Dal Papa Giovanni le bellissime foto
di un’umanità straniera (e accolta)

Mani nerissime con unghie smaltate di rosso, strette sotto un pancione da nono mese. Siamo all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, un luogo dove è possibile narrare qualcosa del nostro Paese che fuori di lì spesso è difficile capire. Le mani nere di questa bellissima fotografia simboleggiano quelle di tutti gli immigrati che ogni giorno frequentano questo luogo di cura, trovandosi accolti e vivendo esperienze di vera integrazione.

Un’Italia normale, civile, organizzata: è quella che emerge dal racconto per immagini realizzato da un fotoreporter torinese, Umberto Fratini, all’interno di un progetto voluto da Fondazione Farmafactoring e che si avvale di una ricerca realizzata dal Censis. Un progetto che ha toccato una dozzina di strutture sanitarie in tutto il Paese, ma il capitolo che riguarda Bergamo occupa uno spazio molto vasto, anche per il semplice fatto che la percentuale di popolazione immigrata in provincia è superiore alla media nazionale. Al progetto è stato dato un titolo suggestivo “scovato” dallo stesso presidente del Censis, Giuseppe De Rita: I nuovi pellegrini. Il titolo indica un’utenza che viene da lontano e che nello stesso tempo, come ogni pellegrino, si muove in territorio amico e ospitale. Come spiega De Rita, «il nostro Servizio sanitario rappresenta per gli immigrati non solo un’opportunità di potersi curare e di far riferimento a operatori e tecnologie di alto livello, ma un insieme di luoghi in cui matura una vicinanza ai comportamenti e alle scelte dei cittadini italiani che è decisiva per una buona integrazione civile, sociale, culturale e umana».

Le foto di Fratini confermano in modo persuasivo questa percezione del presidente del Censis. Siamo di fronte a persone che, pur nella delicatezza del momento, mostrano una grande serenità e stanno molto volentieri al “gioco”, posando con grande naturalezza e mostrandosi a loro agio tra le corsie dell’ospedale. Qui nessuno è straniero, verrebbe da dire scorrendo le immagini, che percorrono tanti luoghi, dalle sale d’attesa dove una coppia posa seduta in atteggiamento affettuoso ai letti dove il nero spicca sul bianco lindo delle lenzuola.

Ovviamente quello che subito si nota è l’età media dei pazienti, decisamente più bassa di quella dei pazienti italiani; si nota poi la frequenza di donne alle prese con la maternità: non a caso le statistiche dicono che gli immigrati pur rappresentando l’11 percento della popolazione della provincia garantiscono oltre il 20 percento delle nascite. Tutto questo rende la narrazione fotografica di Fratini estremamente vitale. Il luogo della cura perde completamente quell’aspetto triste e un po’ depressivo che hanno sempre gli ospedali, e invece si trasforma in un luogo della rigenerazione, dove c’è spazio a che per sorrisi: come quello bellissimo della paziente di origine orientale, con volto coperto da mascherina, sorpresa mente scambia qualche battuta con un infermiera dai capelli biondi. Le fotografie sono poi tutte montate a coppia: le persone sono infatti abbinate a luoghi o immagini simboliche che il fotografo ha colto tra le corsie. Ad esempio quella con la paziente orientale è abbinata a un manifesto il cui slogano recita così: «Non abbiamo bisogno di giorni migliori, ma di persone che rendono migliori i nostri giorni». Al Papa Giovanni XXIII sembrerebbe che di persone così non ne manchino, a vedere queste immagini.

Oltre a Fratini, tra le corsie dell’ospedale ha lavorato, sempre all’interno dello stesso progetto, anche una giovane fotografa, Irene Carmassi: le sue immagini sono in bianco e nero, molto emozionanti e confermano, nella loro fuggevolezza, l’impressione di accoglienza e di buona integrazione che emerge da questo viaggio nella grande struttura sanitaria.

Tutte queste foto possono essere viste sino al 29 maggio, nella mostra che Fondazione Farmafactoring ha organizzato al Chiostro del Bramante a Milano.

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