Cari anziani diamoci dentro
Bere tè riduce l’invecchiamento

La qualità e la quantità possono fare la differenza. Almeno quando si tratta di tè. Infatti il consumo regolare di questa bevanda, dagli ingredienti sapientemente scelti, può contribuire a contrastare o comunque a rallentare il declino cognitivo, quando correlato all’invecchiamento. Sono le dimostrazioni emerse da uno studio di approfondimento condotto dall’Università Nazionale di Singapore (NSU), in collaborazione con l’Università di Essex e Cambridge, in Inghilterra, pubblicato su Aging.

 

Una buona abitudine. Prendiamo esempio dagli inglesi e beviamo del buon tè, non soltanto di pomeriggio, né una tantum o di qualsiasi miscela. Bensì con costanza e «selezione». Ovvero facendo di questa bevanda, scelta fra le miscele verde, oolong, nero, un appuntamento quotidiano o almeno quattro volte a settimana. Ma non basta: è necessario anche che questa buona abitudine sia prolungata nel tempo, all’incirca 25 anni, non meno. Due parametri che andrebbero rispettati se l’intenzione è offrire al cervello una funzionalità mentale più attiva e arzilla nella terza e quarta gioventù. A scoprire per la prima volta il perché di queste virtù del tè, che lo qualificherebbero come un «propulsore» di miglior salute per le connessioni neuronali con il trascorrere dell’età, e per come questo fenomeno possa accadere, è uno studio internazionale svolto in collaborazione da ricercatori di Singapore e inglese. La ricerca fa seguito alle promettenti premesse di un precedente studio riguardo all’azione di queste benefiche sostanze contenute nel tè sui circuiti cerebrali.

 

Bere tè fa bene. Che il tè possa contribuire a contrastare lo sviluppo di malattie cardiovascolari e migliorare il tono dell’umore è un fatto già noto che ha aperto la curiosità verso altre possibili potenzialità della bevanda. Così la scienza è andata oltre e ha cominciato a chiedersi se il tè potesse avere anche qualche influenza sulla mente, meglio sul cervello, proteggendone la funzionalità cognitiva dall’azione del tempo che invecchia e intorpidisce tutte le cellule. Compreso le connessioni neuronali alla base dell’attività dell’organo. La risposta è stata positiva: ovvero il tè sembrerebbe in grado di ridurre il rischio di declino cognitivo del 50 per cento tra gli anziani, assidui consumatori della bevanda. Per capire la funzione del tè sul cervello i ricercatori, tra il 2015 e il 2018, hanno preso in esame un piccolo numero di persone, all’incirca una quarantina con più di sessant’anni, indagandone lo stato di salute generale, il tipo e lo stile di vita condotti, il benessere psicologico. Indagini che sono state poi «validate» da una serie di esami clinici, in particolare test neuropsicologici e risonanza magnetica cerebrale, che non hanno disatteso le aspettative. Infatti la «tesi» conclusiva, dopo l’esame delle performance cerebrali e dei test di neuroimaging, è stata che i consumatori di tè per almeno quattro volte a settimana per circa 25 anni, mostravano una più efficiente interconnessione delle regioni cerebrali. Ovvero rispetto agli scarsi bevitori erano mentalmente più brillanti, più fluidi nell’organizzare le informazioni e con una funzionalità cognitiva e mentale generalmente più performanti.

 

Come un’autostrada. Per spiegare il benefico rapporto tè-cervello, i ricercatori hanno trovato una efficace similitudine nel mondo reale. Paragonando cioè gli effetti della bevanda a quanto accade su una strada dove le regioni cerebrali sono le varie mete da raggiungere e le connessioni tra le diverse regioni le possibili vie da percorrere. In un contesto urbano, è facile capire che quando la rete stradale è «fluida» e ben organizzata, il traffico funziona meglio: macchine e pedoni «viaggiano» senza grossi intoppi e con un minor consumo di risorse di varia natura. Lo stesso accadrebbe nelle «vie» cerebrali: quando le connessioni utili a raggiungere le diverse regioni sono sgombre e ben strutturate, anche le informazioni mentali «si processano» più facilmente e in modo più efficiente, indipendentemente dall’età. Il tè sembrerebbe «far fluire» meglio questo processo grazie a una protezione preventiva contro la distruzione delle connessioni inter-regionali. A vantaggio, quindi, anche di una migliore organizzazione cerebrale.

 

Adesso che si fa? Si va ulteriormente avanti, il gruppo di ricercatori intende scoprire quali siano fra i vari ingredienti che compongono le miscele del tè, i composti bioattivi più efficaci nel contrastare il declino cognitivo. E noi speriamo di poterci «abbeverare» di buone notizie, naturalmente.