Trent’anni di morale ai politici
e i magistrati si scoprono corrotti

«Siamo di fronte a un passaggio delicato: o sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti»: così martedì 4 giugno David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura ha concluso il suo intervento davanti a quel che resta dell’organo di autogoverno dei giudici. Infatti, in seguito all’inchiesta partita dalla procura di Perugia, ben quattro componenti si sono autosospesi. Ermini è il numero due del Csm perché va ricordato che il presidente è per legge il presidente della Repubblica e quindi Sergio Mattarella. Quindi è facile pensare che le parole del vice riportassero il pensiero del Quirinale.

È un giudizio che non nasconde la gravità di quello che è accaduto. «Gli eventi di questi giorni sono una ferita profonda e dolorosa alla magistratura e al Consiglio superiore», ha detto Ermini.« L’associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e di democratizzazione della magistratura. E ancora oggi svolge un ruolo prezioso. Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l’operato del Csm».

 

 

Dopo aver predicato moralità alla politica per trent’anni, la magistratura dunque è ora sul banco degli imputati. Al centro dei fatti c’è Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e membro dimissionario del Csm. Su Palamara pende il sospetto di aver sviluppato rapporti inopportuni, accettando soldi e regali, con Fabrizio Centofanti, ex capo delle relazioni istituzionali di Francesco Bellavista Caltagirone, un lobbista arrestato nel febbraio 2018 per frode fiscale, considerato vicino al Partito democratico. Il tutto per facilitare la nomina a procuratore capo di Gela di Giancarlo Longo; nomina poi bloccata da Sergio Mattarella, presidente del Csm.

Palamara a quanto pare era anche interessato alla nomina del nuovo procuratore capo di Perugia, posizione resa libera per il pensionamento del capo Luigi De Ficchy (la procura di Perugia è quella che ha la titolarità nelle inchieste sulla magistratura romana). Per questo la procura di Roma aveva inviato a fine maggio un avviso di comparizione anche al consigliere del Csm Luigi Spina e al pubblico ministero di Roma Stefano Fava, entrambi indagati per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento: tra aprile e maggio di Fava e Spina avrebbero informato Palamara degli accertamenti a suo carico presso la procura di Perugia.

L’inchiesta ha portato alla luce anche la trama di incontri notturni romani che coinvolgevano anche due personaggi del Pd, Cosimo Ferri e Luca Lotti, già esponenti del governo Renzi. In particolare Lotti si sarebbe dimostrato molto sensibile alla partita per la poltrona di procuratore aggiunto a Roma, dov’è imputato per il caso Consip e dove è in uscita il grande nemico del gruppo Palamara, Giuseppe Pignatone.

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