Il nuovo ristorante giapponese
aperto da un ingegnere brasiliano

Ci sono storie che sono come dei piatti. Un delicato mix di sapori in equilibrio tra loro, apparentemente agli antipodi ma, al palato, perfetti. Non stupisce quindi scoprire che Gustavo Vandsbergs, 35 anni, di professione faccia lo chef. È semplicemente il lavoro perfetto per un tipo come lui, cosmopolita e figlio di una cultura dalle mille sfaccettature come quella brasiliana. Per anni ha immagazzinato idee, sensazioni, sapori. E ora è possibile conoscere questo suo mondo al Gu’, il nuovo ristorante nella piazzetta di via Sant’Orsola. Un ristorante giapponese dalle forti influenze brasiliane e occidentali. Per capire meglio la sua cucina, però, è necessario partire dall’inizio (o quasi).

Gustavo, è vero che lei è un ingegnere?
«È vero, confermo».

 

 

E cosa ci fa qui?
(Ride, ndr) «Seguo la mia passione. Una passione che ho sin da ragazzino, ma che non ho capito subito dove mi potesse portare. Così mi sono laureato in Ingegneria chimica e per un po’ ho lavorato in quel mondo».

Poi?
«Poi mia moglie, che allora era la mia fidanzata, un giorno mi disse che stava aprendo un’importante scuola di cucina vicino a San Paolo, la nostra città. E sapendo il mio amore per la cucina, mi spinse a provarci. Iniziai a seguire dei corsi serali continuando a lavorare».

Quando è scoccata la scintilla?
«Subito, ma avevo paura. Avevo un buon lavoro, guadagnavo bene. Non era facile. Alla fine è stata Camila, mia moglie, a convincermi».

Come la prese la sua famiglia?
«Non benissimo… Ricordo quando arrivò a casa l’attestato di laurea. Lavoravo ancora come ingegnere ma mi stavo convincendo a seguire questa passione. Mio padre mi chiamò contentissimo e mi chiese dove volevo che appendesse la laurea. Io gli risposi, ridendo, di metterla sopra la cucina a gas. Si incazzò un sacco (ride, ndr)».

È venuto qui per fuggire?
«No, assolutamente. Semplicemente, finita la scuola di cucina e dopo aver fatto diversi lavori, capii di dover ampliare i miei orizzonti. Frequentai allora un master in cucina italiana vicino ad Asti. Finito quello, ho lavorato in diversi ristoranti stellati, tra cui l’Artigliere di Davide Botta. Esperienze uniche, incredibili».

Che anno era?
«Sono arrivato in Italia nel 2007. Però per un anno ho vissuto a New York per un’occasione di lavoro. E andò tutto benissimo, tanto che alla fine mi offrirono anche un contratto. Ma rifiutati e tornai in Italia». Perch é? «Là la cucina è un business, qua è passione».

Di nuovo in Italia, che ha fatto?
«Ho lavorato a Milano, al Finger’s Garden, il ristorante di Roberto Okabe (uno dei pionieri della cucina giapponese in Italia, ndr) e di Clarence Seedorf (ex centrocampista e allenatore del Milan, ndr)».

E come è arrivato a Bergamo?
«La prima volta…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 12 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 10 maggio. In versione digitale, qui.

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