Tiziana, la moglie di Gimondi

Dietro un grande uomo, un grande campione, un bergamasco cocciuto e felice, un genio delle due ruote che oggi è diventato un simbolo dello sport e della nostra terra, c’è sempre una grande donna. Santa pazienza lei, eh. Perché mica è stato facile. «All’inizio, a dire il vero, durissima». Felice Gimondi andava via a fare il corridore, Tiziana Bersano restava a casa a tifare e a sperare che non si facesse male. Oggi, cinquant’anni dopo, Tiziana e Felice sono ancora la coppia più bella del mondo. Però a lei guai a parlare di ciclismo: «Quello no, ormai non lo seguo più. Di quello non chiedetemi nulla». Ride e ride, Tiziana. Aveva sedici anni la prima volta che la portarono a Sedrina, un viaggio che non finiva mai, e non era mica come oggi, che a quell’età le ragazze fanno già come gli pare. Negli anni Sessanta andavi a conoscere la famiglia e internet non c’era per accorciare le distanze. «Io e Felice ci siamo conosciuti in Liguria, a Diano Marina. I miei nonni erano amici di Adorni, lui veniva lì a trovarci. Dopo una Milano-Sanremo venne e quella volta c’era anche Felice. L’ho conosciuto prima che diventasse famoso. Io andavo in collegio ad Alassio, ma quel giorno ero presente. Nulla, ci guardavamo, e la cosa era finita lì. A gennaio ci siamo rivisti e lì è cominciato tutto. Abbiamo fatto subito sul serio. Dopo venti giorni sono venuti i suoi a conoscere la mia famiglia e poi è toccato a me venire a Bergamo…».

 

 

E…?

«Un incubo» (ride, ndr).

Perché?

«Venivo da un posto di villeggiatura, papà e mamma avevano un albergo, la discoteca, ero abituata a stare in mezzo a tanta gente allegra. Arrivare a sedici anni a Sedrina, insomma…».

Cosa si ricorda?

«Una panchina in pietra con queste signore vestite di nero, i vestiti luuuunghi e neri» (ride, ndr).

Insomma, un inizio incoraggiante.

«E poi mi ricordo che c’era questa casina piccola. Però quelli che poi sono diventati mio suocero e mia suocera mi misero subito a mio agio».

E dopo?

«Sono passati tanti anni. Lo dico sempre: amo la Liguria, la mia terra, qualche volta ne sento il richiamo e devo tornare. Ma a Bergamo ci sto benissimo. A più di sessant’anni abbiamo scoperto i laghi: Iseo, Sirmione, Desenzano. Poi c’è Milano vicina. Si sta bene, io ci sto bene».

L’impatto coi bergamaschi se lo ricorda?

«Disastroso» (ride, ndr).

Siamo migliorati col tempo?

«Oggi se mi chiedessero di tornare a Diano Marina direi di no. All’inizio i bergamaschi sono chiusi, il bello viene dopo. Quando ti fai gli amici è bellissimo. Appena sposata non fu semplice. Felice andò via subito per tre mesi. Non era facile avere dei rapporti. Magari ti invitavano le coppie, ma io cosa ci facevo? Piano piano è stato tutto bellissimo».

Che anni erano?

«Anni diversi, molto belli. Anche per il ciclismo. Era tutta un’altra cosa».

Cioè?

«Quando si andava ai circuiti ci divertivamo anche. Ai circuiti c’era sempre la famiglia. La sera nei soliti ristoranti, si organizzavano feste, c’era gente, la chitarra. Ho dei bellissimi momenti di quel periodo».

 

 

E poi c’erano le vittorie di suo marito…

«L’emozione più grande fu quella dei Mondiali. Anche perché stavo aspettando Federica, la mia seconda figlia. E poi mi ricordo un campionato italiano a Ponte Decima, bellissimo, emozionante. Ma di ricordi ce ne sono così tanti».

Diceva del Mondiale. Era il ’73. Che ricordo ha?

«A dire il vero l’ho visto solo molto tempo dopo (ride, ndr). Ero tesissima. Stavamo a Villa d’Almé. Non potevo guardare. Stavo dietro una colonna perché avevo paura. E poi mi ricordo Norma (l’altra figlia, ndr) che aveva la maglia di Merckx, aveva sempre quella maglietta».

Le corse la mettevano in agitazione?

«Solo le volate. Avevo paura che Felice potesse farsi male. Per il resto lui è sempre stato un corridore molto attento».

In bici lei ci è mai andata?

«Solo da bambina. Poco. Io ho fatto danza classica, studiavo lingue. Niente ciclismo».

Invece Norma…

«Sono stata io a impedirle di fare l’agonista. Volevo studiasse. “Studia che è meglio, il ciclismo quanto ti dura?”, le dissi. Però lei è un’atleta, tre volte alla settimana va, è bravissima. Felice dice che ha uno stile perfetto, una bella postura. E poi ha grinta. Adesso ha un bel lavoro (fa l’avvocato, ndr) ma in bici ci va lo stesso».

Diceva di Villa d’Almé…

«Stavamo in questa mansarda bellissima. Anche lì ho ricordi incredibili: i primi anni di matrimonio, la nascita delle mie due figlie».

Feste?

«Quando non c’era il ciclismo si andava a mangiare la pizza. Felice ha sempre avuto una vita molto regolare. Ecco, Capodanno però l’ho organizzato per quindici anni. L’unica che mi lasciava fare (ride, ndr). Venivano anche sessanta persone, eh».

Ma il bergamasco l’ha imparato?

«Certo, l’ho imparato subito. Soprattutto per comunicare con le persone più anziane. Sono cinquant’anni che sto qui, l’accento si sentirà un po’ o no?».

E dei bergamaschi cosa ha imparato?

«L’affetto. L’ho capito il giorno che hanno festeggiato i settant’anni di mio marito. Una festa bellissima. Un affetto sincero, vero. Le cose belle della vita».

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