Un tour… macabro per Bergamo

A Bergamo, quando si parla di “macabri” la mente corre subito alla Danza macabra di Clusone in Val Seriana o a quelle di Cassiglio in Val Brembana, oppure agli stupendi “mezzibusti” conservati nel Museo della Basilica di Gandino o in quello Diocesano Adriano Bernareggi di Bergamo. Per altri, invece, il termine “macabro” rimanda ai morti di peste o di altri contagi e quindi ai luoghi del loro ricovero o preposti alla loro memoria, tra cui i vari lazzaretti, le cappelle dei morti, così come le pale del suffragio disseminate un po’ ovunque nelle nostre chiese o, più probabilmente, nelle rispettive sacrestie. Anche ogni cippo recante inciso un teschio, con tibia e perone incrociati al disotto della mandibola, suscita il nostro interesse, ma sicuramente mai come i macabri che si muovono scanzonati e sarcastici, quasi come se fossero in “carne e ossa”, posti all’interno di alcune delle chiese di Bergamo. Note e meno note. E quale miglior giorno, se non quello che ci accompagna verso la “terrificante” notte di Halloween, per (ri)scoprirli?

 

Chiesa di Santa Grata Inter Vites
(Borgo Canale)

Secondo la tradizione, la chiesa fu costruita nel IV secolo sul sepolcro di Grata, compatrona di Bergamo con Alessandro dalla fine del XVIII secolo, ma le prime notizie risalgono solo al VIII secolo. La dicitura “Inter Vites” (tra le viti) la fa distinguere dall’omonima chiesa in via Arena, complesso monastico claustrale, oltre al fatto di aver rivestito il ruolo di Parrocchiale con la più vasta estensione territoriale: Fontana, Castagneta, Loreto, Longuelo, Curnasco. Ricostruita e ampliata nel 1399, è stata demolita nel 1750 e riedificata entro il 1936 dopo essere stata portata a un livello stradale superiore rispetto al precedente. I macabri della chiesa sono stati eseguiti dal bergamasco Vincenzo Bonomini (1757-1839) intorno all’inizio del secondo decennio dell’Ottocento e rappresentano “allegramente” prelati, borghesi, contadini, artigiani e artisti che attendono ilari l’approssimarsi della loro fine. Il ciclo Scene di scheletri viventi, commissionatigli dalla Parrocchia, avrebbero dovuto ricordare la celebrazione del triduo dei morti: mai nessuno avrebbe creduto che un giorno quei sorrisi ilari e ossuti avrebbero campeggiato nel catino absidale della chiesa, non solo per ricordare il destino comune di tutti, ma anche per celebrare l’invincibilità della morte sull’uomo. La particolarità dell’opera consiste nella modalità di rappresentazione delle figure, che richiamavano persone che abitavano nel borgo, riprese nella spontanea quotidianità; tant’è che al momento dell’esposizione dei sei pannelli, questi scatenarono forti reazioni d’ilarità, poiché gli abiti, la fisionomia e la struttura degli scheletri (cranio, mandibola e teschio) lasciavano chiaramente intendere chi vi fosse realmente ritratto: tutti abitanti del borgo, tra cui lo stesso pittore.

 

Chiesa di San Lorenzo
(via Boccola)

La nuova chiesa risale al 1566 e sostituisce la precedente, abbattuta per la costruzione delle mura veneziane. Fu Parrocchia fino a quando, nel 1860, venne aggregata a quella di Sant’Agata nel Carmine. Le fonti sostengono che fosse ben curata, sia in occasione delle funzioni ordinarie che durante le feste dedicate al santo titolare e a San Giuseppe, nonostante la sua posizione isolata in un’area diradata e poco frequentata a causa dei massicci abbattimenti di abitazioni dovuti alla realizzazione della nuova fortificazione bastionata. La sezione macabra è rappresentata da alcune palette a olio aventi per soggetto il Giudizio Universale e dalla Cappelletta dei Morti il cui affaccio è direttamente su strada.

 

Chiesa di Santa Maria in Valverde
(via Maironi da Ponte)

La prima notizia della presenza dell’edificio risale al 1494, quando la struttura venne affidata ai padri carmelitani del borgo storico perché vi organizzassero un monastero. Altre citazioni risalgono al 1720, dopo l’annessione alla Parrocchia di San Lorenzo, e al 1874 in occasione del suo completo restyling, tuttora attuale. La chiesa vanta uno dei cicli macabri meno noti del nostro territorio: ogni supporto è mobile, facilmente trasportabile ed esposto solo per pochi giorni l’anno. Se volete vederli, vi aspettano fino all’1 settembre.

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