Il vecchio ospedale in 12 foto
La malinconica poesia della vita

All’interno di questi muri ogni anno sono nati in media 4mila bambini. Moltiplicati per 85 anni di storia, fanno più di 300mila. È uno dei numeri che raccontano l’importanza degli Ospedali Riuniti rispetto a tutta una città, anzi, ad un’intera comunità. Aperti nel 1927, sono stati dismessi nel 2012, con lo spostamento  di tutte le funzioni al nuovissimo Ospedale Papa Giovanni XXIII.

Ma intanto i muri di largo Barozzi sono ancora lì e sono legati alla memoria di vita, di speranza e anche di dolore di tutti i bergamaschi. Partendo da questa sensazione Federico Buscarino due anni fa ha deciso di voler realizzare qualcosa capace di fare memoria di questo luogo: di propria iniziativa, senza che nessuno glielo avesse chiesto, ha chiesto di poter fotografare la struttura dismessa, palmo a palmo. Ne è nato un lavoro bellissimo ed emozionante, che prima è stato proposto come mostra e ora è diventato libro.

Il titolo del volume, edito da Bolis, dice tutto: Il teatro della vita. Buscarino, infatti, fotografando il vecchio ospedale ormai svuotato, percorre idealmente un itinerario che dai luoghi della nascita arriva toccare anche quelli duri e dolorosi dell’addio. È un viaggio nell’avventura umana senza che una sola persona figuri all’interno delle immagini. Ma tutti i muri, tutte le porte, i pavimenti, le sedie che sono state lasciate qui, come i letti che non saranno mai più utilizzati, tutto parla dell’umano che è transitato in questo luogo. Il titolo in particolare prende spunto da una delle immagini più belle ed emblematiche di Buscarino: quella della nursery, vista però dalla parte delle culle, cioè dall’interno. La grande vetrata è come un sipario, che può essere chiuso dalle tende. E aldilà ci sono le sedie degli “spettatori”. Le sedie delle migliaia di persone che da dietro il vetro hanno guardato i primi pianti e i primi respiri.

Il lavoro di Buscarino è un’opera di grande valore civile, perché aiuta una città a fare memoria di un luogo che è stato centrale nella vita di tutti. Un luogo che ha vantato tantissime eccellenze e tante performance da record, ma che soprattutto è stato il cuore segreto della città. Nella sequenza lunga di immagini, commuove vedere i segni lasciati sui muri a volte dai malati (in particolare nel reparto psichiatrico), a volte dagli stessi operatori, che su fogli appesi, prima di traslocare, hanno voluto lasciare un saluto, un segno della passione e dedizione con cui è stato svolto il lavoro quotidiano in questi luoghi.

Le fotografie documentano anche la storia di una struttura che nel tempo è cresciuta per adattarsi a nuove esigenze e a nuove dimensioni. Così si vedono le sale del reparto radiologia che hanno un aspetto elegante, con larghi spazi e marmi alle pareti. E si vedono anche gli spazi della psichiatria, invece di chiara matrice anni Settanta, con un’architettura più razionale ma anche più brutale.

Nella lunga perlustrazione dei 150mila metri quadri del vecchio ospedale, Buscarino ha poi trovato un leitmotiv simbolo. Sono le decine e decine di sedie lasciate in loco. Costituiscono la memoria dell’attesa: dimensione chiave della vita di un ospedale. La memoria di chi accompagna, perché in ospedale non si va mai da soli. E l’ospedale è il luogo di una solidarietà istintiva, senza la quale non sarebbe possibile nessun teatro della vita.

Oggi, giovedì 9 luglio, il libro di Federico Buscarino verrà presentato alle ore 18 alla Sala Traini del Credito Bergamasco, in via San Francesco 8.

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