Oltre la polemica sulla scuola
Quelli che combattono il bullismo

La scuola nel ciclone del bullismo. Sarà per il clima da fine anno, sarà per l’accavallarsi casuale di episodi che attraverso i social conquistano le prime pagine dei giornali. Non mancano le polemiche, come quella lanciata un po’ improvvidamente da Michele Serra nella sua rubrica quotidiana sulle pagine di Repubblica: prendendo spunto dall’episodio di Lucca dove uno studente ha minacciato davanti a tutti un prof, pretendo di avere il 6, il commentatore si è lasciato andare a un ragionamento classista. Secondo lui gli episodi di bullismo attecchiscono negli istituti tecnici più che nei licei, perché lì arrivano i figli di famiglie emarginate, che non sono in grado di dare un’educazione ai loro figli. È un ragionamento che fa specie, perché viene da un intellettuale di professata fede progressista.

Cosa dicono i numeri. Soprattutto è un ragionamento che non ha riscontri con la realtà, come dimostra la ricerca Istat resa nota lo scorso anno: tra gli studenti delle superiori le vittime più numerose sono tra i liceali (19,4 per cento), seguiti dagli studenti degli istituti professionali (18,1 per cento) e degli istituti tecnici (16 per cento). Ci sono differenze anche tra Nord e Sud: il fenomeno è più diffuso nelle regioni settentrionali, con il 23 per cento dei ragazzi fra 11 a 17 anni. Insomma anche i numeri smentiscono Serra.

 

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Lettera di una professoressa. Se non bastassero i numeri ecco anche le testimonianze: come quella di Chiara G., insegnante di storia e italiano in un istituto professionale alle porte di Milano. Una sua lettera è finita in prima pagina sul Corriere della Sera. «Soprattutto negli indirizzi più “umili”, non ci si vergogna di tenere i ragazzi – e noi – in luoghi che calpestano la nostra dignità. Dai soffitti della mia scuola piovono pezzi di intonaco sui ragazzi che invece di minacciare scioperi e scrivere ai giornali locali trovano la cosa così normale da limitarsi a chiedermi di andare in bagno a togliersi i pezzi dai capelli». La professoressa poi elenca le altre umiliazioni quotidiane a cui sono sottoposti i suoi allievi per il degrado delle strutture, a cominciare dall’impraticabilità dei bagni: le ragazze evitano di bere per non avere necessità di andare in toilette degradate.

Cosa vuol dire quella lettera? Che se si vuole combattere il bullismo bisogna anche dare una diversa dignità ai contesti fisici della scuola. In secondo luogo la lettera è un’indiretta risposta a Serra (che non viene mai citato): venga a vedere in che condizioni devono studiare gli studenti di famiglie meno abbienti costretti a frequentare istituti a cui si dedicano infinite meno attenzioni rispetto ai “nobili” licei di centro città.

 

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I progetti anti bullismo. Si parla tanto di bullismo, ma poco si parla dei tanti sforzi che si stanno facendo per arginarlo. L’Italia è quasi un laboratorio di esperienze, a cominciare dal progetto ministeriale ribattezzato Generazione Connesse, che è stato sperimentato in 2965 istituti. Sempre il ministero ha varato il portale Elisa (acronimo per “E-learning degli insegnanti sulle strategie antibullismo”) che doterà le scuole di strumenti per intervenire efficacemente sui temi del cyberbullismo e del bullismo. Ma le proposte sono variegate. C’è il modello No-Trap che si fonda sull’educazione tra pari. C’è il metodo finlandese KIVa che lavora più sugli studenti spettatori che sul bullo stesso. Il rap è uno strumento molto incisivo: «Ogni teppista è solo un egoista» è la canzone sulla bocca degli studenti dell’Istituto Largo Oriani di Roma. E se non c’è il rap, ci sono le lezioni di empatia, di derivazione danese: ogni studente impara a mettersi nei panni dell’altro.

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