I 6 grandi bergamaschi del legno

Quanti e quante sono gli eccellenti bergamaschi, distintisi lungo i secoli, dal Medioevo ad oggi, nel campo delle arti, delle lettere e delle scienze. Sarebbe arduo e alquanto impossibile nominarli tutti, quindi si è operata una scelta, legata semplicemente alla loro popolarità e al contributo dato alla fama e alla conoscenza della nostra città nel mondo. Dopo aver scoperto i nostri illustri conterranei nella storia della musica, in questa seconda puntata ci dedichiamo a coloro che hanno saputo magistralmente lavorare il legno, a intaglio o ad intarsio, in omaggio alla mostra diffusa Lorenzo Lotto – Attraverso Bergamo, in corso tra Accademia Carrara, Basilica di Santa Maria Maggiore, Chiese di Bergamo Bassa, che pone l’attenzione sul coro della nostra basilica, una delle meraviglie del Cinquecento lombardo.

 

Giovan Battista Caniana

(Romano Lombardo, 1671 – Alzano Lombardo, 1754)

Caniana

Figlio di un falegname, da autodidatta si dedicò all’intaglio, perfezionato durante un soggiorno veneziano dove studiò le monumentali opere di architettura lignea delle chiese lagunari. La sua fama corre in parallelo a quella dei Fantoni di Rovetta, tra cui l’amico Andrea, il cui sodalizio li portò a lavorare nelle sagrestie della basilica di San Martino ad Alzano Maggiore, dove un museo ne racconta la vicenda. Suoi sono i pulpiti delle chiese di Sorisole e di Tagliuno e i cori lignei delle parrocchiali di Fondra, di Stezzano, di Vertova e di Zanica. In un secondo tempo preferì dedicarsi all’architettura edile, lasciando la conduzione della bottega ai fratelli, nipoti (Giacomo in particolar modo) e figli, tra cui si distinsero Giuseppe e la giovane Caterina, specializzatasi nell’utilizzo della madreperla. Da architetto realizzò la chiesa di San Michele ad Alzano e il palazzo dei marchesi Terzi in Bergamo Alta, lavorò alla trasformazione della chiesa del Galgario, alla volta della chiesa di Santo Spirito, alla sistemazione delle chiese del Carmine, di San Pancrazio e di Santa Caterina. Suoi sono anche i progetti in Bergamo per la Fiera, di cui resta solo la fontana in Pazza Dante, e per la chiesa di San Michele all’Arco, mentre in provincia per le parrocchiali di Valtesse, Colognola al Piano, Cologno al Serio, Cornale e Pradalunga, Scanzo, Serina, Telgate e Zorzone.

 

Giovan Francesco Capoferri

(Lovere, 1497 c.a – Bergamo, 1534)

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I primi rudimenti li apprese nella bottega del padre falegname, ma la vera formazione della durata di un anno fu nella bottega di fra Damiano Zambelli, domenicano del convento di Santo Stefano in Bergamo, che non gli perdonò mai d’avergli soffiato la commessa più importante della sua vita: la realizzazione delle tarsie per il coro della Basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo Alta, che lo impegnò dal 1522 alla morte, lasciando che i lavori venissero conclusi dai figli entro il 1555. Fu la presentazione alla MIA di Bergamo, a titolo di saggio, di una tavola intarsiata raffigurante l’Annunziazione a fargli ottenere il prestigioso incarico, reperto purtroppo perduto rispetto all’altro della Creazione, rinvenuto quasi per caso presso il Luogo Pio della Pietà di Bartolomeo Colleoni e oggi in mostra all’Accademia Carrara, focus dell’intro evento espositivo. Il Capoferri su indicazioni della MIA si recò in altre città lombarde per visionare opere simili, e superarle naturalmente, seguì tutte le pratiche relative alla ricerca e fornitura dei legni (susino sandalo, sambuco, pero, melo, ebano, rovere, castagno, noce, abete, larice, betulla e a vari altri) e operò sulla colorazione della materia prima grazie alle “ricette” apprese da fra Damiano, che consistevano in bolliture in acque tinte e sfregature con ferri o sabbie roventi. Il suo ritratto potrebbe esser riconducibile a quello presente in una tarsia del Coro, proprio a fianco di quello presunto di Lorenzo Loto, sui cui cartoni Capoferri realizzò un’opera unica nel suo genere.

 

Andrea Fantoni

(Rovetta, 1659 – 1734)

Fantoni

Dalla famiglia di scultori e d’intagliatori apprese i primi rudimenti e completò poi la sua formazione prima nelle botteghe del parmense Maestro Giuseppe e del valtellinese Pietro Ramus (con il quasi coetaneo bergamasco Giovanni Piccinini), poi grazie ad un soggiorno veneziano, dove frequentò lo studio dello scultore genovese Filippo Parodi. Non si limitò a lavorare il legno ma realizzò anche opere in pietra e in marmo, manifestando una sensibilità eclettica e rivelando doti imprenditoriali che conferirono prestigio e fama alla sua bottega, oggi a distanza di secoli ancora rinomata quale eccellente tra le varie della nostra storia artigiana. I suoi capolavori li possiamo ammirare a Bergamo nella Basilica di Santa Maria Maggiore (confessionale proveniente dalla parrocchiale di Zandobbio) e nel Duomo (scanno del Vescovo), mentre in provincia, oltre alla Casa Museo di Rovetta, sublimi sono le tre sacrestie della basilica di San Martino in Alzano Lombardo, realizzate con i Caniana di Romano Lombardo. Il museo diocesano, allestito nei locali attigui l’edificio sacro, ne sottolinea l’intelligenza e la maestria e vale una visita. Come per l’amico Giovanni Battista Caniana, anche Andrea operò in ambito architettonico (parrocchiale di Cerete Alto).

 

Giovanni Piccini

(Nona di Vilminore di Scalve, 1661 – 1725)

Maestro intagliatore di alta qualità, apprese l’arte nella bottega del valtellinese Pietro Ramus (con il quasi coetaneo bergamasco Andrea Fantoni). A differenza di altri mastri suoi coevi non ebbe una bottega condivisa con parenti, ma lavorò quasi sempre solo e si distinse per i suoi medaglioni in bosso, realizzati a Bergamo e a Milano. Nella città meneghina conobbe il conte Carlo Borromeo, per il quale scolpì uno stupendo Naufragio dei discepoli ora all’Isola Bella sul lago Maggiore. Al museo del Castello Sforzesco di Milano si possono ammirano il Martirio di San Bartolomeo e la Decollazione del Battista. Fu molto attivo nelle chiese della Valle di Scalve e della Valcamonica, realizzò gli altari della Madonna del Rosario a Lizzola e dell’Immacolata a Nona e il paliotto dell’altar maggiore della parrocchiale di Cedegolo, lasciato incompiuto dal maestro Ramus. Fra i suoi lavori si ricordano l’altare dello Spasimo nella parrocchiale di Capodimonte, la Deposizione e la Madonna del Rosario di Nona, l’altare dei Santi ad Azzone, l’altar maggiore di Dezzolo, l’ancona di Schilpario, il tronetto di Pradella (ora a Sarnico), le Storie di San Siro a Breno.

 

Antonio Rovelli

(Cusio, 1641 – 1710)

Falegname e maestro intagliatore, ebbe bottega nel paese natale e impersonò la tradizione dei marangoni brembani che già nel Quattrocento e nel Cinquecento avevano prodotto opere pregevoli di scultura lignea per edifici sacri e abitazioni private. Il Rovelli fu anche maestro intarsiatore e tenne a bottega per alcuni anni Giovanni Paolo Caniana, al quale apprese l’arte dell’intarsio. Egli realizzò pulpiti, confessionali, stalli di coro, inginocchiatoi, credenze e cassettoni da sagrestia, nonché mobili e arredi assai pregiati per residenze private. Molte sue opere si trovano nelle chiese di Mezzoldo, di Cusio, di Bordogna, di Bàresi, di Cassiglio, di Valtorta, di Ornica, di Santa Brigida e di Cornello dei Tasso. Ebbe come collaboratore il figlio Ambrogio (1674-1747), del quale sono rimaste opere di falegnameria nelle chiese di Cusio, di Averara, di Ornica, di Cassiglio, di Santa Brigida e di Redivo. L’attività della bottega di Ambrogio fu diligentemente continuata dai figli Giuseppe Antonio, Giovanni Maria, Francesco, Giovanni Antonio e Giovanni Battista, che furono attivi nel Settecento. A costoro si aggiunse Giovanni Antonio (1739-1780), figlio di Francesco.

 

Fra Damiano Zambelli

(Bergamo, 1480 c.a – Bologna, 1549)

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Nonostante la formazione da marangone e da intarsiatore avuta dal padre falegname, abbracciò la vita religiosa divenendo converso dell’ordine dei predicatori a Bergamo. Compì il suo tirocinio artistico a Venezia, approfondendo la sua conoscenza dell’arte dell’intaglio presso il monaco olivetano Sebastiano da Rovigo detto lo Schiavon. Tornato a Bergamo ricevete nel 1505 forse l’incarico più importante del suo soggiorno bergamasco: il coro ligneo per l’altare della chiesa dei Santi Stefano e Domenico di Bergamo, futuro luogo di sepoltura del suo committente Alessandro Martinengo Colleoni, nipote di Bartolomeo Colleoni. La chiesa venne distrutta nel 1565 per la costruzione delle mura veneziane, ma fortunatamente la pala di Lorenzo Lotto con Madonna e Santi, voluta dallo stesso Colleoni, e il coro intarsiato dallo Zambelli furono staccati e traslati in Bergamo Bassa, prima in San Bernardino in borgo San Leonardo e poi in San Bartolomeo sul Sentierone. Quasi da film gli screzi tra fra Damiano e lo stesso Lotto, compagno di sventure a posteriori diremmo oggi, che per il coro della Basilica di Santa Maria Maggiore gli preferì il giovane allievo Capoferri, su commessa della MIA. Forse anche per questo motivo il domenicano lasciò Bergamo nel 1526 e si stabilì a Bologna, dove realizzò lavori mirabili nella chiesa di San Domenico, dove nel coro sono raffigurati episodi biblici.

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