Eichmann, il male non era banale

Un semplice ingranaggio, un burocrate, una rotellina di un enorme complesso finalizzato al male ma di cui i componenti non erano nient’altro che esecutori. Questa è l’immagine di Otto Adolf Eichmann, l’“architetto dell’Olocausto”, che “La banalità del male” di Hannah Arendt ha consegnato alla storia: un uomo che ha progettato e compiuto il più grande sterminio che l’umanità ricordi non per un senso di crudeltà o per reali convinzioni antisemite, ma semplicemente perché quello era il suo compito, la mansione che il Reich gli aveva affidato, e lui la assolveva nel miglior modo possibile, niente di più. Una visione che è stata completamente ribaltata da “Eichmann before Jerusalem” (titolo ispirato dal nome originale del libro della Arendt, “Eichmann in Jerusalem”), il recentissimo lavoro di Bettina Stangneth, filosofa e storica tedesca che ha dedicato l’ultimo decennio allo studio approfondito della figura di Eichmann, giungendo a conclusioni totalmente opposte a quelle della Arendt.

Innanzitutto, chi era Eichmann. Otto Adolf Eichmann fu un funzionario del partito nazista, adibito alla realizzazione del progetto di sterminio degli ebrei che Hitler indicò come punto centrale del nuovo ordine costituitosi in Germania. Dopo profondi studi delle dottrine sioniste e della loro (presunta) irragionevolezza storica, Eichmann decise di tentare la carriera all’interno della Gestapo, per poter giungere ad occupare un ruolo di primo piano nelle azioni che il partito intendeva sviluppare nei confronti degli ebrei. La sua ascesa fu inarrestabile, tanto che al momento dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale era già considerato, insieme a Reinhard Heydrich, il responsabile della gestione dei cosiddetti “affari ebraici”. I fatti sono perlopiù noti: pulizia razziale, campi di concentramento, l’Olocausto. Con il crollo del Reich, Eichmann fuggì in Sud America, dove venne rintracciato e catturato dal Mossad, il servizio segreto israeliano, nel 1960. Trasferito e processato a Gerusalemme, venne condannato a morte e quindi impiccato il 30 maggio 1962.

La versione della Arendt. La Arendt fu inviata dal quotidiano New Yorker a Gerusalemme per assistere al processo contro Eichmann. È in questi momenti che l’autrice sviluppò le teorie che poi avrebbero composto il suo libro più noto, La banalità del male: l’ex membro delle SS viene presentato come un uomo mediocre, che ha passato la vita semplicemente alla ricerca di una via di fuga da questa attanagliante mediocrità, e che nel momento in cui si è presentata l’occasione migliore, la scalata delle gerarchie della Gestapo, ne ha approfittato al meglio. Altro punto nodale nel pensiero della Arendt riguarda la sentenza di condanna di Eichmann: si dichiarò infatti che egli non fu direttamente esecutore dello sterminio degli ebrei, ma che lo aveva reso possibile. Questo è un punto fondamentale per capire come sia stato possibile l’Olocausto, secondo la Arendt: nessuno era responsabile, o meglio, nessuno vi si sentiva; i gerarchi facevano solo il proprio lavoro. Eichmann stesso si sentì vittima di un’ingiustizia, ed era profondamente convinto di star pagando per le colpe degli altri: dopotutto, lui era solo un burocrate che svolgeva il proprio compito, ed incidentalmente questo coincideva con un crimine. Da qui si evince il cuore delle tesi della Arendt: Eichmann era un uomo come chiunque, semplicemente privo di idee e di una struttura umana propria; nel momento in cui ebbe la possibilità di sentirsi parte (importante) di qualcosa, ne approfittò, come per riempire questo vuoto, senza porsi il minimo problema morale della conseguenza delle sue azioni. La banalità del male risiede proprio nell’utilizzare come strumento di morte persone normalissime, quasi ignare dei delitti che stanno compiendo, senza alcun riferimento ad una possibile spinta idealistica o sentimento di crudeltà che possa risiedere nel singolo individuo.

Le tesi opposte della Stangneth. Dopo dieci anni di studio sulla figura di Eichmann, la Stangneth è giunta a conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle della Arendt. Anzitutto Stangneth sottolinea come il giudizio della filosofa e giornalista americana si fosse strutturato esclusivamente su quanto visto e appreso durante i giorni del processo, mentre un’attenta analisi del passato e dalla storia di Eichmann (resa possibile dal reperimento di documenti molto significativi, spesso manoscritti dallo stesso gerarca) ha svelato scenari molto differenti, riassumibili in un unico concetto: era un convinto antisemita. Nel libro Eichmann viene infatti presentato dalla studiosa tedesca come un vero e proprio idealista e ideologo della Shoah, un uomo che fin da giovane aveva sviluppato teorie e propositi contro gli ebrei e che è stato travolto dall’entusiasmo nel momento in cui è incappato nel sistema che gli avrebbe permesso di esperire queste sue convinzioni nella maniera più efficace. Altro che testa non pensante. A sostegno di questa tesi viene anche citato un esempio degli anni giovanili di Eichmann, in cui egli avrebbe picchiato a morte un bambino per il solo fatto di aver rubato delle ciliegie del suo giardino. Ma questo bimbo era ebreo, ed è questa la vera ragione del gesto criminale.

Insomma, Eichmann non era certo un semplice burocrate, un ingranaggio ignaro che si dedicò ad atroci crimini solo per dare un briciolo di senso alla propria esistenza e quasi per caso. Era invece un uomo dalle convinzioni strutturate e coscienti, che ha fatto delle propria vita ciò che realmente intendeva farne: un prodigio di crudeltà antisemita. «Riderò quando salterò dentro la tomba al pensiero che ho ucciso cinque milioni di ebrei. Mi dà molta soddisfazione e molto piacere». Leggendo queste parole pronunciate proprio da Eichmann, viene da pensare che il male, forse, non è poi così banale.