La bella storia del Mantegna
appena scoperto alla Carrara

«Erano le 21.30 dell’8 marzo. Me lo ricordo perché era il compleanno di una mia cara amica. Ero qui, negli uffici dell’Accademia, da solo. Quando ho avuto la conferma, non nego che a momenti svenivo. Poi ho chiamato la mia amica: “Volevo farti tanti auguri e dirti che sono contento. Ho appena trovato quello che cercavo”». Mentre lo racconta, il sorriso è impresso come un tatuaggio sul volto di Giovanni Valagussa, storico dell’arte e conservatore dell’Accademia Carrara. Del resto, scoprire un Mantegna non è cosa da tutti i giorni.

Un ritrovamento epocale. La notizia è stata data, in anteprima, dal Wall Street Journal: «Un dipinto che ha passato oltre un secolo nei depositi di un museo della provincia italiana è stato attribuito a uno dei più grandi artisti del Rinascimento», ha scritto la versione online del noto quotidiano newyorkese. E ai colleghi d’Oltreoceano perdoniamo la definizione della Carrara come «museo di provincia» vista la rilevanza data alla notizia, pubblicata in apertura di sito per diverse ore. Perché la portata di questa scoperta è, effettivamente, incredibile. Nei depositi della pinacoteca cittadina, infatti, un’opera intitolata Resurrezione di Cristo e che si riteneva realizzata da degli allievi del Mantegna o tutt’al più al suo secondogenito Francesco, è stata ufficialmente attribuita al grande artista rinascimentale. «Non sta a me dirlo – afferma Valagussa con grande umiltà –, ma diversi colleghi la stanno definendo la più grande scoperta sul Mantegna degli ultimi trent’anni, diciamo più o meno dagli studi dell’inarrivabile Roberto Longhi».

 

L’opera ritrovata: la Risurrezione di Cristo

 

La catalogazione. Ad affascinare, oltre alla consapevolezza di stare assistendo a un rilevante pezzo di storia dell’arte, è anche ciò che si nasconde dietro quest’opera e alla sua (ri)scoperta. Tutto ha avuto inizio circa un anno e mezzo fa, quando Valagussa e un team di suoi colleghi hanno cominciato i lavori di realizzazione del primo capitolo di un catalogo completo delle opere dell’Accademia, ovvero Dipinti Italiani del Trecento e del Quattrocento. Nel catalogo (che sarà pubblicato a giugno) ci sono centodieci schede per centodieci dipinti facenti parte della collezione Carrara. Un lavoro minuzioso, certosino, che ha “costretto” Valagussa e i suoi collaboratori a immergersi totalmente in un mondo, anche per loro, per buona parte inesplorato. «Esponiamo oltre cinquecento opere, ma nei depositi ne abbiamo circa 1.800 – spiega il direttore dell’Accademia Maria Cristina Rodeschini –. Un lavoro di catalogazione e analisi era assolutamente necessario».

 

Il dettaglio con la croce dorata, in basso

 

Il momento della scoperta. È proprio durante questo lavoro di analisi e catalogazione che Valagussa si è imbattuto nella Risurrezione. «Inizialmente né io né i miei colleghi bramavamo occuparci di quest’opera. Era ritenuta di seconda fascia, di poco conto. Alla fine ho deciso di occuparmene io. Sono stato fortunato – racconta –. Inizialmente, a colpirmi è stata la qualità indiscutibile delle figure, raramente riscontrabile in allievi di grandi maestri. Eppure la documentazione a disposizione parlava di un dipinto su tavola in tempera e oro di scuola mantegnesca, nulla più. Da qui la volontà di andare più a fondo. Lo screening a infrarossi ci ha permesso di notare particolari difficilmente visibili o addirittura invisibili a occhio nudo. In primis, il fatto che di ogni figura l’autore avesse disegnato i muscoli prima di passare alla pittura. Un metodo di lavoro tipico del Mantegna. Ma soprattutto, è diventata visibile una piccolissima croce d’oro situata proprio nella parte bassa dell’opera, identica a quella presente al vertice dell’asta che Cristo tiene in mano. È stata la scintilla». Valagussa ebbe l’intuizione: quella croce minuscola poteva essere parte di una seconda metà dell’opera poi tagliata. In quell’epoca, infatti, opere sulla…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 7 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 31 maggio. In versione digitale, qui.

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