Un profumo come mai un altro

Dopo pranzo noi bambini dovevamo andare a dormire, di sopra. Non importava che dormissimo, bastava stessimo nel letto con le sponde a riposare.
Fuori il giugno-luglio prima della mietitura: niente acqua e con gli odori rapiti, quelli che oggi non si trovano più nemmeno nelle profumerie di Brera: le foglie contorte dell’olivo rimaste per terra dopo la potatura di Pasqua; i sassi caldi nella terra che si sbriciola; qua e là qualche nipitella; le cicale, che non si sentono col naso ma collaborano col canto al senso generale dell’odore appiccicoso del fico, dei ceci messi a perder l’umido dietro il capanno, del pomodoro appena strappato dal viticcio. Di qualche rosa e – ovunque – del grano in attesa della mietitrebbia. Più lontano le siepi di oleandro; in alto – al berceau – l’alloro. Salvia ovunque. Siepi e siepi di rosmarino.

Ogni tanto una folata di resina di pino: una volta alzati saremmo andati per pinoli, come sempre, per fare il croccante sul marmo del tavolo di cucina. Attenti alle vipere. Poco zucchero che fa male ai denti.

Ma quel giorno entrò Caterina. Per tenerci buoni, s’intende. Per questo era in casa.

Sedici anni? Quindici forse. Aveva un sorriso da far parere corrucciato il sole. La vestina di quelle che si fanno in casa e si abbottonano (si abbottonano: si chiudono) a portafoglio con un laccio in vita e, ben che vada, un bottone in basso.

Caterina, quel giorno, balzò di volo dentro il nostro letto e vi portò un profumo forte e indimenticabile che non avevo mai sentito prima: una specie di sudore provocante, tenace, come di sangue e insieme di cipresso, che le veniva soprattutto da dove si uniscono le gambe.

La bambina – quel pomeriggio – aveva soprattutto voglia di giocare e di lasciarci giocare. Faceva niente se doveva spingere una gamba un po’ troppo verso la sponda, e si vedeva un lampo di mutandine. Niente se, in alto, lo scollo si allentava in avanti e comparivano due, o alla peggio una sola, poppellina tonda e soda che metteva timore a toccarla.

E poi quell’odore di gambe e sudore che ti avrebbe portato via il senno se, a sei anni, avessi immaginato che poterne fare.

E via e via di abbracci, e baci, e gambe tutte intorno, un po’ a me, un po’ a mio fratellino che di anni ne aveva – e ne ha ancora – due di meno e per quanto in certe faccende sia stato sempre molto acuto, alla fin fine non si poteva pretendere troppo.

Dalle finestre entrava il ritmo del telaio della Livia, nella casa accanto, l’odore del sole, il rosso delle rose di macchia, il canto delle cicale, lo zizzì del grilli, il profumo delle foglie di olivo e dei ceci, l’odore umido della gabbia dei conigli, sotto il capanno, con l’erba medica.

Ma dentro – dentro la nostra camera – tutto era invaso dal nardo contadino delle cosce e del ventre di Caterina e dai lampi del suo seno che talora tardava a rimettere a posto, e quella sua voglia insolita di giocare, e di espandersi in tutta la camera, e diventare grande, e farci grandi e i suoi baci e quel suo profumo che pareva spandersi come incenso da un qualche dentro misterioso e ignoto e non dovevo più dimenticare neanche sotto il cedro del Libano quando, nell’acqua resa calda dal sole del giorno, dentro un vaso per gli aranci d’inverno, nudi come amorini, ci faceva il bagno tenendoci in piedi e grattandoci tutti senza ritegno anche dove un minimo di delicatezza non avrebbe guastato, con fasci di menta e ridendo. E spandendo tutto intorno quel suo mai più eguagliato odore di donna.