Italcementi, un amaro finale

La crisi post 2008 su Bergamo e la sua provincia ha avuto lo stesso effetto di una guerra. E sul terreno sono rimaste molte vittime. Hanno pagato un po’ tutti, e anche se ora, numeri alla mano, Confindustria esulta («La crisi è finita», ha detto il presidente Galizzi), le ferite bruciano ancora.

La crisi e l’accordo con Heidelberg. Anche un colosso come Italcementi ha pagato lo scotto. Da 70 milioni di tonnellate di cemento prodotte, l’Italia è crollata a 19 milioni. E le stime parlano di un ulteriore calo del 5 percento per il 2016. Per questo, l’accordo tra l’industria dei Pesenti e i tedeschi della Heidelberg, annunciato nel luglio 2015, era stato accolto dai mercati come una bella opportunità. A Bergamo però erano stati in molti a storcere il naso. A distanza di oltre un anno, a closing avvenuto (l’1 luglio scorso) e in piena transizione, la sensazione è che avessero ragione sia gli uni che gli altri. Italcementi avrà un futuro, ma non lo avrà a Bergamo.

 

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Il piano industriale dopo l’acquisizione. Nell’aprile scorso Heidelberg ha presentato il Piano industriale, la riorganizzazione di Italcementi in seguito all’acquisizione del pacchetto di maggioranza dell’azienda (1,7 miliardi per il 45 percento che era di proprietà dei Pesenti, l’OPA obbligatoria sul restante azionariato si è conclusa poche settimane fa e dal 12 ottobre Italcementi non è più quotata alla Borsa Italiana). Risultato: su oltre 500 dipendenti, a Bergamo ne rimarranno un centinaio. In più di 400 perderanno il posto di lavoro a giugno 2017. Quello che era il centro direzionale dell’azienda, ora diventerà un presidio territoriale di Heidelberg. Del resto, anche i tedeschi hanno le loro ragioni: il mercato del cemento nel Sud Europa è in crisi e far loro gola non era l’Italia, quanto gli stabilimenti di Italcementi in Nord Africa, Turchia e Asia, mercati lucrativi in cui Heidelberg subiva la concorrenza tricolore.

 

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La chiusura al dialogo. Quel che però viene contestato ai tedeschi è la mancanza di apertura al dialogo. In oltre un anno, autorità locali e sindacati non hanno mai avuto modo di confrontarsi con Bernd Scheifele, CEO di Heidelberg, o con un’altra figura apicale della multinazionale. Interrogata al riguardo, Italcementi risponde: «Sono in corso contatti tra il management Italcementi e gli organi governativi per monitorare la situazione e valutare eventuali azioni. I manager della società non si sono mai sottratti al confronto con le parti sociali». Eppure anche il Governo sta trovando difficoltà. Il ministro Carlo Calenda, a Bergamo per l’assemblea di Confindustria, si è detto «preoccupato per la trattativa con Heidelberg».

E la ricerca è ferma, almeno qui. Ora, oltre che una grande fetta dell’industria bergamasca, il rischio è che a scomparire sia anche il patrimonio di innovazione e ricerca a cui Italcementi ha dato vita. L’iLab al Kilometro Rosso, infatti, potrebbe presto essere svuotato. E sebbene uno degli obiettivi dichiarati dal Governo sia quello di tutelare almeno questa eccellenza, le possibilità che ciò avvenga sono ridotte. Heidelberg, infatti, che fino a un anno fa non aveva alcun centro di ricerca, ora ne sta costruendo uno in Germania. E dall’iLab si viene a sapere che è da mesi che non si lavora a nuovi progetti. Ci vuol poco a trasferire brevetti e know how da un Paese all’altro. Giunti a questo punto, essere ottimisti è difficile. I margini di trattativa sono quasi nulli.

 

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I 400 licenziamenti. E i sindacati stanno già pensando a come sostenere 400 licenziamenti. Italcementi fa sapere che «l’acquisizione non ha avuto conseguenze sul piano industriale di Italcementi che sta alla base dell’accordo sottoscritto dall’azienda e dalle parti sociali nel dicembre 2015». Ma con i mezzi attuali, riuscire ad aiutare così tante persone è praticamente impossibile. La speranza è che il Governo conceda l’applicazione del cosiddetto “ex articolo 42”, ovvero finanziamenti ad hoc per casi particolari e di rilevanza nazionale. Di Italcementi a Bergamo non si sa che ne sarà. Ma l’impressione è che tutte le speranze che avevano accompagnato i primi mesi dopo l’acquisizione siano andate deluse. Una fine amara e silenziosa.

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