Quattro splendidi incipit di Márquez

Cartagena de Indias è bellissima. Adagiata con semplicità nel mar dei Caraibi, con una croce che guarda il vento dall’alto e i colori affacciati sulle strade, è luogo stranamente – testardamente – di pace, nella complicata Colombia. Cartagena de Indias è così bella da esser stata riconosciuta Patrimonio Unesco. Cartagena de Indias è così bella anche perché è il posto in cui ci si è fatti portare per mano da Gabriel García Márquez ne L’amore ai tempi del colera.

Qui lo scrittore arrivò la prima volta nel ’48, fuggendo da Bogotà dopo la chiusura dell’università che frequentava e qui cominciò a lavorare per il quotidiano El Universal. Qui creò la sede della sua fondazione «per un nuovo giornalismo iberoamericano», la Fundación Nuevo Periodismo. Qui, nonostante le sue tante residenze per il mondo (una addirittura a Parigi), aveva la sua casa, rossa mattone e con le palme nel cortile quadrato, e le sere di whiskey al malto con gli amici. Qui vivevano i suoi genitori, qui ora sta Jaime, il suo fratello preferito. E qui, nel Chiostro De la Merched, in un antico monastero nel centro cittadino, riposano da domenica 22 maggio le sue ceneri.

 

 

La decisione, naturale ma comunque poetica, è stata presa l’anno scorso dalla famiglia, ovvero dalla moglie Mercedes Barcja e dai figli Gonzalo e Rodrigo, e annunciata da Juan Gossain, governatore del dipartimento di Bolivar. La cerimonia e la collocazione del busto dell’autore, opera della scultrice britannica Katye Murray, erano previsti per il 2015, ma, nel corso dei lavori preparatori nel sottosuolo del chiostro è stata scoperta una cisterna del Seicenti con un numero notevole di reperti, e si è dovuto rimandare.

Comunque, domenica, con una cerimonia semplice e farfalle gialle a decorare gli alberi, si è finalmente reso omaggio al grande scrittore, con 400 invitati a stringersi attorno alla famiglia. «C’è gioia mista a tristezza, ma più gioia perché vedere tuo fratello arrivare fino a dove Gabito è arrivato non può dare che gioia», ha dichiarato Aida Rosa Garcia Marquez, 85 anni, quarta di dieci fratelli e sorelle del premio Nobel per la letteratura. Mentre Gonzalo, il figlio, ha detto: «È un onore che la città di Cartagena organizzi un simile evento. Siamo molto felici e molto contenti». Ed Edgar Parra Chacon, rettore dell’Università di Cartagena, ha parlato «dell’immenso onore» rappresentato dal «ricevere le ceneri di Gabo».

 

 

Noi, che da quel 17 aprile 2014, ancora stentiamo a credere che Gabo non ci sia più, siamo andati a riaprirci i suoi romanzi. Capolavori fin dagli incipit. Capolavori, gli incipit.

 

Cent’anni di solitudine

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

 

L’amore ai tempi del colera

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro. Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato. Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.

 

Cronaca di una morte annunciata

Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

 

Memoria delle mie puttane tristi

L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai.

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