Le vittorie della Virtus Bergamo
Il volto giovane e buono del calcio

Di cosa parliamo quando parliamo di calcio? «Di passione, volontà, autostima. Di un forte senso di responsabilità. Io sono un insegnate, ma in questa fase storica si è sempre di più educatori. Per motivi sociali l’educazione è compito della scuola, o magari della squadra di calcio. E allora bisogna dire a questi ragazzi che cosa vuol dire stare in gruppo, spiegare che cos’è l’egoismo e che cosa la responsabilità. Perché oggi è la squadra, ma domani sarà la famiglia».

Di cosa parliamo quando parliamo di calcio lo spiega bene Mirko Togni, allenatore della Virtus Bergamo, campione d’Italia con la Juniores. Battendo il Sansepolcro in una finalissima «epica, leggendaria», come la definiscono i dirigenti bianconeri, la società bergamasca ha raccolto i frutti di un anno di lavoro (primo titolo Juniores della storia del club), ma anche i sacrifici che in questi anni dirigenza e staff hanno fatto. Eppure il calcio non è solo quel che si vede in superficie. In alto stat Virtus. Perché i valori contano.

 

 

Togni ha 53 anni, insegna Informatica all’Itis di Bergamo e allena da quattordici. Negli ultimi otto ha preso in mano la Juniores della Virtus e ha vinto la bellezza di sette campionati prima di accedere alle finali. Ma quel che conta davvero è soprattutto lo spirito: «Da ragazzino giocavo nell’Atalanta, poi Virescit. Mi sono fatto male al ginocchio e a trent’anni ho smesso. Ho diverse cicatrici. Deluso, e allora lascio il calcio per una decina d’anni. Ma le domande ritornano sempre: Mirko, cosa ti piace fare nella vita? La prima risposta che mi sono dato è stata: “Il calcio”. E allora mi sono messo sotto di nuovo, piano piano. Ho speso anche soldi per capire cosa c’è nel mondo del pallone: sono andato a vedere il ritiro di Luis Enrique alla Roma, ho seguito Conte. Uno si deve aggiornare. Il giorno che ho preso in mano la Juniores, otto anni fa, me lo ricordo: era una squadra con ragazzi di tre annate diverse, poco da chiedere ma tanto da dare, e ci allenavamo con la pioggia, il campo ghiacciato, alle undici di sera eravamo ancora lì a provare. È questo che certo a trasmettere ai ragazzi, ed è bello quando ti guardano e capiscono».

 

 

Non è solo Togni, tutta la Virtus Bergamo sa di cosa parlare quando parla di calcio. Anche se ha sessant’anni, «ormai sono uno sgamato», il presidente Ezio Morosini è un altro di quelli che crede nei giovani e nella loro crescita. Sportiva, sì. Ma anche etica e morale. «Dietro la vittoria del titolo nazionale c’è una storia che parte da lontano – dice lui -, dall’Ardens Cene, quando Giancarlo Pezzoli, Roberto Marconi e Walter Bonati sono entrati in Seconda categoria e hanno iniziato a fare le cose in grande fino all’Eccellenza. Era il 2002». Il percorso della Virtus Bergamo è stato lungo, ricco di soddisfazioni. Puntando forte su un aspetto che in Italia non è sempre facile gestire: il settore giovanile. Tre anni fa la vittoria dello scudetto Allievi contro il Futbol Club di Roberto Baronio, mentre nel 2014/2015 la finale persa per un pelo dalla Juniores contro la Vigor Perconti. «Come facciamo? Bisogna trovare le persone giuste e avere una progettualità – dice Morosini -. Qui Alberto Ghisleni, a capo del settore giovanile, ci ha dato un’impronta da professionisti».

 

 

La Virtus Bergamo è una delle società più in vista: dodici squadre del settore giovanile, duecentocinquanta ragazzi in tutto. Un bacino per le grandi squadre professionistiche. Negli ultimi anni moltissimi sono passati in club come Inter, Milan, Brescia. Lo scouting è curato nei dettagli. Al punto che, dice Morosini, «molti adesso riconoscono la nostra professionalità e si fidano». Niente trucchi, niente inganni: «Spediamo il doppio degli altri». Ma l’aspetto economico è una necessità. Quel che fa la differenza è l’umanità, l’attenzione ai ragazzi. Prima della finale di Forte dei Marmi, Togni ha riunito tutti i suoi ragazzi nello spogliatoio. Leonardo Alpago, capitano l’anno prima, gli aveva chiesto di tenere un discorso a tutta la squadra. Anzi, meglio: «Prima lo ha chiesto al capitano e poi a me. È stato bello. È questo che vuol dire stare in gruppo, è questo che conta. Alla fine ho fatto una battuta: “Pronto per fare il mister?”, gli ho detto. Tutti a ridere. Poi siamo andati a giocare e abbiamo vinto».

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