il “Diavolo” (come viene definito in modo fiero dagli autoctoni) si dimenticano fatica, suggestioni, pensieri negativi e paure, per riscoprire semplicemente quanto quei suoi pendii rocciosi siano una manna per gli appassionati; si sale con attenzione e rispetto, l’avvicinarsi alla vetta genera la quantità di adrenalina di chi sa che sta compiendo a suo modo una grande impresa. Solamente rimanendo alcuni minuti lassù si può apprezzare quanto sia gratificante abbandonare lo sguardo verso tutto ciò da cui si è circondati, l’immensa soddisfazione di avere realizzato una piccola grande impresa. Prima di complimentarsi con quel caro amico che imprecando a caso ha reso possibile tutto questo.

Due note tecniche. Per la buona riuscita dell’escursione sono necessarie buona preparazione fisica e conoscenza dell’ambiente montano, nonché attrezzatura adatta. Il periodo più adatto va da Agosto ad Ottobre, quando tendenzialmente l’accumulo di neve è molto ridotto o assente; per affrontare l’escursione nei rimanenti periodi dell’anno è fondamentale conoscere le proprie capacità (e i propri limiti) per evitare rischi inutili dovuti ad avverse condizioni meteo o elevati accumuli di neve.

[Foto ©Demis Milesi]