Parole e modi di dire (comuni)
usciti dalla Divina Commedia

Sono parole che usiamo spesso, forse spessissimo. Loro in cambio mettono un po’ di Dante nei nostri discorsi. Una breve lista per ricordarne alcune. Tutte prese dall’Inferno, tra parentesi.

 

Stai fresco! (da Inferno, XXXIII, 117)
Ovvero: aspettati di finire nei guai, come i peccatori immersi nel lago ghiacciato di Cocito. Il Canto è il XXXIII, quello del conte Ugolino della Gherardesca. Entrato in fiero contrasto con il vescovo Ruggieri da Pisa, fu da questi rinchiuso in una torre (la Torre della Muda) e lasciato morire di fame insieme ai figli.

Inurbarsi
Dante era un grande innovatore e se non trovava la parola giusta, quella con cui voleva dire proprio la cosa precisa che aveva in testa, se la inventava da sé. Tra i neologismi introdotti nella lingua italiana dal poeta, c’è un folto gruppo costituito dai cosiddetti verbi parasintetici: si tratta di verbi, appunto, formati da un sostantivo e da un prefisso. Alcuni forse si ricorderanno “inmillarsi”, “dislagare”, “imparadisare”. Tra questi, c’è anche “inurbarsi”, termine per noi piuttosto comune, usato in riferimento al processo di trasferimento dalla campagna alla città.

Galeotto fu… (Inferno, V 136)
Quando si vuole individuare la causa apparente che ha fatto scoccare la scintilla tra una coppia di innamorati, si ricorre a questa espressione: “galeotto fu…”. Dante, il Galeotto, lo aveva chiamato in causa nel Canto celeberrimo di Paolo e Francesca. Il giorno fatale in cui i due si scoprirono innamorati, stavano leggendo le avventure di Lancillotto e Ginevra, che Galeotto favorì nel loro amore. Il nome del personaggio è poi passato a designare, per metonimia, il libro che racconta la sua storia.

 

Sandro_Botticelli_-_La_Carte_de_l'Enfer

Il gran rifiuto (Inferno, III, 60).
Colui che fece il gran rifiuto era Papa Celestino V, al secolo Pietro da Morrone. Eletto al soglio pontificio, rinunciò alla sua carica dopo pochi mesi, aprendo così la strada al cardinale Benedetto Caetani, poi Papa Bonifacio VIII. Che sappiamo essere stato acerrimo nemico di Dante, nonché colui che ne decretò l’esilio.

Il bel Paese (Inferno, XXXIII, 80).
Il “bel Paese là dove il sì suona” è l’Italia. Siamo ancora nel canto XXXIII, quello di Ugolino. Dante prova grandissima compassione per la storia che il dannato gli ha appena raccontato e allora si lancia in una delle sue terribili invettive (la Divina Commedia, non solo l’Inferno, ne è piena). Maledice Pisa, il “vituperio de le genti”, per la sorte riservata al conte Ugolino e chiede alle isole di Capraia e Gorgona di spostarsi verso la costa, chiudere la foce dell’Arno e annegare tutta la città.

Senza infamia e senza lode (Inferno, III, 36).
Senza infamia e senza lode sono gli ignavi, coloro che Dante colloca nell’Antinferno – una sorta di sala d’attesa dell’Inferno, in cui l’attesa è però eterna -. Non sono degni della salvezza eterna, ma non possono nemmeno fare parte della schiera dei dannati, perché l’Inferno “non li vuole”. In vita non hanno saputo prendere alcuna posizione, poiché non si sono schierati né con Dio, né contro di lui.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
Come a dire: «lasciali perdere». La frase è di Virgilio, la guida fidata di Dante. Si riferisce agli ignavi, di cui sopra.

Fa tremar le vene e i polsi (Inferno, I, 90)
Se qualcosa ci spaventa tantissimo, tanto da toglierci le forze e il fiato, si dice che ci “fa tremare le vene e i polsi”. Proprio come la lupa, una delle tre bestie che Dante incontra nel primo Canto dell’Inferno. Le altre due sono la lonza, simbolo della lussuria, e il leone, simbolo della superbia. La lupa rappresenta invece l’avidità. È la più temibile, tra le belve incontrate nella selva oscura: Dante se ne è salvato solo grazie all’apparizione provvidenziale di Virgilio. 

Non mi tange (Inferno, II, 92)
«Io son fatta da Dio, sua mercé, tale / che la vostra miseria non mi tange». Beatrice si rivolge così a Virgilio. Dal Paradiso la donna amata da Dante è scesa nel Limbo infernale ed esorta il poeta mantovano ad accorre in aiuto del povero Alighieri. Virgilio non può evitare di farle un paio di domande: in particolare, le chiede come possa muoversi nell’Inferno senza soffrire alla vista delle pene dei dannati. Beatrice risponde da donna beatificata qual è, spiegando che Dio l’ha resa tale da non poter essere toccata dalla miseria, cioè dal male che è la condizione del peccatore.

Cosa fatta capo ha (Inferno, XXVIII, 107)
Il condannato Mosca dei Lamberti ha detto «Capo ha cosa fatta» per spingere la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonte per vendicarsi di un affronto matrimoniale. Lo scontro avrebbe portato alla sanguinosissima divisione tra i Guelfi e i Ghibellini. Mosca è condannato a portare i segni della violenza da lui scatenata: ha le mani tagliate e il sangue che gli zampilla sulla faccia. In questo modo, porterà per sempre i segni della violenza che ha contribuito a scatenare.