Il bazar del Far West a Oriocenter
(e ci sono persino gli indiani)

«Chi non conosce questo mondo può pensare che vendiamo solo stivali da cowboy, ma siamo molto più di questo. Vendiamo marche ricercate, che vivono da più di cent ’anni». Afferma con fierezza Filippo Italia, il giovane proprietario. Dagli Anni Novanta ad oggi chiunque sia stato da Oriocenter avrà notato Jean Dessel, un negozio che spicca, piccolo ma di grande effetto, anche un po’ bizzarro se valutato in modo veloce e superficiale. Ma in pochi hanno il coraggio di entrare e fare due parole con Filippo, chiedendogli come e quando è nata la sua attività. Certo, forse chi è appassionato di abbigliamento country o di moda in generale, guarderà dall’alto queste persone ingenue ridendo di gusto. Jean Dessel, infatti, è stato un marchio importante anche nell’alta moda, grazie ai suoi prodotti unici e di qualità, creati artigianalmente in Italia con materiali molto pregiati.

 

 

L’inizio. Tutto è iniziato negli Anni Sessanta quando il giovane Orlando Italia girovaga per l’Europa, facendo lavoretti di occasione, senza un’idea precisa in mente. Nel ‘69, dopo aver vissuto a Parigi e Londra, inizia a lavorare il cuoio per gioco, vendendo le sue borse e le sue cinture nelle discoteche di Saint-Tropez. La cosa funziona e Orlando si convince a tornare nella sua natia Bergamo e finalmente stabilizzarsi. Agli inizi degli anni Settanta apre la sua prima boutique/laboratorio Jean Dessel in Via Colleoni in Città Alta. Il nome deriva dal nomignolo datogli da un mastro sellaio di Zanica con cui lavorava: “Gioanì delle selle”. Il negozio ha successo, così ne apre subito altri a Milano, Brescia e anche dove tutto è iniziato: a Saint-Tropez.

Il successo. Il mondo della moda inizia a puntare gli occhi su di lui e Orlando coglie l’occasione di creare linee sue, una per ogni stagione. Dalla metà degli Anni Settanta partecipa alle fiere di moda più importanti come Pitti Firenze, MilanovendeModa, Igedo Dusseldorf, Sem Parigi. In questo modo si fa conoscere e crea una clientela di fiducia, sia in Europa ma anche in America. Intreccia inoltre una fitta rete di importanti collaborazioni per la produzione di pelletteria, ad esempio con Uniform, Durango, produce lintera collezione di cinture El Charro, Diesel, Gas, Repley, Sisley. Le sue borse e le sue cinture sono immortalate sulle principali riviste di moda di quegli anni.

 

   

 

Il negozio di Oriocenter è gestito dal figlio Filippo, che ci concede una breve intervista. Da quanto tempo avete aperto a Oriocenter?
«Quello di Oriocenter è stato il nostro terzo negozio dopo Città Alta e via Sant’Alessandro. Abbiamo aperto insieme al centro, nel 1997. Adesso può sembrare strano che abbiano dato fiducia alla nostra attività che sembra cozzare con tutte le altre. Ma nei primi tempi Oriocenter non accettava qualunque tipo di negozio, anzi, non era facile ottenere un posto. Bisognava essere un marchio riconosciuto e soprattutto di qualità, e noi lo eravamo».

Come fate a resistere con questa concorrenza di negozi “fast fashion”?
«Noi vendiamo articoli molto mirati, per un certo tipo di persone, come gli appassionati di abbigliamento e accessori country, stile motociclista americano, per intenderci. Quindi la clientela, soprattutto all’inizio, era abbastanza garantita. Inoltre non abbiamo mai avuto molti rivali e adesso siamo l’unico negozio di questo tipo a Oriocenter, quindi chi vuole questo tipo di prodotto deve venire per forza da noi. Visto che siamo unici nel nostro genere, arrivano per esempio clienti dalla Svizzera. E forse viviamo anche di rendita, perché nella bergamasca il negozio di mio padre era molto conosciuto».

Nel tempo però avete un po’ cambiato i prodotti che vendete.
«Si, certamente. Quando è nata l’attività mio papà vendeva solo i suoi prodotti. Io vendo ancora le cinture e le borse fatte da me ed eseguo lavori su ordinazione, come le borse per le moto, insomma cose specifiche. Ovviamente però tutto il negozio si è adeguato alla clientela e al fatto di essere in un centro commerciale. Abbiamo inserito dell’abbigliamento, che inizialmente era solo in stile country/nativo americano, ma poi il negozio è diventato un bazaar. Abbiamo molti accessori in argento, ma anche i piercing di tutti i tipi. Comunque cerchiamo di non allontanarci dal nostro stile iniziale, e sono fiero di poter dire che ci distinguiamo un po’ dalla massa».

 

   

 

Ha sempre pensato che un giorno avrebbe lavorato nel negozio di suo padre?
«Il gap tra me e mio padre è molto ampio perché lui ha 72 anni, io 28, quindi non era così scontato. Io prima ho anche studiato da odontotecnico, poi però, dopo un viaggio in Australia, ho capito che volevo imparare l’antico lavoro del pellettiere, ne ero affascinato. Inoltre, quando ho avuto l’età giusta per iniziare lui si era già stancato».

L’attività che porta avanti adesso è paragonabile a quella storica?
«La collaborazione con El Charro è stata qualcosa di irripetibile e così tutta l’attività in generale. Mio papà è arrivato ad avere un’azienda con quaranta dipendenti, che è continuata anche dopo il 1988, quando ha chiuso il rapporto con El Charro. Oggi il laboratorio c’è ancora, ma ci lavoro solo io, non ho dipendenti. È come se fossi tornato alle origini, quando ancora mio padre non aveva niente e lavorava da solo la pelle. Certo, l’idea di tornare a partecipare alle fiere di alta moda è bella, ma non più di tanto: già con questo negozio sono molto preso. Per fare quel tipo di lavoro bisogna dedicarci tutto il tempo possibile perché nella moda bisogna cavalcare l’onda e per farlo bisogna starci sopra, essere sempre sul pezzo. Adesso sono contento così».

Spulciando il sito di Jean Dessel si scopre il fatto più curioso di tutta questa storia. Orlando Italia ha dato al suo ultimo figlio il nome del marchio. Il suo nome per intero, infatti, è Filippo Jean Dessel. E il destino ha voluto che fosse lui, unico tra i quattro figli di Orlando, a seguire le sue orme e continuare la storia.

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