Nel blu di uno smartphone
i volti sospesi del Liceo Artistico

Avevamo scritto del Liceo Artistico Giacomo e Pio Manzù di via Tasso (Bergamo) già l’anno scorso, quando una mostra della 4°D intitolata Le donne che leggono sono pericolose aveva addirittura attirato, per la peculiarità dell’idea e la qualità della realizzazione, l’attenzione de La Stampa. Si trattava, allora, di una performance fotografica tutta al femminile diventata poi una mostra, nella quale, sotto la supervisione del professor Enrico De Pascale ma da un’intuizione tutta loro, le liceali riproponevano pose e ambientazioni di quadri raffiguranti donne in lettura.

Qualche giorno fa, un altro bel lavoro, sempre firmato 4°D Liceo Artistico, indirizzo Arti Visive. Anche qui, un’esposizione ad ingresso libero, visitabile fino al 21 maggio nell’atrio della scuola. E anche qui, una performance fotografica collettiva, con dietro un’ispirazione interessantissima. Innanzitutto, si intitola Deep Blue (dal titolo di una canzone dell’ex-Beatles George Harrison), perché il blu è il colore che rimane, quasi l’unico, quando, a luci spente e nel buio delle nostre camere, accendiamo lo schermo dello smartphone.

Naturalmente, la campagna nasce dal desiderio di osservare e ritrarre un certo modo di stare al mondo, o perlomeno di interagire con lo strumento più potente e rivoluzionario dei nostri tempi, se non altro perché onnipresente: il dispositivo mobile. Protesi quasi irrinunciabile del nostro corpo, presenza incombente nella nostra quotidianità, compagno di tanti momenti, tiranno insostituibile di svariate esigenze. «Poteri ambigui», si legge nel comunicato di presentazione della mostra, che suscitano se non altro riflessioni e rielaborazioni.

Da qui, allora, nasce Deep Blue, una serie di suggestivi ritratti di volti illuminati, appunto, solo dalla luce dello smartphone. Sono visi sospesi, immersi in una finestra che conduce lontano, quasi scolpiti dal chiaroscuro, velati da un’aura liquida e soffusa di inconsistenza. «Come strane creature immerse nelle profondità di una realtà lontana, quasi subacquea e sottomarina». Scrive la studentessa Alice Merelli, nel testo introduttivo all’esposizione: «Deep Blue è la nostra realtà come non l’abbiamo mai vista. Queste fotografie ci vogliono mostrare un mondo in cui siamo letteralmente immersi ogni giorno e che proprio per questo non riusciamo a vedere. Il semplice gesto di guardare lo schermo di un cellulare, azione (sfortunatamente?) icona della società odierna, ci trasfigura. Ora siamo volti sospesi in un mondo alienato. Gli sguardi sono vicini eppure infinitamente lontani, risucchiati all’interno di uno spiraglio di luce. Una porta verso nuovi mondi? Un non-luogo dove perdersi? A cosa stanno pensando? E soprattutto dove sono? Mentre il nostro corpo è limitato dallo spazio, la nostra mente può spostarsi in qualunque posto nel tempo di un secondo. Non c’è un limite. Un sogno? Un incubo? Guardiamo questi volti e ci chiediamo se mai torneranno indietro. Forse aspettiamo che quel momento pietrificato nel tempo ricominci a scorrere, che venga liberato, un po’ come i loro occhi incatenati allo schermo. Aspettiamo che ci guardino. Possiamo solamente sperare che non si siano persi».

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