Edge Of Tomorrow c’est moi:
La tragedia dei senza futuro

Mi manca forse qualche scena, però tra il fatto di aver letto il libro, aver sbirciato il fumetto, aver fatto lo slalom tra un trailer e l’altro, letto wikipedia versione en. e versione it., setacciato i siti di cinema, posso dire di averlo visto. Dimenticavo: il primo a parlarmene diffusamente (un paio d’orette) è stato mio nipote, tornato entusiasta dal cinema.
Sto parlando di Edge of Tomorrow. Senza Domani, nelle sale in questi giorni. Classifica: stelle a profusione. Attori protagonisti: Tom Cruise (per il pubblico femminile) e Emily Blunt per gli altri.
Gli ingredienti del genere guerra– contro–alieni ci sono e anche in dosi massicce: esoscheletri, armi da Mazinga Zeta (ma ormai ce le hanno tutti, ha detto mio nipote, scafato), battaglie nel cielo e scantinati del Louvre. E l’aeroporto di Heathrow. E una storia d’amore, si capisce.
Emily_Blunt_Edge_of_Tomorrow_Wallpaper
Cosa c’è di diverso: il meccanismo. Il Plot, geniale anche se non nuovissimo (vedere, in wikipedia en. l’elenco dei film costruiti su loop temporali).
Edge of tomorrow è la storia di uno – un maggiore della NATO-led United Defense Forces (UDF) – che non se la sente proprio di combattere. Non ci è tagliato. Però siccome è in atto la guerra contro i Mimics (gli alieni, che vincono perché sembrano umani, ma non lo sono) il suo comandante, con la scusa che sarebbe un disertore, lo manda lo stesso in prima linea dopo un giorno di addestramento full immersion. Lui – William Cage – fa il corso, va in guerra, e – dato che non sa combattere – viene ucciso.
Appena morto si risveglia e si trova nel momento prima di essere inviato al corso di addestramento. Si riaddestra, ricombatte, rimuore, si ririsveglia e via di questo passo. La sua compagna, Sergeant Rita Vrataski (Emily Blunt), capisce che Cage ha il dono di tornare al giorno prima perché è stato contaminato dal sangue di un alieno e quindi gli propone di ripetere il loop tante volte quante saranno necessarie per acquisire la capacità di vincere i Mimics. E dunque riririaddestramento, ririri battaglia, riririmorte e ririririsveglio per n– volte. Era questo che mi interessava: Live. Die. Repeat, come scritto sulla locandina. Non come va a finire, che si capisce subito come va a finire. La molla del tempo che si incanta era il bello.

Mi interessava perché, armi stellari ed esoscheletri a parte (che sono soltanto strumenti di depistaggio, per non far capire il significato vero della storia), il film – nato da un romanzo fantascientifico di Hiroshi Sakurazaka il cui titolo è di per sé un programma (All You Need is Kill a ricalco su una nota canzone dei Beatles) – sembra evocare, sia pur confusamente, qualcosa di noto.

Ossia che, certo, qualcosa nella vita uno deve pur farla. Ma la tentazione sarebbe quella di disertare, andarsene in vacanza per un po’. Poi, per qualche ignota ragione, uno qualche maschera deve pur mettersela, una qualche divisa che gli consenta di passare inosservato. Ma continua a non sentirsi tagliato per quello che il suo ruolo, la sua maschera, in certi casi richiederebbe. Soldato, va bene. Ma non in guerra. E invece no: la guerra (cioè gli alieni, quei dannati umani che sembrano proprio incapaci di farsi i fatti propri) viene a prenderlo per la collottola e lui ogni giorno è daccapo. Come dice il titolo: non ha un domani. Come sempre succede a chi non vorrebbe avere neanche un oggi.

Questo film è bellissimo. E a dispetto dei Mimics e di tutto il loro dannatissimo sangue contaminato, è anche vero. Ma tragico. Non si svolge nel domani prossimo, come scrivono alcuni. È in corso.