Basta dire «aiutiamoli a casa loro»
È gente che non ha casa né patria

Venerdì 7 luglio, sul nuovo quotidiano digitale del PD, Democratica, viene pubblicata una frase di Matteo Renzi, estratta dal suo nuovo libro, Avanti: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». La suddetta frase, montata su un’immagine a fondo blu e divisa in due parti di cui quelle riferite al concetto “aiutiamoli a casa loro” in stampatello più grande, è stata ripostata sui social del PD e poi – a polemica sorta – rimossa poco dopo. Orlando, tra gli altri, ha detto che la presa di posizione non è di sinistra, Salvini ha ripreso e rilanciato il post raccomandandosi di «scegliere l’originale», il polverone degli scandalizzati si è alzato, Renzi ha ribattuto con: «Oggi l’anticipazione di Avanti sull’immigrazione tocca temi delicati. I soldi per la cooperazione internazionale, innanzitutto: aiutiamoli a casa loro significa aumentare i denari per la cooperazione internazionale, noi lo abbiamo fatto. Questo significa “aiutiamoli a casa loro”: non è retorica ma è un progetto articolato, complessivo». Sarà. Ecco cosa scrivevamo a proposito in un nostro articolo datato luglio 2015. Sì, due anni fa.

 

 

«Bimba siriana diabetica muore sul barcone: i trafficanti le avevano gettato in mare lo zainetto con l’insulina». Poi ci hanno gettato anche lei. «Angela Merkel fa piangere una bambina palestinese rifugiata: “Mi dispiace ma la Germania non può ospitare tutti”». Riprovi domani. «Migranti, al via il recupero dei corpi del peschereccio affondato con 700 a bordo». «Ennesima tragedia nel Canale di Sicilia: annegati in cinquanta, novanta, trecento»… E chi li conta più, oramai. Il Veneto è al collasso. La Lombardia non è in grado di ricevere altri rifugiati. A Roma hanno messo su un casino della malora per 19 persone. In Friuli ne hanno già tanti che gli arrivano dal confine orientale e la Serracchiani… Cosa fa la Serracchiani? Qualcosa farà.

E infine la meravigliosa: «Piuttosto, aiutiamoli a casa loro». Aiutiamoli a casa loro. Soluzione geniale che fa venire in mente quel passo de L’interpretazione dei Sogni in cui il dottor Freud, nel tentativo di far comprendere ai colleghi dell’Università di Vienna come i bambini non attribuiscano alla morte il valore tragico che ha per gli adulti, riporta la frase di un orfano di giornata: «Sì, mamma, che papà sia morto l’ho capito benissimo. Quel che non capisco è perché non torni a cena». Che è come dire: lo so che sono dei migranti, solo non capisco perché non se ne stiano a casa loro. Illustri Colleghi! Ma dove ce l’hanno, la casa, quelli dei barconi o del confine orientale? È così difficile capire che l’Africa tra il Golfo di Aden a est – Capo Guardafui – e il Golfo di Guinea a Ovest, e su su fino alla Libia, è ormai una immensa Haiti di cui qualcuno comincia a rendersi conto che non si riprenderà più dopo il terremoto di qualche anno fa, perché è tutta macerie e bande di assassini?

Nelle antiche carte si scriveva, immediatamente a sud delle Libicae Arenae (il deserto della Cirenaica e della Tripolitania): Hic sunt Leones. Oggi si dovrebbe scrivere, nel maccheronico di Teofilo Folengo: Gentes ibi se ammazzant l’unus l’altrum e nessuno può andare a controllare quel che succede. E se non riusciamo nemmeno a trovar posto a cinquanta persone a Bergamo o in Val d’Aosta, come si pensa di riuscire ad aiutare le bande di sbandati che scorrazzano a Mogadiscio e dintorni sulle loro technical (i pick-up equipaggiati con mitragliatrici o lanciarazzi, così diffusi da far chiamare Guerra della Toyota un vicino conflitto), o come si pensa di intervenire in quella terra di nessuno (cioè di Al-Shabaab) che è il confine tra Kenia e Somalia a sud di Kismayo? O forse qualcuno immagina già di requisire qualche albergo sulla costa per dare sistemazione – sia pur provvisoria, s’intende – alle centinaia di migliaia di residenti e nomadi sparsi dal Sinai alla Nigeria passando per il Ciad e il Burkina Faso, alle orde che si spostano pressate su camion dalla Somalia fallita alla Libia altrettanto fallita passando per l’Eritrea divenuta un ergastolo a cielo aperto e il Sudan dove i predoni Rashaida rapiscono gli Eritrei dentro e fuori dai campi profughi come quello di Shegarab per poi venderli ai beduini in Egitto, che a loro volta li usano come fornitori d’organi – fegato, reni e altro ancora – ai ricchi del mondo arabo?

Aiutiamoli a casa loro. In Cecenia, magari. Dove dei palazzi – dopo il conflitto con Mosca – resistono solo gli scheletri. O nel Donbass, dove gli Ucraini dicono «Via i Russi!» e i Russi dicono «Fuori di qui gli Ucraini!» e intanto continuano le stragi a giorni alterni. Magari in Nigeria, dove Boko Haram fa quel che gli pare, o in Ciad – Tschad in francese – dove i Francesi, appunto, vorrebbero far andare le cose a modo loro, gli stessi Francesi che hanno combinato quel che hanno combinato in Libia coinvolgendo mezza Europa in un’avventura da cui non sapevano nemmeno loro come uscire, ammesso che abbiano mai saputo come entrarci. O direttamente nel Corno D’Africa, nella regione ove fiorì un tempo il prospero Somaliland di cui si legge: «Fu uno Stato indipendente nel territorio della moderna Somalia esistito per pochi giorni» e dove la cooperazione italiana non è riuscita a far altro che smaltire i rifiuti tossici della Italiana Compagnia delle Mafie e a far arrivare il carico d’armi che, salpato da un porto del Baltico e intercettato dalla povera Ilaria Alpi – a quanto hanno riferito – è costato la vita a lei e al suo operatore e quindici anni di carcere a un poveretto che tutti sapevano che non c’entrava niente con quella storia ma, tant’è, qualche poveretto ci voleva, per far finta di aver chiuso le indagini.

Aiutiamoli a casa loro, noi che non riusciamo nemmeno a far rientrare a casa loro gli Aquilani. Dovremmo forse aiutarli in Siria, in Iraq, in Kurdistan, nomi di Stati divenuti nomi di macerie e cecchini da cui si levano ogni giorno scene d’orrore sempre più orrorose e indecifrabili.

Non ce l’hanno più la casa, i milioni di persone di cui approdano ogni giorno alle nostre spiagge le avanguardie dei superstiti sfiniti di fame e di stenti. E non ce l’hanno, la casa, non solo perché non esiste più uno Stato, o uno straccio di organizzazione qualsiasi, nei loro territori. Non ce l’hanno perché quelli che comandano in quei deserti di violenze e saccheggi non sono più uomini nel senso che siamo soliti attribuire alla parola “uomo”, ossia “uomo civile”.
Quando morì il mostruoso Enver Hoxha, il dittatore che era riuscito a isolare l’Albania dal resto del mondo rendendola più povera di quanto non fosse mai stata, che l’aveva disseminata di bunker, che aveva imprigionato e fatto sparire non si sa ancora quanta gente, la cosa che colpì l’attenzione degli osservatori e degli antropologi fu il fatto che i giovani cresciuti in quel regime, che avevano conosciuto solo le forme di rapporto che la dittatura aveva permesso e a cui aveva dato luogo, erano umanamente monchi. Per diversi anni gli albanesi furono i criminali più feroci sulla piazza, isolati da tutti persino all’interno delle strutture della Caritas. Nemmeno i marocchini volevano averli nel loro corridoio. Non erano feroci perché erano albanesi: erano così perché non avevano avuto nemmeno l’Albania. Erano così perché non potevano nemmeno immaginare che ci si potesse comportare in un modo che noi chiameremmo umano. E ora, si può forse pensare di intervenire su un territorio vasto dall’Oceano Indiano all’Atlantico, popolato da migliaia di etnie in conflitto fra loro, al centro di interessi internazionali di tutti i tipi, con la stessa bassa tecnologia diplomatica e le stesse risorse abborracciate (ricordate la Missione Arcobaleno, coi pannolini sparsi per ogni dove?) con cui si pensò di tranquillizzare la piccola e povera Albania provocando tra l’altro – perché anche questo andrebbe ricordato – una guerra come quella del Kosovo? Ovviamente no.

E dunque, prima di trovarci nuovamente a piangere con la piccola palestinese di Berlino, prima di commuoverci per un altro zainetto con morticina al seguito e assistere impotenti e commossi al pianto disperato del suo genitore (laureato in economia), prima di sentir commentare l’ennesima strage dell’Is, domandiamoci se non sia il caso di finirla con questa storia dei profughi o dei migranti. Chiediamoci se non sia il caso di piantarla anche col ritornello che ci ricorda che anche noi siamo stati, un tempo, migranti, e dunque… dunque cosa? Noi andavamo in America una nave per volta, lasciandoci alle spalle u’ giardinettu co ‘a cantina e u’ vin dove pensavamo di tornare a posar ‘e ossa. Santa Lucia era lontana, il golfo di Sorrento anche, ma vi si poteva comunque tornare quando la nostalgia fosse troppo forte.
Oggi non siamo più di fronte a un problema di migranti. Siamo di fronte a una nuova forma di deriva dei continenti: solo che una volta si spostavano le zolle tettoniche, adesso si muovono i popoli che ci vivono sopra. Gli Yazidi cacciati dall’Iraq non sono profughi: sono come gli antichi popoli indoeuropei – i Dori, i gli Eoli, i non sappiamo chi altro – che dal Pamir raggiungevano la penisola balcanica e da lì non si muovevano più se non per andare oltre. Non sono – quelli che provengono dalla Siria e dalle zone confinanti – migranti fra i quali si deve capire chi ha diritto di asilo e chi no: sono come i Goti, gli Alani, i Vandali a cui dobbiamo il nome di Andalusia. Non hanno nessuna intenzione di tornarsene da dove sono venuti. E non ne avranno nemmeno l’occasione perché la loro casa non c’è più e, come a Gaza, non ci sarà chi gliela potrà ricostruire.

La terra, i popoli che vivono sulla terra, si stanno muovendo come una colata di glassa su una torta in movimento, come l’olio fuoruscito da una damigiana si allarga sul pavimento. Commuoverci per la bambina cui la donna più potente del mondo dice: «Mi dispiace, non possiamo far tutto» (che per la bambina vuol dire: «Non posso far niente per te») è una buona cosa, ma non centra il problema. Pensare misure tampone e a breve scadenza non serve a niente. Le Onlus – le poche serie, non le tante pensate soltanto come un modo per riciclare denaro – possono operare come ospedali da campo. Per tutto il resto occorrono pensieri e proposte vaste, decisioni che non si limitino ad autorizzare bombardamenti qua e là o a definire la composizione di contingenti di Caschi Blu che si dimostreranno inevitabilmente o impreparati o incapaci quando il gioco, da qualche parte, si farà duro. Ricordate gli Olandesi a Srebrenica. O la magnifica Opération Turquoise voluta e condotta dai francesi, sotto autorizzazione ONU, quando la strage fra Utu e Tutsi, costata tra 800mila e 1 milione di persone, si era ormai consumata.

Occorre un pensiero globale e un soggetto politico altrettanto globale che abbia la forza di durare per tutto il tempo in cui nessun intervento sarà risolutore, e la tenacia di reggere anni e anni di prevedibili disfatte, per potersi presentare attrezzato nel giorno – non sappiamo quanto lontano – in cui si aprirà uno spiraglio nelle presenti, momentaneamente inoppugnabili tenebre. Lo spettacolo offerto dall’educato rifiuto degli Stati del Nord Europa a ricevere profughi – gli Stati di Millennium, che non hanno ancora digerito il Nazismo, pieni di gente che odia le donne, per dirla con Stieg Larsson -, lo show regalatoci in questi giorni dallo sguardo del dottor Scheuble incapace di superare i confini della sua Brisgovia non incoraggiano, comunque, alcuna speranza. Non perché Scheuble sia Scheuble, ma perché sono tanti a pensare, come lui, che la sola cosa che conti sia il benessere lindo del giardinetto antistante la loro casa. Un pensiero che, con buona pace di tutti coloro che avrebbero voluto che la Grecia si presentasse a Bruxelles accompagnata dai genitori, non reggerà a lungo. Quando i popoli della fame, come li chiamò il grande papa Paolo VI anni fa, si presenteranno nelle nostre cucine a chiedere primo, secondo e dolce armati di kalashnikov, non ce ne sarà più per nessuno.

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