Antonio Parimbelli, il notaio saggio
della generazione che ha vinto

Antonio Parimbelli è nato a Bergamo il 3 giugno del 1927. Ancora ragazzo, durante la guerra, ha fatto la staffetta per i partigiani («Portavo le mitragliatrici in campagna, a Canonica d’Adda, le lasciavo fra i rami dei gelsi»). Si è diplomato al liceo classico Paolo Sarpi dove ha conosciuto Carlo Leidi e Beppe Chiarante, compagni di classe. Insieme a loro e con Luigi Granelli, Piero Asperti e Lucio Magri faceva parte del gruppo di giovani della Democrazia Cristiana che venne espulso dal partito nei primi Anni Cinquanta per le idee considerate troppo di sinistra. Nonostante ciò, la Democrazia Cristiana alla fine degli Anni Cinquanta chiese a Parimbelli di candidarsi come sindaco di Cologno al Serio. Comunisti e Socialisti lo sostennero e Parimbelli accettò. Ha fatto la pratica notarile dopo la laurea in Giurisprudenza dai notai Leidi, divenne in seguito notaio della Banca Popolare di Bergamo e della Diocesi («Con il vescovo Oggioni ci incontravamo in Curia la mattina alle 7.30»), nonché componente del consiglio di amministrazione della Banca Popolare. Attualmente è presidente dei consigli di amministrazione della Fondazione Montessori e della scuola Fantoni.

 

 

A vederla salire le scale sembra che lei abbia compiuto sessant’anni. Non novanta.
«Io cerco di non fermarmi mai, di camminare, di restare autonomo. Lo faccio anche per ragioni etiche: non voglio pesare su nessuno; certo, con questo caldo devo stare attento perché la pressione va giù… Cerco di seguire un regime di vita sano, regolare, mangio un po’ di tutto, ma soprattutto frutta e verdura».

Lei ha ricoperto nella sua vita incarichi importanti. Adesso è presidente di due scuole, la Fondazione Montessori e la scuola d’arte Andrea Fantoni. È un caso?
«La Banca Popolare di Bergamo ha diritto a un consigliere in tutti e due gli istituti. Una volta, una ventina di anni fa, il presidente della Popolare, Zanetti, mi disse di entrare nel consiglio della Fantoni perché era a due passi dal mio studio. Tutto qui. Con la Montessori è andata in modo simile».

Tutto per caso.
«Sì, sono entrato per caso, ma poi sono rimasto perché mi sono reso conto dell’importanza di queste istituzioni, ho pensato che ci fosse la possibilità di aiutarle a funzionare bene. Di aiutare i ragazzi, alla fine. Credo che sia una cosa molto importante. Per quanto riguarda la Fondazione Montessori, a Bergamo in molti non lo sanno, ma la nostra sede organizza corsi biennali per diventare docenti specializzati nel metodo di Maria Montessori: arrivano insegnanti da tutto il mondo, persino dall’Australia. Il metodo montessoriano è molto interessante: quando sono arrivato, non ne sapevo niente, poi questa realtà mi ha catturato, ho imparato tante cose».

Lei è stato notaio della Curia, notaio della Banca Popolare di Bergamo, componente del consiglio di amministrazione. Un uomo influente.
«No, guardi, adesso le racconto. Mio papà era un meccanico attrezzista, mia mamma casalinga. Il papà era socialista, non aderì mai al fascismo, per questa ragione ebbe parecchie noie sul lavoro. Io ero il primo di otto fratelli, adesso siamo rimasti io, Lina, Nevio, Bruno e Silvano. Abitavamo in via Moroni. Per fortuna il papà aveva un amico fascista che era una persona importante, ed era una brava persona: lo aiutò, riuscì a trovargli un posto a Lodi. Il papà andava in bici al lavoro a Lodi e stava via tutta la settimana. Poi, durante la guerra, trovò un posto a Canonica d’Adda, alla Ics che era della Magneti Marelli: si facevano i primi esperimenti con le materie plastiche come la bachelite».

Lei ha studiato, ha fatto il Sarpi. Caso strano per un ragazzo della classe operaia.
«Durante la guerra, dal 1942 al 1945, fui costretto a lasciare gli studi. Il papà lavorava alla Ics e aiutava i partigiani. Lui era un bravo meccanico: mi ricordo che la sera, in cucina, sistemava pistole e mitragliatrici dei partigiani. Nella fabbrica c’erano due cellule di partigiani; mi ricordo bene i due giovani ufficiali tedeschi che presidiavano lo stabilimento e che quando si verificavano dei sabotaggi chiamavano mio padre e il suo capo reparto, li scortavano giù al comando tedesco. Erano molto gentili. Alcune volte le armi le portai io in campagna con la nostra bicicletta, una Taunus di colore verdino; dovevo collocarle fra i rami di un murù, di un gelso; la canna della mitragliatrice la portavo legata al canotto della bici».

Rischiava la vita.
«A pensarci oggi sembrano cose incredibili, ma allora erano normali. Quella generazione affrontò una vita dura, prove anche terribili, però ne vennero fuori persone di valore. Quando arrivò la Liberazione, da noi accadde credo il 27 aprile, il capo della cellula partigiana della fabbrica disse: “Che cosa ne facciamo di quei due bagai?” Si riferiva ai due ufficialetti tedeschi. Si decise di avvisarli e di salvarli perché erano sempre stati corretti. E così vennero portati a casa nostra per una quindicina di giorni: li facemmo partire per la Germania con uno di quei camion che andavano a prendere i deportati italiani nei campi di concentramento».

E il Sarpi?
«Ripresi dopo la guerra. Ma ero un disastro, figuriamoci! A Natale del primo anno avevo la media del due! Ma poi ce la feci. In classe con me c’erano il Carlo Leidi, che poi divenne il famoso notaio, e il Beppe Chiarante, un ragazzo di doti intellettuali direi d’eccezione. Furono loro che mi aiutarono. Andavo a casa loro e mi spiegavano, mi aiutavano a fare i compiti. Anche la sorella del Beppe Chiarante, la Vittoria che poi andò a sposare il Piero Asperti. Ma anche alcuni professori si resero conto della situazione e mi aiutarono. Per esempio il terribile professore Calzaferri: mi chiamava sempre alla lavagna per potermi seguire meglio, per allenarmi. E ce la feci».

E poi si iscrisse a Giurisprudenza.
«Sì, alla Statale di Milano. E quando finii, il Carlo Leidi mi disse che i suoi zii Antonio e Mario Leidi, pure notai, ceravano un giovane praticante… e così ho cominciato, mi davano un rimborso spese, andai avanti per cinque anni a scrivere gli atti a mano».

Lei era impegnato politicamente.
«Io, Chiarante, Carlo Leidi, Asperti, Lucio Magri, Luigi Granelli eravamo tutti giovani della Democrazia Cristiana. Ma entrammo in collisione con i potenti della Dc bergamasca. Ci difendeva Leandro Rampa, ma non bastò. A livello nazionale ci riferivamo ad Aldo Moro, Amintore Fanfani, Carlo Donat Cattin, Ciriaco De Mita. Ma la Democrazia Cristiana di Bergamo decise di espellerci dal partito. Così accadde che Chiarante entrò nel Partito Comunista Italiano e ne fu una delle menti più brillanti, che Lucio Magri lo seguì e poi andò a fondare Il Manifesto, rivista e partito. Magri fu deputato per diverse legislature, anche lui era una mente brillante, un comunicatore. Chiarante più di lui aveva la capacità di analisi, cristallina, semplice, ma di grandi profondità. Anche Asperti andò nel Pci, come del resto Carlo Leidi. Io venni espulso dalla Dc, ma non mi iscrissi più a nessun partito politico».

Però ha fatto il sindaco di Cologno al Serio.
«Ah, sì, bella quella storia. A un certo punto, a fine Anni Cinquanta, si fece viva la Democrazia Cristiana, la direzione provinciale. Mi chiesero di candidarmi come sindaco a Cologno perché c’erano i due leader della Dc del paese in bega fra loro. Io mi rifiutai. Ma poi vennero da me i capi del Partito Comunista e del Partito Socialista di Cologno, cioè l’opposizione, e mi pregarono di candidarmi con la Dc, mi promisero il loro aiuto. Al momento rimasi disorientato, ma poi decisi di accettare. Riuscii a fare cose importanti, il primo Piano di Fabbricazione, quello che oggi si chiama Piano di Governo del Territorio, della nostra provincia, una delle prime sperimentazioni della scuola media unica…».

Che cosa pensa del sindaco Gori?
«Penso che stia facendo bene. Vede, criticare e fare prediche è facilissimo. Agire per cambiare le situazioni è molto difficile. Mi sembra che Gori sia riuscito a operare nel concreto favorendo la partecipazione e mantenendo un senso di identità, l’adesione a certi valori, penso alla questione delle slot machine e alle prese di posizione sul tema degli immigrati, per esempio».

Lei entrò nella Banca Popolare al tempo del mitico presidente Suardi.
«Mitico, sì. Era un uomo di una volta, incarnava un concetto di banca che aveva un sapore come dire, patriarcale. Aveva una personalità forte. A quel tempo la lingua ufficiale della banca era il bergamasco. Una volta eravamo a Desio per l’acquisizione di un immobile. Il direttore Banfi – altro grande personaggio – fece presente che il prezzo era alto. Il presidente lo guardò e disse: “‘Ncö l’è car, ‘ndomà l’è giost e pus domà l’è ön afare”. E cioè: oggi è caro, domani è giusto e dopo domani è un affare. E il discorso venne chiuso».

Il presidente Zanetti aveva un carattere diverso.
«Sì, molto diverso. Zanetti è una persona riservata, ma l’avvocato Suardi lo considerava già il suo delfino; Zanetti viene dal mondo degli affari, Suardi era un avvocato, uno ha uno stile minimale, l’altro era piuttosto solenne».

Suardi avrebbe fatto la fusione con i bresciani?
«È un argomento non facile, noi eravamo la banca più forte, ma i bresciani sono molto abili negli affari, più disinvolti dei bergamaschi, più “arrembanti” rispetto a noi. Forse anche l’avvocato Suardi avrebbe fatto la fusione, magari in maniera diversa. La nostra banca comunque conserva ancora funzionari di livello eccezionale».

Da quando lei era un giovanotto che si impegnava in politica sono passati tanti anni. Che cosa è rimasto di quei sogni?
«Venivamo dal fascismo e dalla guerra, da un periodo buio ci aprivamo al futuro e sognavamo un mondo libero, un mondo giusto, dove tutti potessero esprimersi e ci fosse il pane per ciascuno, dove ogni persona avesse la possibilità di realizzarsi. Di quei sogni alcune cose si sono compiute: la democrazia, la libertà, il benessere. Forse non siamo riusciti a creare una profonda coscienza civica, la consapevolezza dell’importanza della democrazia e che non è cosa semplice mantenerla. Intendo dire, non soltanto mantenerla sulla carta, ma nella sostanza. Oggi l’impressione è che esistano strutture a livello molto alto, anche sovrannazionale, che manipolano le scelte, per cui la democrazia è reale soltanto parzialmente. Democrazia vera e propria la troviamo sulla piccola scala, nella scelta dei consigli comunali, per es empio».

Che cosa non le piace del mondo di oggi?
«Una tendenza alla superficialità, all’egoismo. Non mi piace il fatto che non si capisca che abbiamo bisogno di una vera Europa unita, nel segno di De Gasperi. Una vera Europa unita aiuterebbe tutti, anche sul fronte economico: un’Europa senza confini non deve significare soltanto la possibilità di girare senza passaporto o senza cambiare banconote!».

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