Il film da vedere nel weekend
Il signor diavolo, di rara bellezza

Regia: Pupi Avati.
Con: Filippo Franchini, Lino Capolicchio, Cesare Cremonini (II), Gabriel Lo Giudice.
Dove vederlo a Bergamo e provincia: qui.

 

Se c’è un film al quale il nome di Pupi Avati è (e resterà) indissolubilmente legato, questo è senza dubbio La casa dalle finestre che ridono, ispiratissimo giallo degli anni Settanta nel quale il regista – rielaborando i temi forti del genere – conduce la macchina da presa e la sua indagine inquietante sulla campagna, abbandonando lo scenario cittadino che ha accompagnato larga parte dei capolavori del filone. Questa scelta dona al film un’atmosfera completamente nuova e profondamente personale, segnando la fortuna di un titolo che ancora oggi occupa un posto solido nel nostro immaginario. Dopo quella perla e a parte alcuni titoli veramente belli, Avati non è mai tornato davvero sulla cresta dell’onda, anche se è a buon diritto considerato un maestro. Eppure ecco che – quasi a sorpresa – nel 2019 lo vediamo tornare in sala con un film che mobilita ancora una volta i registri del terrore, territorio dove evidentemente Avati dà il suo meglio. La vicenda de Il signor diavolo è ambientata negli anni Cinquanta; un giovane funzionario deve recarsi in Veneto, dove un ragazzino ha ucciso un coetaneo perché convinto che fosse il diavolo. La delicatezza deve essere molta, visto che le elezioni sono vicine e gli equilibri politici sono più che mai importanti. La sua visita e le sue indagini, però, riveleranno una realtà ben peggiore.

 

 

Già da questo abbozzo di trama si capisce bene come Il signor diavolo ambisca a essere un titolo complesso, che non si accontenta di portare un genere forse un po’ fuori tempo ma decisamente accattivante ai giorni nostri. Nel film, infatti, si distinguono tanto la maestria nella definizione psicologica dei personaggi quanto l’attenzione a un contesto storico-politico specifico e cruciale per la storia d’Italia. Attraverso lo specchio dell’horror, Avati rilegge le contraddizioni di una società sull’orlo del cambiamento e lo fa con grande maturità. Una scelta non facile, ma che rende questo film un oggetto complesso e decisamente affascinante. Dal punto di vista formale, il regista costruisce delle composizioni complesse, giocate soprattutto sulla bellezza della fotografia (che racconta già a partire dalla disposizione degli elementi in scena) e sull’uso delle luci. Sono in realtà gli spazi bui e angusti e ancor più le ombre taglienti a definire la geometria di spazi, che sembrano al contempo materiali e irreali. I luoghi che il protagonista visita alla ricerca della verità sembrano, a volte, luoghi dell’anima.

E poi c’è il Veneto. È forse in questa scelta che il film manifesta, ancora una volta, una dimensione autenticamente personale e autoriale. Come ne La casa dalle finestre che ridono, anche qui Avati torna ad esplorare il tessuto dell’Italia di provincia, un luogo fatto di contraddizioni e piccoli segreti che non si possono (o si devono) rivelare. Se spesso l’horror ha fatto delle città il palcoscenico dove la paura si manifesta, ecco che in Avati sono i luoghi familiari e nostalgici (quelli a cui spesso si sogna di ritornare) a celare i segreti più oscuri. Con questo film, Pupi Avati è decisamente tornato ai fasti di un tempo. Si tratta di un lavoro del tutto meritevole di attenzione e supporto da parte del pubblico, perché l’ispirazione estetica che lo sorregge è oggi merce rarissima, soprattutto in Italia.

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