Bonifaccio, il Maestro della Dea
che scova i campioni fin da piccoli

L’appuntamento in redazione è per le 14.30, ma lui, forse per abitudine o magari per deformazione professionale, arriva quasi mezz’ora prima. La sua storia, d’altro canto, si basa proprio su questo: arrivare prima degli altri. Ed è una storia nota a tutti i cuori nerazzurri visto che, per quasi quarant’anni, Raffaello Bonifaccio ha lavorato alla scoperta e alla crescita di talenti. Per tutti semplicemente il “Maestro”, Bonifaccio ha lavorato nel calcio per tantissimo tempo (37 anni solo di Atalanta) e la sua storia rappresenta qualcosa di unico e sensazionale per il panorama italiano. Quasi un’ora di chiacchierata con un uomo che parla di calcio e di bambini con un trasporto che ti strappa il cuore.

Poi estrae dal taschino una penna e inizia a scrivere. «Questi sono i miei bambini – racconta –, quelli che hanno iniziato da Pulcini al Campo Utili di Bergamo. Li scrivo perché il tempo passa e rischio di dimenticarne qualcuno». Leggendo i nomi sul quel foglio bianco si capisce come mai il “Maestro” sia considerato uno dei talent scout più stimati in circolazione. Mettetevi comodi: Donadoni, Madonna, Orlandini, Tacchinardi, Locatelli, Rustico, Donati, Defendi. E ancora: Pinardi, Bellini, Montolivo, Bianchi, Gabbiadini, Consigli, Cristian e Damiano Zenoni. Per concludere con Raimondi, Baselli, Grassi , Sportiello, Caldara, Gagliardini e Conti. «E credo di essermene dimenticato qualcuno», sospira mentre ricontrolla i nomi che ha scritto.

 

 

Prima di parlare di tutti questi campioncini scovati sui campi della provincia (e non solo), è doveroso però fare un passo indietro e capire da dove tutto è cominciato. «Sono un maestro di scuola elementare – racconta l’uomo che insieme a Mino Favini ha scritto la storia del settore giovanile orobico per oltre tre decenni – e alla fine degli Anni Settanta venni designato di ruolo a Gorlago. Davanti all’oratorio, dove insegnavo, c’era un campo da calcio e con i miei ragazzi si andava a giocare almeno mezz’ora tutti i giorni. Piano piano siamo diventati una squadra». Nessuna esperienza speciale nel calcio, nessuna preparazione specifica. «Ho seguito quel gruppo fino alla quinta elementare e poi li ho lasciati. Un paio d’anni dopo ci siamo incontrati di nuovo e abbiamo organizzato una squadra che abbiamo iscritto al campionato Giovanissimi CSI. Il primo anno non è andata benissimo, ma quello successivo abbiamo vinto la fase provinciale, poi quella regionale e siamo arrivati alle fasi nazionali. Ci siamo fermati solo al cospetto del Genoa: si giocava a Lovere, la partita è finita 0-0 e siamo usciti solo per il lancio della monetina».

Dai dilettanti all’Atalanta: il salto è arrivato solo grazie al campo. «Ricordo che il dottor Brolis ci chiamò per un’amichevole. Era il mio sogno. Andammo al Campo Utili e riuscimmo a vincere addirittura per 3-1. Quel giorno c’era il traffico chiuso, arrivammo al campo da Gorlago in bicicletta. Due mesi dopo quella partita la società mi chiamò: “Bonifaccio, venga. C’è un ragazzo interessante tra i suoi”. All’incontro scoprii che ero io. Ero spiazzato, dissi che non credevo di essere all’altezza del ruolo. Loro però, proprio per la mia modestia, erano convinti che potessi fare bene». Da quel giorno il Maestro ha iniziato a lavorare per l’Atalanta. Inizialmente allenava i giovani, poi il suo orizzonte è cambiato e c’è stato anche un momento in cui sembrava che tutto potesse fermarsi. «Un giorno il dottor Brolis uscì dalla società. Io volevo lasciare tutto per rispetto nei suoi confronti e della società stessa, ma proprio lui mi chiese di restare. Il presidente, allora, era Achille Bortolotti». All’epoca ci si occupava un po’ di tutto. Favini non era ancora arrivato e, in quegli anni, Bonifaccio cominciò a lavorare per scoprire giovani talenti.

 

 

«Quando è arrivato Favini ho imparato tantissime cose. La mia impostazione non è mai cambiata, ma ciò di cui vado fiero è la scelta di cercare ragazzini fin dai Pulcini: prima di me, l’Atalanta guardava prospetti solo dai 12 anni in su e invece secondo me bisognava partite un po’ prima. Ci siamo organizzati e per tanti anni abbiamo usato il mio approccio». Il lavoro iniziava il lunedì mattina alle 9 e finiva la domenica sera alle 18. Il risultato è una sfilza di calciatori scoperti e poi lanciati. «Donadoni – continua Bonifaccio – l’ho scoperto per caso: un amico mi segnalò un ragazzino di Gorlago che avrebbe giocato dopo poche ore a Cisano. Io andai alla partita e mi accorsi subito che nell’altra squadra c’era un piccolo veramente molto, molto forte. Era Roberto. Lo porto nel cuore, ogni tanto ci sentiamo e la sua chiamata a Natale non manca mai». Di aneddoti ne ha a iosa, Bonifaccio.

Ma la domanda più importante è l’ultima: oggi il Maestro lavora ancora per l’Atalanta? «Da qualche anno ho deciso di farmi un po’ da parte – conclude – e l’ho comunicato per tempo a Favini. Con il presidente Percassi ho un rapporto splendido, ma il tempo passa per tutti. Seguo ancora il calcio dei più piccoli, mi piace, e se vedo qualcuno di bravo lo segnalo alla società. L’ultimo l’ho scovato in un camp estivo a Lallio. È un 2009 e dopo nemmeno due giorni era già all’Atalanta. Il nome lo scrivo qua, ma lei non lo dica. Tra qualche anno vediamo se c’ho preso».

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