Pensieri segreti di una commessa
Il nemico: dannata aria condizionata

Il boom di caldo ci ha finalmente investiti. Dico finalmente perché l’inverno è finito circa al solstizio d’estate, perciò in tutta coscienza non sento proprio il diritto di lamentarmi di questi 38 gradi. Lo so che vi state lagnando da una settimana, vi sento aggirarvi nei corridoi con passo strascicato. Vi siete riversati in massa qui, come tutti gli anni al primo caldo. Un branco di zombie varca la soglia delle porte scorrevoli, riacquistando forma e postura eretta mano a mano che avanza nella galleria. Venite qui per l’aria condizionata, lo sappiamo tutti. In realtà voi non lo sapete, ma qui l’aria condizionata è accesa dal mese di marzo, quando il sole ha iniziato a stare nel cielo per più di due ore consecutive come ogni pseudo primavera. Questo è reso necessario dalla raffinata struttura in cui lavoriamo: prefabbricato rettangolare classe energetica H; se può esserci una dispersione, ci sarà di certo. Quindi noi commesse siamo già un po’ abituate al condizionatore.

 

 

Quello che però voi non capite, egregi clienti, è che la differenza tra noi e voi sta nella quantità di aria condizionata che ci viene sparata tra capo e collo ogni giorno. Voi venite a passeggiare languidamente dopo pranzo leccandovi un gelato, rimanete tre ore cospargendo di gocce appiccicose qualsiasi cosa tocchiate e poi ve ne andate. La povera commessa, invece, resta qui dentro dalle sei alle dieci ore, esposta ad arie condizionate di ogni entità. Certo, perché ovviamente la nostra clientela che entra in cerca di ristoro vuole sentire la differenza. Ricerca quello sbalzo termico da “notte nel deserto”: 35° fuori, 15° dentro. Mi sembra salutare. Non negate, io lo so che la maggioranza della gente vuole questo, vuole entrare e sentirsi un principio di congestione, vuole mettersi il golfino sulle spalle, vuole rabbrividire come in montagna. E così i direttori del centro commerciale, nonché i capi supremi di ogni negozio (che in negozio non ci stanno) a loro volta, alzano la potenza del condizionatore per accontentare i preziosi clienti. A questo punto vi spiegherò cosa diventa per noi commesse questo ambiente.

Con il primo caldo inizia la stagione della sindrome della commessa. È un insieme di malanni sistemici che sono però tutti riconducibili alla stessa causa, cioè l’aria condizionata. Ovvero, la clientela che non va più in piscina ma si rinchiude qui dentro. Tutto comincia quando la mattina del giorno 1 il condizionatore passa dal suo ronzio silenzioso a un boato da reattore nucleare. A questo sbuffo deciso si accompagna un’esalazione di polvere, germi, corpuscoli vari e forse anche insetti morti che vola allegramente per tutto il negozio e sopra la testa delle commesse. Primo sintomo: lo starnuto allergico compulsivo e/o l’arrossamento degli occhi e/o l’orticaria sul collo. Passato il primo accesso di starnuti, sembra che la situazione si sia stabilizzata, la giornata prende il via e le attività frenetiche fanno diventare il boato dell’aria condizionata solo un sottofondo amichevole. Il secondo giorno però il naso della commessa comincia a gocciolare nonostante la nube tossica sia ormai depositata. Il gocciolio non passa e ben presto diventa un vero e proprio raffreddore, quello da montagna di fazzoletti e naso rosso tappato. Avere il raffreddore in estate, se non vi fosse mai capitato, è come respirare con la bocca davanti a un camino acceso mentre avete la testa inserita in una sauna. Comunque prima o poi passa, e la nostra eroica commessa pensa di aver ormai pagato abbastanza per il suo triste destino. Anche se il clima si mantiene polare, lei pensa di poter avere il fisico di un vichingo e continua indomita a indossare una maglietta a maniche corte.

 

 

Ecco quindi che è il turno della voce. Commesse completamente afone o con la voce di un serial killer al telefono non devono stupirvi. Vedete allora comparire delle bizzarre tenute: maglietta estiva e foulard, maglietta smanicata e sciarpina, polo scollata ma scalda collo. Una commessa avvenente con la voce di vostro zio Luigi è il prezzo da pagare per la vostra smania di Polo Nord. Ovviamente, voi che vi crogiolate sotto i getti gelidi non tenente conto che noi lì dentro ci sudiamo sette camicie e con la sciarpetta da intellettuale al collo anche otto. Il sudore, quindi, si ghiaccia direttamente sulle nostre magliette bloccando così le nostre schiene in posizioni non corrispondenti alla nostra età anagrafica. Se la commessa vi parla con la testa attaccata alla spalla, non sta sorreggendo una cornetta immaginaria per disorientarvi, ma è proprio la forma che ha preso il suo collo. Abbiate almeno la decenza di comprare qualcosa di molto costoso.

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