Via Pignolo, la più bella di tutte
che finalmente sta rinascendo

Lei è il volto nuovo della storica via Pignolo, è il futuro. Si chiama Shaghayegh, ha trentacinque anni, un bel viso. Si trova a Bergamo da cinque anni, viene dalla Persia, dall’Iran islamico. Il suo bar nella piazzetta del Delfino è diventato il punto di riferimento di superstiti del quartiere storico, dei nuovi abitanti, dei turisti, degli studenti. S haghayegh Tabatabaee accoglie tutti con un sorriso ampio, cordiale. È un viso di speranza per questa strada che parte da porta Sant’Antonio, all’incrocio con via Camozzi e via Frizzoni e sale su fino alla porta Sant’Agostino. La strada più bella e più storica della Bergamo bassa, divisa in quattro parti.

La Nuova Pignolo. L’ultima parte è quella che chiamavano “Nuova Pignolo”, dal Delfino fino a Sant’Agostino, la Pignolo costruita con le Mura. Nella piazzetta del Delfino resistono ancora diversi negozi, qualcuno ritorna nelle case e ci sono anche stranieri, tante dimore diventano bed & breakfast: i residenti superstiti sentono il profumo di una nuova primavera.

 

 

La vecchia osteria Caprioli da ventisette anni si chiama bar Perry, il titolare è Pier Franco Scarpellini. Un locale antico, con tracce di affreschi, fotografie del borgo come era (molto simile a quello di oggi). Scarpellini è soddisfatto, dice che l’era dei bianchini e delle partite a carte fino a notte è finita, che adesso si lavora con i turisti e con l’università. E con i reduci della vecchia Pignolo, che abitano magari nei paesi attorno e che ogni giorno salgono per bere un caffè e per sentire l’atmosfera di quando erano ragazzi. Con il Perry resiste anche la pizzeria Genio dei Martiriggiano, ormai da quarant’anni in questo posto.

Il giornalaio è invece gestito da una ragazza che si è trasferita qui da un anno e ha trasformato l’edicola in un piccolo bazar dove trovi di tutto, dalla schiuma da barba alle scatole di pelati, ai cioccolatini, le sigarette, le cartine della città, i quaderni, biro, pastelli… Lei si chiama Cecilia Patelli, ha ventotto anni; le dà una mano il papà Gianfranco. Spiega Cecilia: «Sto recuperando il negozio, riportandolo a come era, il soffitto in legno, le pietre antiche. È un posto bellissimo».

 

 

La zona dei palazzi e dei negozietti. Scendiamo giù, verso il piano. La parte che guarda il Borgo Palazzo un tempo terminava con le Muraine e la roggia Serio. Le Muraine non ci sono più, ma la roggia Serio scorre ancora, sotto le vie Frizzoni e Camozzi. Lì si trovava la porta Sant’Antonio, abbattuta nei primi anni del Novecento insieme alle piccole mura. Oggi è rimasto il bar dell’angolo a ricordarne il nome. Il volto della strada dopo la piazzetta cambia, i portoni si allargano, si incontrano i primi palazzi nobiliari, quelli dei conti Marenzi (ora in vendita) e quello che fu del conte Carrara (quello dell’Accademia). Ma, nonostante i due palazzi, fino a quarant’anni fa questa era una zona popolare, piena di negozi normali: il fruttivendolo, i salumieri, il macellaio (se si guarda bene, sopra un negozio vicino alla piazzetta Santo Spirito, si notano ancora due teste di mucca scolpite). Piena di bambini e di ragazzi.

La parte monumentale. La terza parte della via dall’incrocio di via Verdi arriva alla chiesa parrocchiale e alla piazzetta del Delfino. È la parte monumentale, dimora delle grandi famiglie nobili dei Suardi, degli Agliardi. In uno dei palazzi si trova il museo diocesano. Edifici e portali del Cinquecento e del Seicento, per quella che era definita la “via di parata”, lo sfoggio della “potenza” bergamasca, giusto sulla strada che portava alla capitale, Venezia. E le chiese testimoniano la ricchezza, con le opere d’arte di Lorenzo Lotto, Giambattista Moroni, Bergognone, Andrea Fantoni.

 

 

Gli abitanti. Gli ultimi vent’anni del secolo scorso per Pignolo sono stati anni di spopolamento. Oggi la via cerca di rinascere. Conta 820 abitanti, di cui 146 anziani sopra i sessantacinque anni. L’indice di vecchiaia si calcola confrontando gli abitanti sopra i sessantacinque anni con quelli dai quattordici in giù. Ebbene, in Pignolo abbiamo 97 ragazzi contro i 146 anziani. L’indice di natalità è bassissimo: durante il 2016 si sono avute solo due nascite, siamo quindi attorno al 2,5 per mille. Per confronto si consideri che in via Quarenghi (la via più vitale di Bergamo) a fronte di 983 abitanti si ebbero 10 nascite. E l’indice di vecchiaia è invertito, per fortuna: 154 ragazzi contro 114 anziani. In via Pignolo, notiamo che anche la fascia giovanile è molto debole. I ragazzi fra i quindici e i diciannove anni sono ventinove. Per contro la fascia dai cinquantacinque ai cinquantanove anni è formata da 63 persone, quella dai sessanta ai sessantaquattro da quaranta persone. Insomma, lo sbilanciamento è evidente. Ma esiste un altro numero che fa pensare. La fascia di età più rappresentata in via Pignolo è quella che va dai quarantacinque ai cinquantaquattro anni con 148 persone: è l’età dei padri e delle madri con figli giovani, in teoria. In Pignolo questa fascia evidentemente si è rivelata poco incline a mettere al mondo figli.

La spinta dei commercianti: il Release 38. Ma la via vuole rinascere. Una bella spinta viene dai commercianti che, soprattutto nella parte bassa, sono presenti in gran numero e con attività particolari. Dalle specialità tedesche dell’ormai storico Marienplatz, al liutaio, al negozio Lego con le sue vetrine da sogno, alla ceramista, alla creatrice di gioielli, all’arte del tatuaggio. Riccardo Re fa il ciclista e il birraio. In via Pignolo, a due passi dalla piazzetta Santo Spirito, è possibile ammirare in una bottega dalle pietre che risalgono al Medioevo alcune biciclette di rara bellezza. Biciclette tedesche da città, ma anche adatte alle gite, con la trasmissione a cinghia dentata, e non a catena. Bici di alta qualità, le tedesche Schindlerhaver, di Berlino, le italiane Stelbel e Abici di Viadana, le Tokio Bike con le ruote piccole.

Riccardo Re, 43 anni, titolare del negozio, una lunga esperienza a Mediamarket, è specialista nell’avviare negozi. Racconta che questo è un sogno che aveva da molti anni. «Sono partito lo scorso anno qui in via Pignolo, in questo posto che mi piace moltissimo. Ho pensato di abbinare le mie passioni, la bicicletta e la birra, e per tutte e due le cose ho cercato un’offerta originale, di alta qualità. Qui da me si può venire per bere una birra e ammirare le biciclette, per comperare la bicicletta o ripararla e intanto mangiarsi un tagliere di prodotti tipici. Il mio negozio è anche un punto di tesseramento dell’Aribi. Io credo nella ciclabilità, nel fatto che la bicicletta può rendere la città più umana, più bella. Più adatta alla vita. Ci vuole solo un po’ di coraggio per scoprire che la bicicletta rende liberi. Bergamo è una città a misura di bicicletta».

L’Officina del Pensiero. Via Pignolo attira intelligenza. Dalla bottega della creatività ciclistica all’Officina del Pensiero il passo è breve: basta attraversare la strada. Oltre la vetrina si incontra Nicole Grammi che da Milano è venuta a Bergamo su consiglio di un amico. «Era febbraio, sono passata da via Pignolo e mi sono innamorata. Ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto aprire un negozio qui… il mio è negozio e laboratorio di ceramica, ma anche un temporary shop per chi vuole esporre le sue opere, per artisti e artigiani. Tengo corsi di ceramica per chi vuole imparare o affinare la sua arte, abbiamo tutto quello che serve, anche i forni».

Il mastro liutaio. Dall’Officina del Pensiero alla bottega dei violini il passo è pure breve, dieci metri. Matteo Pontiggia è liutaio, ha studiato a Cremona. La sua bottega in via Pignolo venne inaugurata esattamente dieci anni fa, nel 2007, alla vigilia della grande crisi. Dice Matteo: «Io costruisco strumenti ad arco, violini, viole, violoncelli… Per le riparazioni mi occupo anche di strumenti a pizzico, chitarre, mandolini, chitarre elettriche. Il lavoro c’è, stare in via Pignolo concilia questo tipo di impegno che ha bisogno di concentrazione, ma anche a un certo punto di distrazione, nel senso che esci dalla bottega e ti ricrei perché intorno c’è la storia, c’è armonia e anche dei buoni locali dove bere un caffè. Sarebbe bello che la via acquistasse un po’ di vivacità in più, senza per questo diventare una via commerciale e dozzinale. Credo che da parte dell’amministrazione comunale servirebbe un’idea chiara del ruolo di via Pignolo, adesso siamo a metà del guado, né carne né pesce. Come associazione delle botteghe ci diamo da fare, siamo una quarantina di associati. Una serie di concerti di musica di qualità in piazzetta S. Spirito sarebbe certo una bella iniziativa, della giusta capacità di richiamo».

Il caffè La Chicca e un imprenditore che ci crede. Lungo il tratto di via Pignolo che dalla piazzetta S. Spirito sale all’incrocio con via San Giovanni e via Verdi si trovano diverse, belle, fioriere. Poco oltre il palazzo Carrara si notano anche dei cartelloni che raccontano la storia della via. Sono iniziative di un imprenditore che ha fatto della bellezza di via Pignolo un punto fermo della sua vita. La moglie, Valbona Collaku, è la titolare della caffetteria La Chicca che a questa parte di via Pignolo, per anni spenta, è riuscita a dare nuova vita. Lui si chiama Giuseppe Arcifa, è nato a Genova, tra i carruggi. La sua è una famiglia di torrefattori (dal 1922), il caffè lo conosce molto bene. Racconta seduto al tavolino: «Siamo in via Pignolo dal 2010, io e mia moglie abbiamo amato subito questo luogo e abbiamo pensato che una proposta di qualità in un luogo come questo potesse attecchire. Oggi ci sono stati altri elementi contribuiscono a rivalutare la via, altre botteghe, l’arrivo dell’università, diversi edifici sono stati restaurati, via Pignolo è un luogo ideale.

Perché metto le fioriere e le bagno a giorni alterni lungo cento metri della via? Perché rendere un luogo bello e gentile è la chiave di tutto. Vede, ho preso anche la multa perché avevo messo un posacenere fuori dal negozio. Ho pagato, poi sono andato dai vigili a chiedere perché. La multa l’ho messa in un quadretto. Un’altra volta mi hanno detto che non ero autorizzato a lavare i tratti di via pieni di pipì dei cani, ne ho parlato, penso che abbiano capito. Certo che se ogni padrone portasse con sé un bottiglia d’acqua il problema sarebbe risolto. Comunque, il fatto è che bisogna crederci e che non si può aspettare sempre che sia il Comune a muoversi, siamo noi che dobbiamo darci da fare. Se un luogo è bello, la gente ci viene. Se un luogo è bello, tutti sono portati a stare meglio, anche le persone infelici. Non abbiamo problemi di ordine pubblico. Io non credo nelle saracinesche e nelle inferriate. Credo nella sorveglianza, questo sì. Ma soprattutto nella bellezza e nei portoni spalancati».

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