Com’è arrivata S. Lucia qui da noi

«Santa Lucia, luntane ‘a te, quanta malincunia». E qui siamo a Napoli: «Partono ‘e bastimente, pe’ terre assaje luntane», comincia quella canzone. «Venite all’aggile, barchetta mia, Santa Lucia, Santa Lucia». E siamo ancora a Napoli. La canzone comincia – in italiano – «Sul mare luccica l’astro d’argento». Nell’originale è più bella, cioè cchiù migliore assaje: «Comme se frìcceca [dal verbo friccecare; orobico: sberlüsì, stralüsì] la luna chiena! Lo mare ride, ll’aria è serena! Vuje che facite ‘mmiez’a la via? Santa Lucia, Santa Lucia». Che ci fanno per la strada (‘mmiez’a la via) quelle persone? La processione di Santa Lucia, esattamente come a Bergamo.

 

 

Venezia e il nord Europa. E che ci fa Santa Lucia a Bergamo? Ci fa perché Bergamo è di Venezia («Viva San Marco!» grida Renzo dei Promessi Sposi, passando l’Adda) e Santa Lucia – che di per sé sarebbe di Siracusa, perché è nella città di Archimede che morì martire – come santa-santa è veneziana. È lì che riposano le sue spoglie, è da lì che il suo culto decembrino si è diffuso nel nord Europa. Quando in treno si arriva nella città dei Dogi si arriva a Venezia Santa Lucia. E quando le filiformi e bionde svedesine con la coroncina in testa e la candela – anche lei coronata di vischio e agrifoglio – in mano cantano, nella loro lingua vikinga, «Natten går tunga fjät» è sempre per via di san Marco, dove le reliquie della santa arrivarono da Costantinopoli, per tutto un complesso di cose che fecero sì che si fermassero lì.

Prima tradizione, le spoglie trafugate da Siracusa a Venezia. Riassumiamo le due tradizioni che spiegano il complesso di cose. La prima risale al secolo X ed è costituita da una relazione, coeva ai fatti, che Sigeberto di Gembloux († 1112) inserì nella biografia di Teodorico, vescovo di Metz. Vi si dice che il sunnominato Teodorico, sceso nella penisola al seguito dell’imperatore Ottone II, si desse al trafugamento di ogni possibile reliquia. Quelle della nostra Lucia erano in Abruzzo, e pare che, nonostante dovessero essere traslocate a Metz, lì rimanessero. Scrive santiebeati.it:«La traslazione a Metz delle reliquie di Lucia pare suffragata dagli Annali della città dell’anno 970 d.C. Ma alcuni dubbi sembrano non avere risposte attendibili: come e perché Faroaldo ripose le reliquie o le spoglie di Lucia a Corfinium? Furono traslate le reliquie o tutto il corpo della martire? Il vescovo locale si prestò ad un inganno (pio e devoto?) o diceva il vero? Se è ravvisabile un fondo di verità nel racconto del vescovo, allora si potrebbe desumere che le reliquie o il corpo della martire furono traslate da Siracusa nel 718 (quindi fino al 718 sarebbero rimaste a Siracusa?).

[La Chiesa di San Geremia e Santa Lucia, a Venezia, dove si trovano le spoglie della santa.]

Cosa succedeva allora nella città siciliana? Sergio, governatore della Sicilia, si era ribellato all’imperatore Leone III l’Isaurico e pertanto era stato costretto a fuggire da Siracusa e a rifugiarsi da Romualdo II, duca longobardo di Benevento. Se questa tradizione è attendibile, si può forse pensare che il vescovo di Corfinium (o piuttosto Sigeberto? Oppure altresì la sua fonte?) abbia confuso Romualdo (che proprio in quel periodo era duca di Spoleto e che, come tale, godeva di una fama maggiore) con Faroaldo? E ancora, lo stesso Sigeberto di Gembloux riferisce che Teoderico nel 972 abbia innalzato un altare in onore di Lucia e che nel 1042 un braccio della v. e m. sia stato donato al monastero di Luitbourg». Insomma, o per via dell’uno, o per via dell’altro, o prima o dopo, tra un Faroaldo e un Sigeberto le reliquie arrivarono a Venezia. Siamo lieti di questi andirivieni per una ragione sola: che il corpo di Lucia doveva essere un dato di fatto ineccepibile se tutti se lo contendevano.

Seconda tradizione, le spoglie passano per Costantinopoli. «La seconda tradizione – sempre su santiebeati.it – è, invece, tramandata da Leone Marsicano (uno di Pescasseroli, come Benedetto Croce) e dal cronista Andrea Dandolo di Venezia. Il primo racconta che nel 1038 il corpo di Lucia fu trafugato da Giorgio Maniace e portato a Costantinopoli. Il secondo, riferendo quanto trasmesso da un suo antenato, dichiara che i corpi di Lucia e Agata erano stati traslati in un primo tempo dalla Sicilia a Costantinopoli e che solo quello di Lucia fu poi spedito a Venezia, dove pare che giungesse il 18 gennaio 1205. Pare certo infatti che la Serenissima si impadronisse del corpo della santa proprio durante la conquista della città sul Bosforo durante la Quarta Crociata. Un bello sballottamento, non c’è che dire. Comunque Bisanzio (o Costantinopoli, o Istanbul, come la si voglia chiamare), l’Abruzzo (o quel che sia) vogliono sempre dire Mare Adriatico, che è anche il mare di san Nicola che è di Bari, ma in realtà veniva dalla Turchia e divenne poi Santa Klaus (san Niklaus) e dopo ancora Babbo Natale nei paesi in cui per santa Lucia le dolci fanciulle svedesi cantano canzoni napoletane in vikingo. Da Venezia a Bergamo, come si dice, sono due passi.

[Santa Lucia, la santa della luce, festeggiata anche in Svezia.]

La santa della luce. Resta solo da spiegare come mai sia Nicola che Lucia divennero i santi che portano doni ai bambini, che è poi la parte essenziale del nostro racconto. Assieme, non c’è bisogno di dirlo, alle letterine. Cosa successe, dunque? Successe che, al tempo di santa Lucia da Siracusa-Bisanzio-Pescara-Venezia, il calendario era diverso da oggi. Era ancora quello antico, come oggi in Russia. Santa Lucia – come si dice ancora – è il giorno più corto che ci sia. Perché corrispondeva, allora, al nostro ventitré dicembre – giorno più giorno meno – cioè al solstizio d’inverno, quando la luce smette di accorciarsi e le giornate iniziano a diventare più lunghe. E santa Lucia (che in realtà, parlando lei latino, si chiamava Lùcia, femminile di Lucio) aveva un nome perfetto per questo giorno: il giorno della luce che si allunga. Lucia è colei che porta la luce, che vince le tenebre, e cioè il regno del peccato. «Lucia nimica di ciascun crudele», la chiama Dante che se l’era scelta come protettrice personale avendo estremo bisogno degli occhi per leggere.

La luce, gli occhi per vedere. Il dono più grande che ci sia, e che nessuno può darsi da sé. Perché questa è la caratteristica della nostra ragazzina: dire a tutti che sono finiti i tempi bui, i tempi in cui gli dei sono sordi, perché è venuta l’ora – ed è questa – nella quale un Dio (anzi no: non un Dio, il solo Dio che sia Dio) risponde alle nostre domande, ci permette di ottenere l’impossibile. L’imperatore (più esattamente: il governatore Pascasio), quando Lucia gli disse questo, si arrabbiò moltissimo perché voleva essere lui il solo a beneficare gli uomini (tanto è vero che a lei tagliò il collo), e sapendo di non poter essere così generoso e onnipotente come quella giovane testona (tanto testarda, secondo una leggenda, da diventare di sasso durante gli interrogatori) diceva che era il suo Dio, la mise a tacere. Come se una cosa che non viene detta cessasse di esistere. Ma il potere è fatto così.

[Santa Lucia a Bergamo]

Ecco perché porta doni. Ed ecco allora che, in ricordo di questo, Lucia vuole che ciascuno chieda quello che più desidera. Non tanto per avere la gioia di portare doni (anche questo, ovvio) quanto per ripetere ancora una volta (ogni volta che si apre un regalo) che il suo (e nostro) Dio, non è un idolo sordo che ha orecchi ma non ascolta e la bocca ma non parla. Il Dio di Lucia ascolta e risponde, sia che lo si canti in napoletano sia che lo si canti in svedese, sia che Lucia fosse rimasta a Siracusa dove la dipinse Caravaggio, sia che qualcuno la veda aggirarsi sul Sentierone o all’angolo fra via Bartolomeo Colleoni (già Corsarola) e vicolo sant’Agata, che è la sua amica di Catania.

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