Donare un rene a uno sconosciuto
Il buon samaritano esiste davvero

La prima volta in Italia risale ad aprile del 2015, anche se in realtà il Consiglio Superiore di Sanità, in accordo con il comitato nazionale di bioetica, ha dato il via libera alla cosiddetta donazione samaritana già nel 2010. Si tratta di una donazione da parte di chi, pur senza legami affettivi o di consanguineità, «samaritanamente» decide di donare un organo a chi ne ha bisogno. Non tutti la possono fare: la normativa prevede un’accurata valutazione psicologica e psichiatrica del donatore, il rispetto della privacy e nessun contatto tra donatore e ricevente. E sicuramente non tutti la vogliono fare: è un dono immenso da parte di una persona dal cuore buono che decide deliberatamente di mutilarsi, rischiando anche di andare incontro a possibili problemi di salute. In Italia è prevista solo per il rene e questo per ovvie ragioni: i reni sono due e, dunque, la donazione di uno dei due organi non determina rischi gravi per il donatore.

 

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Niente remunerazioni o contraccambi. Si legge sul sito del Centro Nazionali Trapianti: «Nel settore dei trapianti di organo il termine “samaritano” viene riferito al donatore vivente di rene che offre l’organo alla collettività, e non a uno specifico ricevente, senza alcun tipo di remunerazione o contraccambio». Il riferimento del termine è la notissima parabola del Vangelo (Luca 10,25-37). A un maestro della legge ebraica che domanda «chi è il mio prossimo?», Gesù di Nazareth risponde con un racconto che ha per protagonista un anonimo abitante della Samaria (samaritano) che, strada facendo, incontra un uomo ridotto in fin di vita dai briganti. A differenza di due persone religiose che vedono e passano oltre, si ferma e, senza domandarsi chi sia, connazionale o straniero, di una religione o di un’altra, offre il suo aiuto. «Nel linguaggio comune, e non solo cristiano, quel samaritano – scrive su Famiglia Cristiana Luigi Lorenzetti, sacerdote dehoniano, laureato in Teologia, con specializzazione in Teologia morale – rappresenta l’uomo e la donna che, dalla compassione (da patire con) e misericordia, passano al soccorso ai sofferenti e bisognosi. In applicazione, ogni donazione di organo per il trapianto, sia che venga dal donatore defunto per volontà precedentemente espressa, sia da donatore vivente, richiama lo spirito o comportamento del samaritano che si esprime in amore e sollecitudine verso il prossimo bisognoso; amore tanto più alto quanto più è gratuito e non calcolato in termini di gratitudine e di contraccambio».

 

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Il caso dell’indiano di Seriate. La donazione samaritana è tornata prepotentemente attuale, anche per la cronaca locale, ieri. Si è conclusa infatti a Bergamo, salvando un 48enne di origine indiana ricoverato al Papa Giovanni XXIII in attesa di un rene compatibile, la catena virtuosa di donazioni e trapianti innescata dalla donazione «samaritana» di un donatore di Milano. Una sorte di catena di Sant’Antonio di trapianti incrociati, che ha permesso di salvare quattro pazienti. Gli interventi sono andati avanti per 33 ore, hanno interessato 55 persone tra medici, infermieri, rianimatori e operatori della Polizia di Stato, che hanno trasportato gli organi con le vetture in dotazione. Alessandro Nanni Costa, il direttore del Centro Nazionale Trapianti, ha spiegato: «Sono tutte coppie in cui c’era un donatore e un ricevente ma non compatibili tra loro, succede nel 15% dei casi. Il donatore samaritano scardina questo problema. Abbiamo un altro donatore samaritano, altri sono in studio, speriamo di farne altri».

Sistema «cross over» di trapianti: come funziona. È un reticolo magico di altruismo e di sapere scientifico quello che si lega al gesto anonimo della donazione samaritana. Prendiamo il caso di ieri: il rene della sessantenne milanese è risultato idoneo per un paziente di Pisa, a cui un suo congiunto non poteva donarlo per incompatibilità. Il congiunto ha il compito, in base al protocollo stabilito da Centro Nazionale Trapianti, di offrirlo a un terzo: è finito a un paziente di Siena. Questo, a sua volta, che doveva ricevere l’organo da un parente, lo ottiene dal parente del primo trapiantato e così via. Fino ad arrivare a Bergamo. Ma l’indiano non è stato, ovviamente, l’unico a beneficiarne: quattro le vite salvate dalla catena «cross over».

Un ingranaggio perfetto. Impressionante il cronoprogramma degli interventi: un meccanismo degno di un orologio svizzero, dove ogni ingranaggio si incastra alla perfezione. È stato il Niguarda il primo ad attivare la sala operatoria, alle 6.10 del 5 luglio. Alle 9.06 il rene della milanese è stato consegnato alla polizia. Con un bolide, la Huracan donata dalla Lamborghini, gli agenti sono volati a Pisa. Tra le 10.56 e le 16.20 sono stati eseguiti i due prelievi e trapianti a Pisa e alle 17.37 il terzo rene è arrivato a Siena. Il 6 luglio, alle 8.32, spazio all’ultimo prelievo: alle 12.13 il viaggio per Bergamo e alle 16.56 il grande dono al 48enne indiano. Tre donne e un uomo i donatori; numeri invertiti per i riceventi. Ogni passaggio è stato seguito e monitorato via chat dal Centro nazionale trapianti, con Whatsapp. «La risposta all’odio è l’umanità», ha commentato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin in conferenza stampa, con chiaro riferimento alla settimana di disastri e stragi.

 

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Futuro senza farmaci antirigetto? Un problema dei trapianti sono i farmaci antirigetto, così tossici che spesso danneggiano gli stessi organi trapiantati e aumentano le possibilità di infezioni e patologie tumorali a lungo termine. Giuseppe Remuzzi, coordinatore delle attività di ricerca dell’Istituto Mario Negri, ha illustrato uno studio in collaborazione con l’ospedale Papa Giovanni XXIII che punta a eliminarli. L’idea? Sostituire i farmaci con infusioni di cellule staminali, prese dal paziente ed espanse in laboratorio. La procedura è in fase di sperimentazione e i risultati sarebbero molto incoraggianti.

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