Tour nella restaurata Biblioteca Mai
Con belle curiosità sulla sua storia

[Foto di Mario Rota.]

 

A due mesi dalla chiusura per restauri sarà di nuovo possibile accedere al maestoso palazzo della Biblioteca Civica di Bergamo, il tempio della cultura bergamasca, la sede dei più importanti archivi pubblici e privati della nostra città (custoditi qui dal 1928), dedicata dal 1954 al paleografo bergamasco Angelo Mai (Schilpario 1782 – Roma 1824), anche se la raccolta iniziale si deve alla donazione del cardinale Giuseppe Alessandro Furietti (Bergamo 1684 – Roma 1764). Grazie all’apertura straordinaria del prossimo weekend e all’iniziativa promossa dagli Amici della Biblioteca e dal personale interno, sarà possibile visitare l’interno del palazzo rinnovato e la mostra allestita nell’atrio d’ingresso, dedicata proprio alla storia dell’edificio. I servizi guida gratuiti si terranno sabato pomeriggio 16 gennaio dalle 14 alle 18 e domenica 17 gennaio per l’intera giornata dalle 10 alle 18 (partenza ogni 15 minuti senza prenotazione).

Un tour in anteprima. Noi vi accompagniamo nel Palazzo Nuovo per un tour in anteprima. Lasciando Piazza Vecchia alle spalle, superiamo il breve dislivello che conduce al porticato e varchiamo l’imponente portale ligneo per accedere all’atrio scandito da quattro colonne centrali e arredato dai due monumenti funerari secenteschi (quelli dei fratelli Corsini e dei fratelli Agosti prima nel monastero delle Grazie in Bergamo Bassa), da medaglioni con ritratti di illustri bergamaschi, da busti di marmo e di bronzo. Risaliamo poi la scala in pietra che porta alla sezione periodici e, con l’usuale punta di meraviglia, varchiamo la soglia che affaccia alla sala di consultazione e lettura, il Salone Furietti, lunga quanto il corpo di fabbrica e alta due piani: qui ammiriamo il soffitto a botte con gli stucchi realizzati nel 1702 da maestri di Lugano, i dipinti di Gaspare Galliari, i tomi enciclopedici, i testi di storia locale, i dizionari multilingue e i cataloghi d’arte, e curiosiamo tra i cassettini in legno con indici e cataloghi, gli armadietti con collezioni grafiche e fotografiche. Da qui avanziamo nella vicina Sala Tassiana, decorata nel Seicento da Pietro Baschenis e nell’Ottocento da Vincenzo Bonomini, e incrociamo lo studio della Direttrice Elisabetta Manca.

Un po’ di storia. E pensare che il Palazzo Nuovo non fu inizialmente destinato alla ricerca e alla conservazione bibliografiche, anzi! Ai tempi della dominazione veneziana fu palazzo comunale, dato che il prospiciente Palazzo della Ragione, prima sede comunale, era divenuto a fine Cinquecento troppo minuto per poter ospitare tutti i magistrati, gli avvocati, i consiglieri della municipalità veneziana e tutti i vari ingombranti incartamenti. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, parliamo di un edificio con quattro secoli di storia alle spalle: correva l’anno 1604 quando fu posta la prima pietra e iniziata la costruzione del portico, partendo dall’angolo verso via Gombito, fino a quando, nel 1611, Vincenzo Scamozzi (Vicenza 1552 – Venezia 1616) presentò disegni che immaginavano un edificio con un fronte a due ordini più un ammezzato e due ali interne più basse, attorno a un cortile rettangolare con portico su quattro lati; nella pianta del piano terra, rigorosamente simmetrica, erano previste due scale ai lati dell’atrio passante e due scale ai lati del cortile; nel fronte sopra il portico, il motivo dominante era costituito da tre serliane centrali. Il progetto fu eseguito parzialmente solo per il corpo principale, ma con notevoli modifiche, specialmente riguardo allo sviluppo delle scale e a causa dell’innesto settecentesco della chiesa di S. Michele.

Alla fine del Seicento, terminato al rustico tutto il fronte, fu iniziato un rivestimento marmoreo, a partire dallo spigolo rivolto verso via Colleoni, con due ordini sormontati da una balaustra con statue. Ci vollero quasi 300 anni per vedere completata quella facciata, che ancora oggi costituisce una luminosa quinta di chiusura della piazza, baciata dalla luce ad ogni ora del giorno. Nel 1919, l’architetto Ernesto Pirovano (Milano, 1866-1934) fu incaricato di studiare il completamento della facciata. L’artefice del nostro Cimitero (a cui si giunge percorrendo – appunto – viale Pirovano), presentò ben cinque progetti, tra i quali fu naturalmente preferito quello che più rievocava il disegno secentesco scamozziano, a cui venne aggiunta la balaustra.

 

Biblioteca Angelo Mai-34  Biblioteca Angelo Mai-35

 

Cosa c’era prima. Ma che c’era prima della sua costruzione, dunque prima del Seicento? Già all’inizio del Quattrocento i locali di Palazzo della Ragione non erano più sufficienti alla municipalità, così il dominio veneto provvide ad erigervi dirimpetto la Loggia Nuova, una sorta di porticato coperto ad un piano che avrebbe ospitato uffici e cariche pubbliche e che oggi corrisponderebbe a grandi linee al portico di accesso della Biblioteca Civica Angelo Mai. I lavori iniziati nel 1435 portarono ad edificare un portico rialzato di due gradini e due sale che ospitavano gli uffici della Cancelleria e del Commissario alle provvigioni, ma il rovinoso incendio divampato nel 1453 distrusse la struttura, subito rialzata tre anni dopo grazie all’architetto Pietro Ragnolo e ampliata nel Regio Nuovo, un portico con scala poi affittato a privati, eretto sul lato della chiesa di San Michele all’arco e in cui si affiggevano anche i nomi dei condannati a morte.

Questa modifica alla pianta originaria portò ad occupare parte delle pertinenze della chiesa di San Michele e alcune case private, oltre all’osteria La Corona, già acquisiti dal Comune nel 1579 per ospitarvi il Monte della Pietà e i magazzini del Monte dell’Abbondanza. La Loggia Nuova presentava il rivestimento delle volte con il leone marciano e con cinque scene di storia bergamasca, per perpetuare la tradizione che vedeva le volte del porticato del Palazzo della Ragione tutte adorne dei dipinti, raffiguranti battaglie colleonesche e altri motivi riguardanti fatti e personaggi eminenti nella storia bergamasca (gli autori pare fossero Giacomo Scanardi nel 1483 e 1485 e Giampaolo Cavagna nel 1591). Di tutto questo non resta più nulla. Le stesse denominazioni di Loggia Nuova e di Regio Nuovo sostituiscono e ricordano due edifici di egual funzione esistenti tra la Basilica di Santa Maria e il Palazzo della Ragione.

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