Bombassei, il Leonardo bergamasco

Nato a Vicenza nel 1940, Alberto Bombassei risiede in Città Alta. Presidente di Brembo, sotto la sua guida, l’azienda è entrata a far parte dell’indice Ftse/Mib, e il titolo ha registrato una costante ascesa. È fondatore e presidente del Parco Scientifico e Tecnologico Kilometro Rosso, che valorizza il dialogo tra cultura accademica, imprenditoriale e scientifica. Nel febbraio 2013 è stato eletto per Scelta Civica con Monti alla Camera dei Deputati, dove è componente della Decima Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo. Dal 2016 è membro del Consiglio di Amministrazione di ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Sempre nello stesso anno, è entrato nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione Italia Cina. Dal 2014 è componente del Panel per l’Italian-German High Level Dialogue. Dal 2004 al 2012 è stato Vice Presidente di Confindustria. Dal 2001 al 2004 ha ricoperto la carica di Presidente di Federmeccanica. Cavaliere del Lavoro, è laureato «honoris causa» in ingegneria meccanica all’Università di Bergamo. Grande appassionato di auto possiede una Porsche Cayenne e una 911. Non ha la Ferrari. Dice: «Mi sembra troppo».

 

Il presidente Mattarella le ha consegnato nei giorni scorsi il più prestigioso premio che possa ricevere un imprenditore, il Leonardo.
«Noi come azienda lo avevamo già vinto alcuni anni fa. Questo è stato un riconoscimento personale, una specie di “Oscar alla carriera”. Mi ha fatto molto piacere, in particolare quello che ha detto il ministro Calenda».

Ha detto che lei è stato l’antesignano dei “competence center”.
«Questa è la cosa che mi ha gratificato di più».

Competence Center, cioè il Kilometro Rosso, la sua croce e delizia.
«Lì c’è il segreto di Brembo».

Ossia?
«La chiave del nostro successo sta tutta nel fatto che non abbiamo mai smesso di investire in ricerca e sviluppo. Anche nel 2008-2009, quando la crisi ci ha colpito e il fatturato è calato, abbiamo detto: costi quel che costi, continuiamo a investire».

 

 

Una costante nella vostra storia.
«Sì, fin da quando eravamo piccoli. A un certo punto mi sono detto: “Se siamo riusciti noi a crescere grazie alla ricerca, tutte le piccole o medie aziende che ci sono nella nostra provincia potrebbero fare altrettanto. Il Kilometro Rosso è nato da questa considerazione. L’idea era di aggregare un gruppo di aziende che non potevano assumersi una spesa alta per la ricerca in proprio, un luogo dove confrontarsi. Oggi ci sono una quarantina di nuove imprese, di startup, alle quali diamo anche un aiuto nella ricerca dei finanziamenti perché con le banche è molto più difficile».

Poi ci sono l’università, il Mario Negri, l’Italcementi che ha spostato tutto lì.
«Adesso noi di Brembo stiamo finendo un edificio che serve per le prove su strada e ce n’è un altro in costruzione con numerosi uffici. Selezioniamo con attenzione chi vuole entrare. Stiamo anche realizzando dei laboratori e lavorando con enti nazionali, dall’Istituto di Tecnologia di Genova all’Enea».

I maligni dicevano che il Kilometro Rosso era una speculazione immobiliare.
«Detto tra noi, fino a ora ho continuato a investirci soldi. Siccome l’obiettivo non era questo, io sarei contento che il Kilometro Rosso vivesse anche senza i miei aiuti. Oggi è riconosciuto da tutti come un’eccellenza di livello nazionale, ma per Bergamo è un’iniziativa privata e a Dalmine con i soldi della Camera di Commercio hanno creato il Point, che fa le stesse cose. Non so se abbia troppo senso. Il Kilometro Rosso è privato, ma se qualche ente pubblico volesse partecipare, in una settimana lo facciamo diventare pubblico».

Quanto le è costato il Kilometro rosso?
«Non ho mai fatto i conti e preferisco non farli».

 

 

Ma lei che cosa ha in testa?
«Il modello tedesco. In Germania ci sono due grandi enti di ricerca. Uno è il Fraunhofer Institut che si occupa di ricerca applicata, industriale, per il trenta per cento finanziato dallo Stato. Poi c’è il Max Planck, che invece sostiene i ricercatori puri, quelli i cui studi non sono finalizzati all’industria, almeno non nell’immediato. Il mio sogno è che il Kilometro Rosso possa diventare uno dei Fraunhofer italiani. Un punto di riferimento per le imprese: chi ha una necessità industriale o un’idea nuova può rivolgersi a noi per svilupparla, noi mettiamo a disposizione degli esperti, anche d’intesa con il Politecnico di Milano, con quello di Torino o con l’Università di Bergamo».

Capitolo Brembo, lei ha definito il 2016 l’anno della svolta.
«Ho detto così perché stiamo accelerando nel settore ricerca e sviluppo. Negli ultimi due anni abbiamo assunto circa quattrocento persone in Italia, il novanta per cento giovani e di questi il settanta per cento è laureato in informatica, in ingegneria meccanica e meccatronica. Non solo, cerchiamo anche ingegneri aerospaziali, che hanno grandi affinità col nostro mondo. Il mio obiettivo è raddoppiare la parte di ricerca e sviluppo, è lì che si vince la partita. Gran parte dei nuovi assunti si dedica alle nuove tecnologie 4.0».

Che cosa è l’Industria 4.0?
«È la digitalizzazione pervasiva della nostra vita che produce effetti, non solo sul nostro modo di vivere ma anche di produrre beni o servizi. Forse ha sentito parlare di “internet delle cose”: anche gli oggetti saranno connessi e dialogheranno continuamente. Per quanto riguarda la produzione, nel nostro stabilimento di Mapello ci sono delle linee dove diciannove funzioni sono tutte robotizzate: la macchina è in grado di fare manutenzione su se stessa e il caposquadra oggi viaggia con il tablet».

Si perderanno molti posti di lavoro.
«In proiezione saranno tante le attività in cui gli uomini saranno sostituiti dai robot, ma per il momento noi abbiamo assunto quattrocento persone e i robot non hanno sostituito nessuno».

Sarete molto più competitivi.
«La produttività del nostro sistema economico è tra le più basse d’Europa. Per questo molte imprese hanno delocalizzato, non solo per il costo del lavoro ma per la fiscalità, la burocrazia. Noi non abbiamo seguito questa strada. Siamo cresciuti in Italia ma abbiamo anche sedici stabilimenti in giro per il mondo che producono per i mercati dove operano. Non reimportiamo nemmeno un bullone».

 

 

L’industria 4.0 è destinata a cambiare il mondo.
«In Porsche la progettazione delle automobili una volta era fatta di bozzetti e modelli, adesso c’è un disegnatore che muove le mani su una tavola e lavora in scala uno a uno. Poi una stampante 3D realizza un modello nella scala preferita. sembra il futuro ma è il presente».

Quindi la collaborazione in Europa è una necessità.
«Quando sento Salvini che vuole tornare al Medioevo mi viene da ridere. All’inizio della mia esperienza politica ero uno dei pochi industriali in Parlamento. Mi cercò l’ambasciatore tedesco, sapeva che conoscevo bene il loro mondo, mi parlò degli investimenti tedeschi su Industria 4.0 e mi disse: “Le nostre fabbriche si stanno adeguando. Voi che cosa state facendo?”. Alla fine mi sono detto: “Mi assumo il compito, da parlamentare, di informare il governo dell’importanza di adeguarsi in fretta a questa rivoluzione industriale”. Ricordo un lungo incontro pubblico con Padoan, in cui provavo a convincerlo che era una cosa importante, che bisognava investirci dei soldi. Nella legge di bilancio non inserì nemmeno un euro. Poi, in commissione Attività Produttive con Epifani abbiamo lavorato sul tema con serietà e profitto. Ne è uscito un documento che il Ministro Calenda, da persona intelligente, ha utilizzato come base di quel Piano Nazionale Industria 4.0 che rappresenta una vera opportunità di rilancio dell’industria italiana».

Sta dicendo agli imprenditori che è il momento di investire?
«Sì, ripeto, è un’occasione davvero unica. Con la legge Sabbatini chi investe in ricerca e sviluppo può avere finanziamenti e defiscalizzare una parte consistente dei costi. Per i macchinari ci sono super ammortamenti e iperammortamenti fino al 250 per cento. Eppure le statistiche dicono che ancora oggi solo il trentacinque per cento delle aziende sta usufruendo di queste opportunità. Non possiamo andare avanti così, con una disoccupazione giovanile del quaranta per cento! Dobbiamo insistere nelle iniziative che incentivino il lavoro dei giovani. Renzi con il suo Jobs Act ha creato circa 700mila posti di lavoro. Ma dobbiamo continuare in questa direzione».

 

 

E stare in Parlamento com’è?
«Non è vero che i politici sono dei fannulloni, ma sono un imprenditore e sono abituato al pragmatismo del fare, e quando si parla di impresa, l’ignoranza è sconfinata. Alla fine è un problema di competenze, ma qualcosa mi sembra stia migliorando».

Si ricandiderà?

«Penso proprio di no. Non dico che ho sprecato del tempo, ma io sono entrato con un altro obiettivo. Speriamo che resti Calenda, l’industria con lui è rappresentata in modo degno».

Torniamo a Brembo, i risultati sono incredibili. L’utile è balzato in su del 30,8 per cento. L’utile netto è passato dai trentadue milioni del 2010 ai 246 milioni dello scorso anno. Il fatturato è più che raddoppiato, da uno a oltre due miliardi.
«Finché il mercato crede in noi non possiamo certo fermarci. Negli ultimi cinque anni la capitalizzazione di Borsa è cresciuta del 770 per cento. È un segnale straordinario».

Fin dove vuole arrivare?
«Un vero imprenditore ha un obiettivo: crescere. Nel 2016 abbiamo aperto cinque stabilimenti nuovi. Dopo trent’anni gli Stati Uniti hanno superato la Germania come nostro primo mercato di sbocco. Anche il 2017 dovrebbe darci soddisfazioni: ottimismo della volontà ma anche della ragione».

Margini di crescita ce ne sono ancora?
«Gli autoveicoli al mondo crescono. La ricchezza si diffonde in larghe fasce di popolazione, in molti Paesi di molti continenti. È l’effetto della globalizzazione, che troppo spesso viene demonizzata. Brembo vende i suoi prodotti nel segmento medio o alto».

In Italia investirete altri cinquantasei milioni.
«A un convegno una signora mi ha detto: dovete investire qui perché i nostri figli non hanno lavoro. In questi anni abbiamo tenuto duro e la ricerca e sviluppo la facciamo quasi esclusivamente in Italia. E continueremo a farlo. Intanto però vogliamo realizzare a Curno un nuovo stabilimento per la lavorazione del carbonio che oggi presidiamo in collaborazione con un’azienda tedesca. Siamo gli unici in Europa a costruire freni in carbonio ceramico».

 

 

Quanti dipendenti ha il gruppo?
«Diecimila e trecento sono le persone che lavorano con noi nel mondo. In Italia i dipendenti sono tremila e trecento, praticamente tutti tra Stezzano, Curno e Mapello».

Bergamo le ha dato fiducia?
«Fiducia sì, un vero aiuto non tanto».

Bosatelli “regalerà” a Bergamo un quartiere avveniristico, Percassi sta portando l’Atalanta in Europa, lei che cosa lascerà alla città?
«Bosatelli e Percassi sono persone in gamba, dei visionari. Bravissimi. E amanti del bello. L’altra settimana mi sono fatto accompagnare in Germania da mio figlio Luca, che è architetto, per fargli vedere come è bella l’architettura industriale a Stoccarda. La sede della Porsche è un’opera d’arte. Due giorni dopo sono andato a Romano di Lombardia e mi è venuto lo sconforto. Scatole su scatole. Anche questa è una questione culturale che pochi capiscono».

Non mi ha detto che cosa lascia lei a Bergamo?
«Ho già dato».

Il Kilometro Rosso, immagino.
«Credo sia sufficiente, ma non poniamo limiti alla provvidenza».

Ci sono imprenditori bergamaschi che stima in particolare?
«Una persona che mi ha colpito, non la conoscevo prima, è Pierino Persico. È un imprenditore eccezionale, con un carattere simile al mio. È un uomo sobrio e modesto, non è un ingegnere aeronautico, ma immagina e produce oggetti che solo il talento e la sensibilità sanno suggerire. È proprio il prototipo del genio italiano. E con l’approccio giusto: umile e pieno di contenuti».

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