L’uomo che fece grande Bergamo
(quando comandavano i massoni)

Il documento che segue è uno scritto inedito di Severino Citaristi, editore e parlamentare bergamasco morto nel 2006, che per anni studiò la figura di Nicolò Rezzara. 

Nota biografica

Nicolò Rezzara nacque l’8 marzo 1848 a Chiuppano, in provincia di Vicenza, da famiglia di modeste condizioni. Rimasto orfano di padre a soli sette anni, fu mantenuto agli studi dallo zio materno Domenico Fontana. Conseguito il diploma di abilitazione all’insegnamento della storia presso l’Università di Padova, insegnò in alcuni istituti privati vicentini. Licenziatosi dal collegio “Cordellina Bissari” per non essersi sottoposto all’anticlericalismo dominante, nell’ottobre 1877 si trasferì come insegnante a Bergamo, dove rimase fino alla morte avvenuta l’8 febbraio 1915. È sepolto nel cimitero di Bergamo, dove il Credito Bergamasco gli ha eretto un monumento nei pressi della chiesa di Ognissanti.

Un fine secolo di miseria, ma anche ricco di idee e di associazioni politiche

Se lo contendono due province: quella di Vicenza dove è nato e quella di Bergamo dove ha operato. Ma nessuno mette ormai in dubbio che Nicolò Rezzara ha lasciato l’impronta della sua intensa attività specialmente nella nostra provincia, dove ha trascorso 38 anni della sua esistenza, continuando quell’impegno che da giovane aveva iniziato in quel di Vicenza nel mondo della scuola, della cultura e dell’associazionismo cattolico. Fu una attività svolta nella seconda metà di un secolo contrassegnato da un ricco fermento di idee e di associazioni politiche: incominciano a sorgere e a diffondersi le concezioni legate al liberismo in economia, le idee marxiste della lotta di classe, fa la sua apparizione il gruppo ristretto ma combattivo degli anarchici, si organizza il partito socialista e sorge il movimento cattolico sociale.

È il secolo della nascente industrializzazione, ma anche dello sfruttamento operaio e della diffusione della miseria e delle malattie: «In agricoltura dominava il latifondo – scrive Giuseppe Belotti, lo studioso che ha messo in luce l’opera del Rezzara con documentate pubblicazioni – e insieme al latifondo, dominano l’usura, la malaria, la pellagra, I’alcoolismo, I’analfabetismo: I’assenteismo padronale dei fondi abbandonati nelle mani di intermediari rapaci e spietati favoriva l’usura e lo sfruttamento dei lavoratori della campagna, soprattutto delle donne e dei fanciulli costretti a vivere in tuguri malsani, dove covava un senso mal represso di odio e di rivolta contro la classe dirigente post-risorgimentale».

Non migliore era la situazione nelle fabbriche, dove in media si lavorava 12-14 ore al giorno e «si ricorreva abitualmente al lavoro dei ragazzi: i minori di dodici anni, di ambo i sessi, avevano lo stesso orario degli adulti che in alcune fabbriche consisteva anche dalle sedici alle diciassette ore giornaliere», come lasciò scritto lo stesso Rezzara dopo un’indagine conoscitiva presso alcune aziende tessili della Valle Seriana. «Gli incidenti, per fortuna poco frequenti, colpivano per lo più i bambini spesso distratti nell’uso delle mani e dei piedi… e le malattie più diffuse erano le febbri gastriche e le artriti», ma sul volto dei giovani «era più che evidente tutto il travaglio fisico e interiore». Gli assistenti, continua il Rezzara, «tutelavano esclusivamente l’interesse materiale, lasciando libero il campo al turpiloquio, alla bestemmia, alla immoralità».

In quel periodo, fra il 1880 e il 1890, su 530.000 fusi per la filatura della seta esistenti in Italia, se ne contavano ben 330.000 nella sola provincia di Bergamo, installati in 182 opifici, dove erano addetti più di 16.000 operai, di cui 11.000 donne e circa 5.000 minorenni. All’industria serica si erano poi aggiunte quelle della lana in Val Gandino, del cotone e del lino a Fara d’Adda, della fabbricazione dei bottoni in Val Calepio, della birra a Seriate, del cemento ad Alzano, del grès a Colognola e quella siderurgica e la mineraria nell’Alto Sebino. Nel decennio 1880-1890 la provincia bergamasca era quindi una delle più industrializzate d’Italia. Gli operai, provenienti quasi tutti dalla campagna, subivano con rassegnazione le dure condizioni di lavoro: «Sono persone morali, operose e sobrie – scriveva in un rapporto al ministero dell’lnterno il prefetto di Bergamo Lucio Fiorentini -, meno guaste da sobillazioni settarie e socialistiche che altrove». Furono anche queste peculiari qualità degli operai bergamaschi, oltre all’abbondanza di acqua, a convincere parecchi industriali svizzeri a trasferire la loro attività nella nostra provincia; ma nello stesso tempo le condizioni di lavoro rappresentavano un campo assai vasto per la diffusione di partiti e di movimenti per la giusta difesa dei diritti spesso conculcati dei lavoratori.

 

8-marzo-1908

 

Vivace polemica e concorrenza fra socialisti e cattolici

Il partito socialista dell’epoca non si lasciò sfuggire l’occasione: poteva contare su nomi allora prestigiosi, quali Emilio Gallavresi e Federico Maironi, detto “I’avvocato dei poveri” per il patrocinio gratuito prestato in difesa degli operai; e stavano facendosi le ossa i futuri dirigenti Carlo Zilocchi e Alessandro Tiraboschi. I socialisti non si limitavano alla propaganda attraverso il loro giornale II Popolo, ma fondavano Circoli, Leghe, Unioni operaie, Associazioni di mutuo soccorso di composizione anche eterogenea, costituite in parte dalla piccola e media borghesia e in parte dal nascente proletariato, come quella che nel 1869 creò la Banca Mutua Popolare, dalla quale nascerà poi l’attuale Banca Popolare di Bergamo. L’Associazione generale di mutuo soccorso di Bergamo a ispirazione socialista ebbe addirittura come presidente onorario Giuseppe Garibaldi, che accettò anche la presidenza perpetua della Società di mutuo soccorso fra gli operai di Lovere, dove era sorto un moderno complesso siderurgico.

Di fronte a questo attivismo non deve destare meraviglia se lo stesso Vescovo di Bergamo monsignor Guindani inviò ai parroci una pastorale per richiamare la loro attenzione «su un nuovo e gravissimo pericolo, che minaccia le nostre religiose e tranquille popolazioni, costituito dallo sviluppo del socialismo, il quale prendendo argomento dalle condizioni, spesso a dir vero e in molti luoghi miserande, degli operai, mira a sconvolgere tutto l’ordine sociale, spingendoli, col pretesto delle rivendicazioni dei propri diritti, agli scioperi, non solo, ma anche alla violenza e alla rivolta con tutte quelle conseguenze di disordini morali che sogliono accompagnare questi tumulti di popolo e peggio ancora di donne».

Rezzara vuole cattolici di azione, non cattolici da museo

In questa situazione sociale e politica si trovò ad agire Nicolò Rezzara non appena giunto a Bergamo. Non si lasciò abbattere dalle difficoltà e incominciò ad attuare il suo motto “Cattolici di azione, non cattolici da museo”. Era convinto, e lo ribadì in diverse occasioni, che era inutile lamentarsi del «dilagare del socialismo, dell’audacia crescente dei socialisti, degli scioperi frequenti, della lotta di classe, mentre sarebbe necessario che codesti piagnoni confessassero: noi abbiamo alimentato la pianta del socialismo; noi, coi nostri ozi, coi nostri mali esempi, con l’assenteismo… noi ci siamo distaccati dal popolo, siamo venuti meno alla nostra funzione sociale… Abbiamo il coraggio di confessare le nostre colpe sociali… Ma non per fare dell’accademia, dell’oratoria o della letteratura, ma per cambiare registro, per cambiare strada».

E dimostrò come si doveva cambiare strada con una azione coraggiosa, intelligente, generosa, secondo le direttrici tracciate dall’Opera dei Congressi che aveva tenuto a Bergamo il suo quarto Convegno nel 1877 e al quale il giovane Rezzara aveva partecipato come uditore, e secondo i principi tracciati dall’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII. Scrive ancora il Belotti: «Rezzara non fu solo a Bergamo e in tutta Italia, I’uomo della “Rerum Novarum”, il maggiore fra i costruttori e coordinatori di opere sociali cattoliche, grazie a quelle doti che il Toniolo tanto ammirava in lui, ossia la prontezza dell’intuizione, la profondità dell’indagine ambientale e la sicurezza della decisione appropriata, indici infallibili dell’ingegno pratico; fu un precursore, un pioniere della stupenda primavera di opere fiorite nei solchi aperti dalla grande Enciclica».

 

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Prima preoccupazione del Rezzara: diffondere stampa e cultura e lottare contro l’analfabetismo

La battaglia che egli intraprese si articolò in due direzioni: quella della stampa e della cultura, e quella delle opere sociali.

In quei tempi a Bergamo erano abbastanza diffusi giornaletti e opuscoli, tutti di ispirazione anticlericale, di liberalismo e di radicalismo. Mi limito a citare il quotidiano (divenuto poi settimanale) Bergamo Nuova, di ispirazione radicale e repubblicana, fondato dal geografo e storico Arcangelo Ghisleri, la rivista Cuore e critica sempre del Ghisleri che poi la affidò a Turati che cambiò la testata in Critica sociale diventata negli anni la prestigiosa rivista del riformismo italiano. A queste pubblicazioni vanno aggiunte la Gazzetta Provinciale di Bergamo di ispirazione liberale, II progressista radicale, Il Conciliatore con un programma eclettico, il settimanale Il Movimento, il bisettimanale La Sferza, il già citato settimanale radical-socialista Il Popolo, tutti accesamente anticlericali con costanti collegamenti con la classe operaia. Mancava un giornale a ispirazione cattolica. Lo fondò Nicolò Rezzara: L’Eco di Bergamo.

Il 1° maggio 1880 si stampano le prime 5.000 copie de L’Eco di Bergamo

«Anche Bergamo sentiva il bisogno di un giornale cattolico proprio, che fosse l’interprete fedele delle idee, delle aspirazioni, dei bisogni della popolazione; che promuovesse ogni nobile utile progresso, che difendesse da ogni insidia e da ogni assalto la religione, la Chiesa, il Papato, i Vescovi, il sacerdozio e il popolo nostro buono e laborioso», scriveva il Rezzara. E, com’era sua abitudine, passò subito all’azione.

I tentennamenti del vescovo monsignor Speranza frenarono l’iniziativa, ma il destino o la Provvidenza intervenne in suo favore. II vescovo Speranza morì e il successore monsignor Guindani affermò subito: «Mettetevi all’opera. Un quotidiano cattolico, in una città come Bergamo, è indispensabile. Esso sarà il centro propulsore della vita religiosa e sociale; ogni sacrificio che si faccia per raggiungere questo scopo non sarà mai troppo grande. Mettetevi all’opera e contate sin da oggi su tutto il mio appoggio».

II Rezzara non se lo fece ripetere due volte. Si mise all’opera: il 1° marzo 1880 la società editrice era già costituita con un capitale sociale di 23.075 lire e 131 soci fondatori. Tutto era pronto ma, dato il liberalismo e il radicalismo allora dominanti a Bergamo, non si trovò una tipografia disposta a stampare un quotidiano cattolico. Rezzara non si demoralizzò: dopo frequenti viaggi a Milano e a Monza, riuscì a rintracciare macchine di stampa, caratteri, carta, inchiostro, attrezzi e mobilio, sistemò il tutto in alcuni locali «poveri e disadattati» presi in affitto dall’Istituto Botta in Via Sant’Alessandro 55 e il 1° maggio 1880 usciva il primo numero del quotidiano. Direttore Giovanni Battista Caironi, un redattore, un amministratore, un gerente della tipografia e sette operai: undici persone in tutto!

La prima tiratura di cinquemila copie andò a ruba, ma i successivi numeri dimostrarono le difficoltà di diffusione di un quotidiano in una provincia che contava allora circa il 50% di analfabeti. Alla fine del 1880 il numero di copie calò a mille, in gran parte destinate agli abbonati. «Mal compreso da una parte, combattuto e oltraggiato dall’altra – scriverà più tardi il Rezzara – il nostro giornale traversò periodi assai critici specialmente nell’azienda economica, sulla quale si ripercuotevano le spese sempre più gravi richieste da un’opera nuova, gli effetti dell’inesperienza degli uni, le soverchie esigenze degli altri e lo scarso appoggio materiale del pubblico abituato a leggere altri giornali o a non leggerne alcuno». Si dovette ricorrere al credito, furono emesse obbligazioni infruttifere: rimedi parziali e insufficienti. La situazione migliorò quando nel 1898 gli uffici furono trasferiti da Via Sant’Alessandro alla più centrale Piazza Pontida: iniziò il risanamento aziendale, aumentò la simpatia del pubblico verso il giornale, e con essa il numero delle copie vendute. I proventi della tipografia lo sostennero finanziariamente e il consiglio di amministrazione potè presentare il bilancio in attivo e dividere gli utili fra i lavoratori del giornale. Nel 1905 vi lavoravano 42 operai e 6 redattori; nei successivi sette anni la sede fu trasferita presso la Casa del Popolo, dove si trova tuttora in ambienti moderni e funzionali, di certo migliori di quando il primo direttore Caironi chiedeva insistentemente di avere una poltrona, perché «non poteva reggersi a lungo, seduto su una seggiola tiratagli fuori da non si sa quale magazzino di mobilio usato». L’Eco di Bergamo aveva quindi trovato la sua definitiva sistemazione in quella Casa del Popolo, sorta per iniziativa del Rezzara, costata allora un milione di lire (equivalente non so a quanti milioni di oggi), versato dai cattolici bergamaschi mediante sottoscrizioni a fondo perduto e dove trovarono la loro sede le varie associazioni cattoliche, un albergo e un ampio teatro intitolato al tenore Rubini.

Fonda anche II Campanone, Pro Familia e altri periodici

Ma il Rezzara non si accontentò de L’Eco di Bergamo, che ancora oggi è un autorevole punto di riferimento della vita religiosa, civile, sociale e politica della provincia bergamasca. Il 1° febbraio 1885 iniziò le pubblicazioni il settimanale Il Campanone, da lui diretto fino alla morte avvenuta nel 1915: un periodico battagliero con articoli polemici, firmati direttamente dallo stesso Rezzara, alcune volte con lo pseudonimo “dott. Briscola”. Non mancò, a titolo di esempio, di intraprendere una campagna violenta contro il ministro della Pubblica lstruzione Paolo Boselli, che aveva presentato un progetto di legge inteso ad espropriare i Comuni del diritto di nominare i maestri delle scuole elementari, senza accollarsi però i relativi oneri finanziari. Gli articoli del Rezzara suscitarono proteste e petizioni da parte di oltre cinquanta municipi, mobilitarono le popolazioni non solo bergamasche e il Parlamento fu costretto ad abbandonare il progetto. Soppresso durante il fascismo, Il Campanone riprese le pubblicazioni dopo la guerra come settimanale della Democrazia Cristiana ed ebbe in quegli anni notevole diffusione e incidenza politica nella vita provinciale; poi gradualmente scomparve. Peccato! Le testate giornalistiche non dovrebbero mai morire: con esse muore sempre un’idea; e sono le idee che stanno alla base del progresso di un popolo.

Negli ultimi anni del secolo, il Rezzara aveva notato il diffondersi di pubblicazioni illustrate, favorite dalle innovazioni tecnologiche e dai mutati gusti dei lettori. Fu subito pronto a soddisfare le nuove esigenze; il 3 ottobre del 1900 faceva la sua comparsa nelle edicole il settimanale illustrato Pro Familia: i 4mila abbonati e le seimila copie vendute a livello nazionale non coprivano pero le 7.000 lire che erano costati l’avvio dell’impianto e la propaganda, per cui dovette battere cassa in Vaticano e interessare il Segretario di Stato cardinal Rampolla per un congruo contributo. Al Pro familia si aggiunse il settimanale a colori per ragazzi Ore liete a diffusione nazionale, poi rilevato dalla editrice “La Scuola” di Brescia.

Sempre nel settore della cultura basti accennare ad alcune altre iniziative promosse dal Rezzara, quali “l’Università Popolare”, i Corsi per la preparazione dei dirigenti, la “Scuola Sociale Cattolica” e il “Pontificio Istituto di Scienze Sociali”, una specie di ateneo di alta cultura sociale che fu poi incorporato nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. II Rezzara era solito dire che «con gli ignoranti non si vincono le battaglie né, tanto meno, si governano le popolazioni»; e a quel tempo si trovava di fronte ad una larga diffusione dell’analfabetismo: per combattere questa piaga diede vita ad una istituzione “La scuola popolare gratuita per tutti” con ottimi risultati soprattutto nelle comunità montane.

A queste iniziative di carattere culturale è opportuno ricordare anche le numerose pubblicazioni del Rezzara, edite dalla tipografia Sant’Alessandro. Mi limito a citare Le nostre battaglie, L’azione cattolica nella diocesi di Bergamo, La scuola nella legislazione italiana, La legge Daneo-Credaro del 4 giugno 1911, Il problema scolastico nell’ora presente, i Corsi di economia sociale, a testimonianza che accanto al Rezzara realizzatore ci fu sempre il Rezzara pensatore e docente, che forse non è stato valorizzato come meritava.

 

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Le numerose opere di carattere sociale

II Rezzara non si accontentò di diffondere la cultura, di illuminare le coscienze con la diffusione della stampa. La miseria materiale che lo circondava richiedeva interventi per alleviare le condizioni della maggioranza della popolazione, che moriva di fame e di pellagra nei tuguri della città e delle case coloniche. Le numerose iniziative a carattere sociale richiederebbero un trattato; un articolo di giornale impone un arido elenco delle opere realizzate.

La pellagra, con un indice di mortalità del 21 per mille, era frutto della denutrizione ed egli fonda e dirige “L’Opera delle cucine economiche”, che ebbe una rapida diffusione in tutta Italia. L’appello lanciato su L’Eco di Bergamo e su La Gazzetta Provinciale il 21-22 novembre 1881 fruttò la somma di 3.844 lire e 60 centesimi. «Con essa – scrive Pierantonio Gios nel suo documentato volume sul Rezzara – si acquistarono cinque enormi pentoloni di ghisa di un nuovissimo modello, esposti al pubblico il 27 dicembre davanti al negozio Ghislanzoni. Finalmente la mattina del 9 gennaio 1882 grandi manifesti murali annunciavano per il lunedì 11 gennaio l’apertura delle cucine. Da allora esse divennero, per il Rezzara e per il mondo cattolico bergamasco, un punto di onore: occuparono le prime pagine dei giornali nazionali, furono visitate, copiate e trapiantate in molti altri Paesi. Sul loro modello, nella sola provincia di Bergamo, sorsero nel giro di un anno altre 39 cucine», che diventarono 53 nel 1885 e alle quali si accedeva dietro presentazione di buoni giornalieri reperibili nelle precedenti ventiquattro ore presso apposite rivendite: in tal modo venivano preparate le razioni di minestra necessarie per soddisfare tutte le richieste prenotate, senza inutili avanzi ed evitando che qualcuno non potesse fruirne.

Di fronte a questa benemerita iniziativa, fu lo stesso Consiglio Provinciale dell’epoca a cooptare il Rezzara nella commissione pellagrologica provinciale; e grazie anche al suo aiuto e alla sua esperienza «sorsero i pellagrosari mandamentali, le locande sanitarie, le cucine economiche, le cure a domicilio per i malati, gli essiccatoi fissi e mobili, i granai collettivi, i forni rurali e i campi sperimentali per il granoturco». E quando, nel 1884, si diffuse in terra bergamasca l’epidemia del colera, i massoni della Giunta comunale di Bergamo affidarono all'”Opera delle cucine economiche” I’alimentazione dei ricoverati presso il Lazzaretto e presso l’ospedale dei Celestini e, a epidemia scomparsa, la Giunta ringraziò pubblicamente il cattolico Rezzara.

Contro l’usura fonda Casse popolari e Casse rurali

Se i cattolici non potevano partecipare attivamente alla vita politica a causa del “non expedit” papale, non potevano però essere assenti nel campo economico. «È più che naturale quindi che i cattolici italiani più sensibili alle questioni sociali – scrive Giovanni Giavazzi in una sua relazione ad un convegno su Rezzara – affrontassero il problema del credito. I dibattiti all’interno dell’Opera dei Congressi iniziarono al congresso di Vicenza del 1891 e poi, stimolati dalla “Rerum Novarum” e dalla instancabile attività del parroco di Murano Don Luigi Cerutti, continuarono nei successivi fino a quello di Fiesole del 1896, che tracciò i criteri direttivi sull’ordinamento del credito, indicando i vari tipi di strutture creditizie (banche di piccolo credito, casse rurali di depositi e prestiti, casse operaie e popolari) e le modalità specifiche di esercizio del credito secondo l’etica cristiana».

Su iniziativa del Rezzara sorgono “Casse popolari” per il credito all’artigianato e alla piccola industria. E dopo aver lamentato che «nell’agricoltura la situazione è quasi disperata» a causa delle ipoteche, delle imposte e dell’usura a cui sono sottoposti i piccoli proprietari, dà vita alle “Casse rurali” che liberarono i contadini dall’usura e li educarono al risparmio. Dopo la prima Cassa rurale sorta nel 1893 a Martinengo, si conteranno nella nostra provincia ben 92 Casse rurali e popolari. E accanto ad esse prese sviluppo la cooperazione agricola con le 120 “Società di mutuo soccorso” sorte in Bergamasca e coordinate da una Federazione diocesana; sorgono le “Cooperative agricole”: la prima è la “Società Probi Contadini di Castel Cerreto e Battaglie” fondata dal Rezzara con la collaborazione del prevosto di Treviglio monsignor Cantaluppi. Alla fine avremo in Bergamasca 16 cooperative di questo genere e 78 società di mutua assicurazione contro la mortalità del bestiame.

«Come organo provinciale di assistenza e di propulsione della cooperazione agricola in Bergamasca – annota il Belotti – Rezzara fondò il 1° maggio 1895 la “Unione Cattolica Agricola Bergamasca” per la diffusione dei metodi razionali di cultura agraria, per l’impiego delle macchine agricole ed il più largo uso dei concimi chimici e delle sementi selezionate». L’Unione durante il fascismo venne poi incorporata d’autorità nel Consorzio Agrario Provinciale.

Cooperative di lavoro e di consumo, latterie sociali, cantine sociali, cooperative edilizie per la costruzione di case popolari unifamiliari completano l’attività cooperativistica bergamasca secondo i piani fortemente voluti dal Rezzara. E quando si verificò una speculazione sul prezzo e sulla qualità del pane venduto in città dai vari negozi, il Rezzara nel 1894 diede vita al “Panificio bergamasco”, un forno cooperativo installato in una filanda abbandonata, affiancato da un mulino detto del Galgario, che adottò metodi razionali di panificazione con notevoli risparmi per i cittadini acquirenti, tanto che ben presto furono aperti in città ben 20 spacci di vendita.

Di fronte a tale intensa attività il socialista Zilocchi si chiedeva con angoscia come la “Città dei Mille”, cosi cara a Garibaldi, si fosse potuta trasformare in una specie di “sacrestia del Vaticano”. La risposta se la diede lui stesso quando annotò che «chi lavora tutto il giorno in condizioni di grande miseria si sente attratto da quelle istituzioni e da quelle persone che si preoccupano di potergli offrire anche un qualche aiuto materiale», con una evidente implicita critica all’astrattezza politica dei socialisti bergamaschi del suo tempo.

 

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E nel 1891 dà vita al “Piccolo Credito Bergamasco”

Alla fine, un altro capolavoro: la fondazione nel 1891 della banca “Piccolo Credito Bergamasco” sotto forma di società anonima cooperativa a capitale illimitato, che diventò una delle colonne dell’economia provinciale. L’azione dei cattolici nel campo del credito – annota ancora il Giavazzi – fu guidata da due istanze fondamentali: «rispondere alle esigenze materiali delle classi lavoratrici, in particolare dei contadini; garantire alle stesse masse un ambiente favorevole per lo sviluppo religioso-morale. Era cioè una risposta sociale-religiosa alla grave situazione, specie dell’agricoltura, negli ultimi due decenni del secolo». Dal punto di vista sociale-economico, tale credito aiutò le unità produttive più deboli che non potevano accedere al sistema creditizio ordinario, sottraendole nello stesso tempo all’usura. Lo stesso Rezzara, più tardi, annoterà che il «Piccolo Credito Bergamasco fu concepito come pilastro centrale: esso raccoglieva i depositi eccedenti delle casse rurali e delle Casse popolari remunerandoli al 3-4% d’interesse in più del mercato, cioè al 3 e mezzo; a sua volta prestava alle stesse, secondo le necessità, ad un tasso di interesse diminuito del 3-4% rispetto al mercato, cioè al 4 e un quarto». Casse popolari e Casse rurali poterono così svilupparsi con le spalle sicure e fare da collettore per la banca. Questa, a sua volta, sviluppandosi, divenne appoggio efficace per altre opere specialmente cattoliche, quali l’Unione agricola bergamasca, le Cooperative agricole, il Panificio bergamasco, L’Eco di Bergamo, il Pro Familia, ecc. Ma non solo cattoliche, in ossequio al principio, saggiamente e modernamente affermato da Rezzara, che la banca «istituzione cattolica, in quanto alle persone dei soci e ai principi morali ai quali si ispirano i suoi amministratori, distribuisce però il credito a tutti quelli che ne hanno bisogno e che offrono le sufficienti garanzie di onestà e di solvibilità».

Nei suoi primi quindici anni, Il Piccolo Credito vide aumentare i soci da 570 a 2.473 e nel 1910 il Rezzara poteva dichiarare che le azioni emesse dalla Banca a lire 20, dopo tre anni ne valevano 70: si noti bene, in termini reali in quanto, allora, non vi era praticamente inflazione. Il “Piccolo Credito Bergamasco” ebbe un notevole sviluppo e negli anni del secondo dopoguerra assorbì il “Banco San Marco” di Venezia che era stato fondato quattro anni dopo il “Piccolo Credito” per iniziativa di Pio X, allora Patriarca di Venezia.

Più tardi nei rapporti fra la direzione del “Piccolo Credito” e il fondatore si verificarono incomprensioni e screzi. Come ho detto, fin dalle origini la banca era stata la più generosa finanziatrice dell’associazionismo cattolico bergamasco. Ma dopo l’assorbimento dell’Unione agricola bergamasca da parte del “Piccolo Credito” nel 1907 e la liquidazione della Federativa bestiame nel 1910, il contributo annuale fu diminuito proprio mentre aumentavano le spese per il personale, per fronteggiare le necessità urgenti delle varie associazioni e per lanciare nuove iniziative nel campo sindacale e organizzativo. Inutili furono le richieste e i vari interventi del Rezzara presso la direzione e presso il vescovo Radini Tedeschi. Alla fine, il 31 gennaio 1914, fu lo stesso Rezzara a dover firmare una cambiale di 1.161 lire e 45 centesimi per pagare lo stipendio agli otto impiegati della direzione diocesana. Amareggiato, diede le dimissioni da membro del consiglio di amministrazione del “Piccolo Credito” e anche da presidente e membro della direzione diocesana. Si consumò allora, scrive il Gios «il divorzio tra il movimento cattolico organizzato e l’istituto di credito bergamasco…; a vincere sul popolarismo e sul solidarismo del Rezzara era la logica del mercato e del profitto», com’era del resto inevitabile. L’anno dopo, il Rezzara moriva.

Convince persino il Papa a superare il “non expedit” e Bergamo ha il primo deputato cattolico d’Italia

Dovrei accennare alla sua attività in favore degli emigranti italiani all’estero, della libertà e della riforma della scuola, delle numerose relazioni agli undici Congressi nazionali, degli incarichi amministrativi ricoperti, ma il discorso mi porterebbe troppo lontano. Mi limiterò ad accennare ad una battaglia da lui condotta per favorire la partecipazione diretta dei cattolici alla vita politica del Paese.

Da tempo Rezzara era convinto che i cattolici non dovessero limitarsi ad essere presenti nelle amministrazioni pubbliche periferiche; dovevano togliere agli anticlericali il monopolio del potere politico, prepararsi ad essere presenti in Parlamento, superando in tal modo il “non expedit” papale, dovuto alla questione romana. Per realizzare questo suo intento, non esitò a rompere i rapporti persino con il conte Stanislao Medolago Albani, con l’aiuto del quale aveva realizzato tante opere sociali e culturali, ma del quale non condivideva la  rigida intransigenza.

A questo scopo, nel 1901, si fece promotore del circolo “Democrazia Cristiana” che inaugurò il 15 maggio nella ricorrenza del primo decennale della “Rerum Novarm”. Ad affrettare i tempi fu l’elezione a deputato del socialista Federico Maironi contro il conte Giacinto Tenaglia, presentato dai moderati. L’elezione suppletiva del Maironi, avvenuta il 6 giugno 1904 a causa della morte dell’onorevole Finardi, fu favorita dalla massiccia astensione dell’elettorato cattolico il quale, fedele alle indicazioni della Santa Sede, aveva disertato in blocco le urne. II Medolago fu soddisfatto per il rigoroso comportamento dei cattolici bergamaschi; altri, fra cui il Rezzara, preoccupati dell’aumentata influenza socialista, chiesero invece che, almeno a livello locale, si procedesse ad una revisione dell’astensionismo cattolico, imposto dalla Santa Sede.

Quando fu nota la decisione del governo Giolitti di indire elezioni generali anticipate, una  delegazione bergamasca, guidata dall’avvocato Paolo Bonomi, si recò a Roma, dove il 17 ottobre fu ricevuta in udienza da Pio X. II Bonomi espose con chiarezza i motivi della visita ma il Papa gli ricordò che pochi giorni prima aveva risposto negativamente anche a monsignor Bonomelli e ad altri che avevano insistito nella medesima richiesta. II Bonomi, sia pur rispettosamente, fece presente i gravi danni che sarebbero derivati a tutte le numerose organizzazioni sociali, economiche e amministrative bergamasche a causa della definitiva rottura con i liberali moderati fino allora alleati a livello locale. Alla fine il Papa li accompagnò alla porta e sulla soglia li salutò: «Fate, fate quello che vi detta la vostra coscienza. Ripetete al Rezzara qual è la risposta che vi ho dato e ditegli che il Papa tacerà».

Forti di questo eccezionale consenso, nella tornata elettorale di novembre il moderato Piccinelli sconfisse il socialista Maironi, e il deputato radical-massone Engel cedeva nel collegio di Treviglio il posto di deputato al cattolico Agostino Cameroni. Il Rezzara aveva vinto la sua battaglia. E ancor più soddisfatto fu quando le elezioni del 1909 videro la riconferma a deputato del Cameroni e l’elezione al parlamento dei cattolici Bonomi e Carugati. II cardinale Agliardi gli scrisse allora: «Altri manderanno le loro congratulazioni ai deputati cattolici eletti, io mando le mie anche a lei che ce li ha dati». Congratulazioni più che meritate!

Dopo la morte, il capogruppo socialista al Comune di Bergamo disse: «Quest’uomo che ha chiuso la sua carriera mortale povero, come povero ebbe ad incominciarla… fu una nobile espressione di fede, di forza e di disinteresse e ha insegnato qualche cosa agli uomini di tutti i partiti, perché ha insegnato loro come una fede s’intenda, e come una fede si professa e si propugna». E l’allora patriarca di Venezia card. Roncalli scriveva: «Nicolò Rezzara è una stella di prima grandezza, che la Provvidenza ha inviato e trattenuto nel nostro cielo in tempi difficili ed avversi»: elogi, che almeno dopo la morte, hanno dato il giusto merito ad un uomo che spese 38 anni della sua esistenza in favore della elevazione morale, sociale, culturale e politica della popolazione bergamasca.