La carezza di una donna romana
che ha trafitto il giovane mujaheddin

Mercoledì 2 marzo Farhad Bitani ha tenuto una testimonianza davanti agli studenti della scuola Imiberg, parlando dell’esperienza in Afghanistan e del cambiamento avvenuto nella sua vita in seguito agli anni di educazione militare trascorsi in Italia. L’intervento ha suscitato grande interesse. L’esperienza di Farhad è raccontata in un libro, L’ultimo lenzuolo bianco, dal quale sono tratti i brani citati nel seguente articolo.

 

Fahad Bitani nasce nel 1986 a Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Il padre è un generale dei mujaheddin, combattenti musulmani schierati nel complesso groviglio dei movimenti estremisti islamici. L’infanzia di Farhad si svolge tra scuole privilegiate e sotto la custodia dei sottufficiali del padre. L’esercito dei mujaheddin è temuto e rispettato in tutto il Paese. Poi la situazione politica si ribalta, il comando passa nella mani dei Talebani; l’integralismo ancora più radicale sfocia in atti di puro fanatismo, l’Afghanistan attraversa uno dei periodi più bui della sua storia. Il regime talebano impone una rigida dittatura, i mujaheddin sono costretti a scappare, Farhad passa da una condizione di vita agiata ad una drammatica povertà. Con l’arrivo dell’esercito americano i mujaheddin tornano al potere, e Farhad riprende l’esistenza interrotta, beneficiando dei milioni di dollari che giungono nelle tasche del padre dagli aiuti umanitari e dal governo statunitense.

 

 

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In una quotidianità dove lo straordinario è all’ordine del giorno, Farhad fatica a trovare riferimenti per capire quello che gli accade intorno. Alcuni eventi però fanno emergere in lui un senso di disagio, come una spia che indica qualcosa che non va.

«Allo stadio andavamo spesso il venerdì. Alcune volte anche durante la settimana. Un venerdì, il mio amico Seyar, un ragazzo di una famiglia normale, mi ha invitato ad andare con lui perché
avrebbero lapidato una donna. «Andiamo perché quella è una puttana. Sai che cosa ha fatto? Ha marito e un bambino e voleva divorziare perché le piace andare con un altro uomo». «Andiamo, andiamo, vediamola, questa bastarda!», gli ho risposto. Lo stadio era senza prato: soltanto un deserto di sabbia e un po’ di erba secca. I talebani hanno portato la donna. Un talebano, con il megafono, dopo aver recitato alcuni versetti del Corano, ha annunciato: «Signori, oggi
giustizieremo una donna infedele che voleva divorziare da suo marito perché va a letto con un altro uomo». E tutto lo stadio a urlare: «Dio è grande!». Anch’io ho gridato. La donna indossava il burqa. Hanno portato sacchi di pietre che hanno sparso sul terreno. Dopodiché hanno invitato il pubblico ad afferrare i sassi e lanciarli. Tutti hanno incominciato a lanciare pietre sulla donna. La cosa è durata fino a che lei non ha iniziato a muovere a scatti la testa e poi non si è più mossa. Alcune persone hanno continuato a lanciare pietre anche se era morta, da più vicino. Il marito guardava la moglie che si spegneva piano piano.E c’erano anche i due figli, un maschio e una femmina. La bambina piangeva. Anche le persone normali diventano animali. Se vivi sempre in mezzo agli animali, diventi un animale».

 

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Quest’episodio si riferisce al periodo dell’adolescenza; Farhad non ha ancora la capacità di accorgersi del male a cui partecipa. Il veleno dell’odio entra senza trovare alcuna resistenza. Negli anni successivi comincia però a nascere in lui un’estraneità a certi atteggiamenti, come viene ricostruito nel racconto di una festa in casa di un amico:

«Ci saranno state centottanta persone. Il padrone di casa, un ragazzo di ventiquattro anni, ha preso la parola per dare il benvenuto, annunciando di avere portato due ragazzini dalla città di Mazar per il divertimento dei suoi ospiti. Il musicista ha incominciato a intonare un canto, accompagnandosi con una danbora, la chitarra tradizionale afghana. Dopo qualche istante, nel salone sono entrati due bambini vestiti con abiti lunghi, di fattura femminile. Avevano i volti truccati. I vestiti erano a fiori, le gonne lunghe, i sonagli alle caviglie. Si muovevano al ritmo della musica, aggraziati, con sguardi persi. Uno dei due non arrivava a dieci anni, l’altro ne poteva avere al massimo dodici. Mentre i ragazzini ballavano, gli invitati lanciavano in aria banconote, visibilmente eccitati dalla scena. E anch’io cercavo di comportarmi allo stesso modo. Ho frugato nelle mie tasche alla ricerca di denaro da buttare ai piedi dei piccoli, mentre mi sentivo stringere il cuore. Avrei voluto uscire, fuggire, sparire. Ma non potevo farlo, non me la sentivo, sarei stato giudicato una donnicciola. Tutti gli altri erano al settimo cielo, si divertivano, urlavano il loro piacere. «Muovete di più il culo!», ordinavano alcuni, dando sorsate alle bottiglie di vodka al loro fianco. Tutta la stanza era impregnata del fumo di hashish. Inorridivo. Pensavo ai loro padri che predicano gli insegnamenti dell’Islam ventiquattro ore su ventiquattro, con le loro lunghe barbe simbolo di fedeltà a Dio. Gli insegnamenti del nonno Molawi Tarakhel mi pesavano sul cuore. Ma non potevo uscire da quella situazione. Non potevo rinunciare a tutti i privilegi che mi derivavano dallo stare al gioco.»

 

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Un grido soffocato si agita nell’animo di Farhad. Gli oltraggi a cui partecipa, le violenze di cui si rende involontariamente complice, la corruzione che dilaga tra le persone intorno a lui sono pesi sempre più difficili da sopportare. Nel suo mondo tuttavia non trova nulla che riesca a far emergere il malessere che lo divora. Si accorge di essere circondato da persone false e ipocrite, che impongono al popolo una legge che loro stessi non rispettano. Scopre che i capi militari che lo proteggono non sono altro che criminali che inseguono il proprio interesse personale. È sempre più evidente il bisogno di giustizia e di libertà presente nel suo cuore.

A questo punto, quasi casualmente, arriva in Italia, nell’ambasciata afghana a Roma. E proprio qui ha inizio il suo cambiamento. Senza alcuna aspettativa nei confronti di una cultura, quella occidentale, che è stato educato a considerare nemica, si imbatte in una realtà diversa da ciò che immaginava.

«Una cosa mi ha impressionato da subito. Un giorno a Roma ho avuto una discussione molto aspra con mio padre e sono uscito di casa pieno di rabbia e di tristezza. Vagavo senza meta con il volto alterato, trattenendo a stento le lacrime; non avevo ancora compiuto diciotto anni. Dopo pochi passi mi si è avvicinata una persona e mi ha detto: «Tutto bene?». Poco dopo una signora: «Ti senti male? Vuoi qualcosa da mangiare?». Così, tante persone che non sapevano neanche chi io fossi si preoccupavano per me. Mi domandavo come fosse possibile che gente “infedele” avesse questa attenzione per uno sconosciuto. Mi veniva in mente l’immagine delle strade afghane in cui le persone muoiono di fame e noi ricchi passiamo senza voltarci. C’era qualcosa che non tornava».

Piccoli gesti quotidiani, compiuti da persone sconosciute, aprono in lui la possibilità di una nuova vita. Un gesto di umanità apparentemente insignificante può avere un’eco molto più grande di quel che possiamo immaginare.

«Decisamente c’era qualcosa che non tornava. Ho iniziato a legarmi ai miei compagni italiani per capirne di più. Ho iniziato a cercare in ogni incontro le tracce e le ragioni di quella diversità che mi affascinava, che mi sembrava essere il fattore decisivo per rendere il mondo più giusto e umano […]. Mi si stava formando l’idea che tutto quello che mi era stato spacciato come Islam era in realtà fondamentalismo. Desideravo convincere i miei vecchi amici. Non potevo più sopportare le loro macchine blindate, le loro feste sfarzose, le loro vacanze a Dubai. Mi infastidiva una vita di sprechi, non volevo più partecipare ai loro divertimenti».

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