Un Niccolò Fabi in stato di grazia
canta le «piccole cose» al Creberg

È piuttosto complesso parlare di un artista che rappresenta uno dei migliori esempi di un certo modo di concepire e realizzare la forma canzone. Complesso perché è una responsabilità enorme per uno scribacchino del mio rango scrivere di chi ha fatto della scrittura stessa un episodio altissimo e difficilmente raggiungibile. Se poi l’artista in questione è Niccolò Fabi risulta essere ancora più complicato, anche se molto stimolante. Perché la scelta di Fabi di investire sul proprio lavoro mettendo cuore e cervello in un momento creativo davvero luminoso è consapevole e cristallina. Perché in gioco entrano le scelte di un percorso umano che hanno reso una carriera simile a una passeggiata al sole: fatta di consapevolezze trovate e volta alla condivisione di emozioni enormi ma allo stesso molto semplici.

 

 

Questo è quello che rende artista un uomo. Accompagnandolo scopriamo delle sue faccende, del suo sorriso, dei suoi capelli e di come nasce Una somma di piccole cose. Un disco semplice e profondo, che fa pensare, commuovere e sperare con un linguaggio musicale consapevolmente lontano dalle esigenze e dalle logiche radiofoniche e televisive. Scritto, suonato e registrato integralmente da Fabi in una casa di campagna, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, è il frutto di una scelta stilistica molto precisa, con un colore di fondo costante e riconoscibile che accompagna tutte le tracce dell’album. Un tour nazionale e il primissimo all’estero che sono un successo. Poi il ritorno ai live nei teatri di tutta Italia con Una somma di piccole cose tour. Continua così il viaggio iniziato lo scorso anno e che vede il cantautore romano eseguire dal vivo il frutto di una maturità artistica e umana e che lo ha portato alla vittoria della Targa Tenco 2016 e a una serie di «tutto esaurito» su e giù per la penisola.

Questo è il manifesto di un lavoro efficace ed emblematico delle caratteristiche umane e musicali di un uomo e del suo percorso artistico iniziato ormai venti anni fa e proseguito sempre in maniera personale. Dopo aver giocato negli ultimi due anni a mescolare voci e canzoni con gli amici Max Gazzè e Daniele Silvestri, Fabi ha acquisito maggiore consapevolezza della propria identità. Sceglie, nel momento probabilmente più alto della sua carriera, di abbandonare le regole commerciali e liberare la creatività, desideroso di fornire al pubblico il disco che avrebbe sempre voluto essere in grado di fare. Nel suo processo di sottrazione fa cadere l’ultimo velo e si presenta nudo e crudo agli ascoltatori. Il disco suona essenziale e caldo, i riferimenti musicali sono espliciti, c’è tutto il sapore del cantautorato indie folk statunitense, Sufjan Stevens e Bon Iver in testa. Una scelta di appartenenza ben precisa che si ritrova in tutti gli aspetti estetici, grafici e fotografici. Ciò che però non fa cadere il cantautore in inutili cliché è l’aspetto letterario: i testi, l’uso delle parole e delle melodie che le sorreggono, melodie che da sempre sono un suo tratto distintivo molto riconoscibile e che in questo caso divengono il nucleo, il centro.

 

 

Ma arriviamo a noi e a quello che ci riguarda più strettamente. Arriviamo al 3 febbraio 2017. Arriviamo al concerto di Niccolò Fabi al Creberg Teatro Bergamo. Una boccata d’aria necessaria per chi utilizza la musica per accompagnare e comprendere meglio i propri stati d’animo. Un balsamo che solo all’apparenza potrebbe passare per ostico e di difficile comprensione. Il consiglio è di ritagliarsi il tempo necessario per fare un piccolo viaggio. Quello che ha reso un’artista l’uomo che è. O viceversa.

Lulù, parole e opere di bene. Il 3 luglio del 2010 Niccolò Fabi scrisse sulla sua pagina Facebook quel messaggio straziante. Ma lucido. «Questa notte una sepsi meningococcica fulminante ha portato via nostra figlia Olivia, Lulùbella per  chi l’ha conosciuta e amata, il dolore devastante che mi attanaglia la gola è la conseguenza dell’esperienza più inaccettabile, orrida, ingiusta e innaturale che un essere umano può vivere. Inutile dirvi che fino a quando non avrò trovato un modo per trasformare questo dolore e dare un senso costruttivo a questo incubo, il palcoscenico sarà l’ultimo posto in cui desidererò stare». Non aveva nemmeno due anni, Lulù, che la meningite se l’è presa. Poche settimane dopo, la risposta più costruttiva possibile: la nascita di una fondazione e di una manifestazione di beneficenza, «Parole di Lulù», per sostenere iniziative e progetti solidali dedicati ai bambini. Ci suona sempre Fabi, chiaro. Perché, come dice lui, la sofferenza «la voglio raccontare, perché la gioia come il dolore si deve conservare, si deve trasformare». Il festival si è tenuto fino al 2015 a Mazzano Romano. Poi, dallo scorso anno, la trasformazione in itinerante. «Finalmente! Iniziamo ad andare noi – ha annunciato Fabi – verso le persone che ci hanno raggiunto al Casale sul Treja negli anni passati, con amore e fiducia». La prima tappa fuori sede si è tenuta sabato 3 settembre a Martina Franca, Puglia. Pochi giorni dopo quel 30 agosto in cui la piccola Olivia avrebbe compiuto 8 anni.

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