I tappeti “nascosti” alla Carrara

Si è appena conclusa la mostra “Hortus Conclusos – Il giardino nei tappeti orientali della Fondazione Tassara”, allestita in tre prestigiose dimore storiche della città di Bergamo (Palazzo Agliardi, Palazzo Moroni e Palazzo Terzi), che ha visto protagonisti preziosi tappeti dal XV al XIX secolo su cui piante e uccelli, riprodotti tramite un complicato gioco di nodi, evocano mondi lontani. Conferenze, incontri ed eventi vari hanno arricchito questa straordinaria occasione, che si è ben sposata con l’ultima edizione de I Maestri del Paesaggio. Due iniziative congiunte che hanno permesso di non focalizzare l’attenzione esclusivamente su Piazza Vecchia (”la piazza verde”), ma di ampliare la visuale anche su altre parti della città, come peraltro già avviene da qualche anno, fino a veicolare addirittura in alcuni dei suoi interni più significativi.

 

[Benozzo Gozzoli (Benozzo di Lese), Madonna con il Bambino, due angeli reggicortina e due angeli musicanti
1440 ca., tempera e oro su tavola (29×37), Bergamo, Accademia Carrara (sala 4)]

 

A questo punto la mente vaga ulteriormente, alla ricerca di altri scorci o contenitori che possano vantare esemplari simili o che perlomeno li riproducano. Subito l’immaginario rimanda ai dipinti di chiese e musei, soprattutto se compresi nell’intervallo temporale dei secoli XVI-XVII, quando il tappetto è stato spesso raffigurato per sottolineare la preziosità del contesto, ricco di figure divine e di elementi religiosi, insieme a questioni meramente decorative. La restituzione iconografica dei manufatti rinascimentali, delicati e quindi deperibili nel tempo, consente inoltre di studiarne l’evoluzione dei simboli e l’esatta datazione storica. L’origine del tappeto risale a 2500 anni fa secondo gli ultimi studi: il primo esemplare porta al 500 a.C. in Asia centrale, dove il mezzo primario di sussistenza – la pastorizia – lo vedeva, come oggi, utilizzato quale isolante nell’ambiente desertico; dall’Asia al Medio Oriente e all’Africa il passaggio è breve, non solo per le condizioni geografiche o per la condivisione di usi e costumi tra popoli nomadi e sedentari, ma anche con l’avvento dell’Islam nel VII secolo, che uniforma la strumentazione necessaria al culto: «Per i nomadi il tappeto è uno spazio magico, un territorio conosciuto e trasportabile che li difende dalle forze negative, dalle superstizioni, e al tempo stesso è un luogo di preghiera», mentre per i sedentari è storia e tradizione, perché i simboli rappresentano la bellezza dell’Eden “incorniciato”, ovvero il paradiso musulmano descritto come «un giardino attraversato da fiumi».

 

[Vittore Carpaccio e bottega, Nascita di Maria
1505 ca., olio su tela (127×129), Bergamo, Accademia Carrara (sala 2)]

 

Nella storia dell’arte del Vecchio Continente, i tappeti sono stati dipinti con gran clamore sin dal Medioevo e fino alla fine del Settecento e non solo come tappeti fini a se stessi, ma anche per adornare mense, finestre e tavoli di lavoro: da artisti del calibro di Giotto, Lorenzo Lotto, Sebastiano del Piombo, Hans Holbein a Hans Memling e vari altri. Si pensi che, ancora oggi, i tappeti vengono chiamati con i rispettivi nomi di chi li ha posseduti: «Non è cambiato il tappeto, e neanche l’interesse per questo, ma il contesto stilistico», spiega Giorgio Agnisola, condirettore della Scuola di Alta Formazione di Arte e Teologia e consulente della Conferenza Episcopale Italiana per l’arte sacra contemporanea.

 

[Lorenzo Lotto, Nozze mistiche di Santa Caterina d’Alessandria e Niccolò Bonghi,
1523, olio su tela (189×134), Bergamo, Accademia Carrara (sala 15)]

 

Nell’arte, il tappeto può rappresentare la conoscenza di un mondo altro, lontano e desiderabile perché connesso al mondo esotico, e questo vale sia per il committente che per quegli artisti che ne detengono la proprietà: nel primo caso diviene o rimanda allo status symbol del proprietario, mentre nel secondo costituisce un punto di forza, sia per ottenere incarichi sia per portarli a termine (con o senza la sua raffigurazione), grazie ai cospicui anticipi di denaro che si potevano ottenere lasciandoli temporaneamente in pegno a garanzia della restituzione della somma anticipata. Dopo un periodo di crisi registrato nel campo dell’arte, è solo nel 1891 che il tappeto ritorna in auge, grazie anche alla mostra organizzata da Alois Riegl a Vienna, che vide la partecipazione di molti appassionati in gran parte futuri collezionisti, provenienti per lo più da Inghilterra, Stati Uniti e Germania.

Riguardo a Bergamo città, la rappresentazione di tappeti la si trova sia all’interno di dipinti conservai nella pinacoteca dell’Accademia Carrara che in alcune delle maggiori chiese, tra cui Santo Spirito in via Torquato Tasso e Sant’Andrea in via Porta dipinta. In Carrara, la carrellata parte dalla fine del XV secolo e arriva insolitamente alla metà del XIX secolo, anche se in questo caso il dipinto offerto non è attualmente esposto al pubblico. La scelta limitata è stata dettata da vari motivi, ma si è certi che gli spunti di riflessione non manchino fino a stimolarne il confronto tra i nostri “tappeti” attuali, spesso sintetici, e quelli di una volta. E il paragone non regge: si è già sconfitti in partenza.

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