Aido Bergamo, i migliori d’Italia
«Ma vogliamo arrivare a tutti»

«Gli iscritti all’Aido nella Bergamasca sono 74mila. Saldamente al primo posto in Italia in rapporto al numero di abitanti, ma noi vogliamo arrivare a tutti». Corrado Valli, 51 anni, dal 2016 è presidente provinciale dell’Associazione Italiana Donatori Organi, fondata proprio a Bergamo nel 1971 da Giorgio Brumat. «Brumat era un divulgatore scientifico – ricorda Valli -. Vedeva nei reparti la sofferenza dei bambini e la loro vita appesa a un filo. Per salvare quei bambini, l’unica speranza era che qualche genitore concedesse l’autorizzazione al prelievo degli organi del proprio figlio appena morto. Brumat pensò che non si poteva rimanere legati semplicemente al buon cuore di alcune famiglie, alle quali nel momento più tragico veniva posta la domanda: «Vuole donare gli organi di suo figlio?». In una situazione tanto drammatica le famiglie si trovavano spiazzate».

Il primo nome dell’associazione fu “Donatori organi Bergamo”, ma il messaggio di diffusione della cultura della donazione post mortem si diffuse velocemente in tutta Italia e nel ’73 nacque l’Aido, con sede nazionale prima a Bergamo e poi a Roma. Poco dopo arrivò anche in Svizzera e acquisì una dimensione internazionale. Oggi in Italia l’Aido conta due milioni e trecentomila aderenti. A Bergamo c’è una sezione provinciale e 150 gruppi sul territorio: «Un albero che ha le sue radici ben fondate nelle nostre comunità», commenta Valli.

Presidente, i vostri iscritti sono più i giovani, gli adulti o gli anziani?
«Un dato preciso non lo abbiamo. C’è però una sensazione per la quale i giovani, quando sono coinvolti nel modo giusto, rispondono più facilmente. L’anziano è più titubante, nonostante l’associazione sia retta da persone con una certa esperienza, più che da giovani».

 

Corrado Valli, 51 anni, bancario, dal 2016 è presidente provinciale dell’Aido

 

Senza giovani non c’è futuro…
«Per questo ho voluto creare un gruppo giovani provinciale, che immagini modalità di contatto più adeguate ai tempi e che sia in sintonia con le nuove generazioni. Oggi, tuttavia, vedo una difficoltà dei giovani a stare in modo duraturo dentro un’associazione: è più facile motivarli su un progetto specifico. Allora ho pensato: “Se sono io, a 50 anni, a parlare con i giovani, sbaglio”. Ho dato loro fiducia e i ragazzi hanno creato pagine Internet e Facebook. Spero si crei un bel futuro per l’Aido bergamasca».

Quanto danno vi hanno provocato le campagne contro la predazione degli organi?
«Sono campagne condotte in modo meschino. Quando col sindaco Gori ho inaugurato, all’ufficio anagrafe, un’ulteriore possibilità per dire sì alla donazione nel momento del rinnovo della carta d’identità, c’erano questi signori che volantinavano, portando avanti tesi denigratorie che non hanno fondamento né legislativo, né scientifico. Hanno fatto male a noi e soprattutto a tanti genitori che hanno donato gli organi del figlio dicendo loro: “Ti hanno raggirato con qualcosa che non poteva essere fatto”. Sono comunque convinto che l’alto grado di competenza dei membri di Aido riesca ad arginare questa disinformazione».

Ci ricorda in cosa consiste l’iniziativa legata al rinnovo della carta d’identità?
«Volentieri. Quando oggi un cittadino si reca negli uffici comunali gli viene posta la domanda se vuol essere donatore di organi. Parecchi Comuni hanno aderito e Bergamo città sta dando degli ottimi risultati: più del 90 per cento di quelli che vanno a rinnovare la carta d’identità dichiarano la loro disponibilità».

Ma…?
«C’è ancora ancora una grande fetta di persone che non si aspetta quella domanda e che, trovandola troppo invasiva, sceglie di non esprimersi. I cittadini si sentono spiazzati e dobbiamo lavorare ancora per sensibilizzarli, per esempio, mandando un avviso alle persone con la carta d’identità in scadenza».

 

 

Al Papa Giovanni siete ben visibili.
«Abbiamo creato un progetto “Punto Aido soffio vitale” che consiste in una installazione multimediale realizzata da due scuole, l’Itis Marconi di Dalmine e l’Abf di Almenno, ed è animata dagli studenti nel percorso alternanza scuola-lavoro. Prima di realizzare questo progetto abbiamo parlato con loro dell’Aido e immediatamente hanno accolto il messaggio, mettendosi in gioco in prima persona».

Quando è possibile la donazione?
«Quando c’è la morte cerebrale del paziente, ma se la morte avviene per malattia fuori dal contesto ospedaliero, gli organi non sono utilizzabili. Le persone che donano maggiormente sono coloro che hanno infarti, ictus e incidenti stradali».

Vent’anni fa la vostra associazione, insieme all’Avis, rappresentava una grossa novità. Ora sembra un po’ appannata. L’impressione è che altre associazioni siano più capaci di coinvolgere il grande pubblico.
«È così, ma stiamo cercando di avere più forza a livello di comunicazione attraverso i social. Noi però non stiamo chiusi in ufficio, vogliamo agire sul campo. Il nostro Punto Aido Soffio Vitale nell’Hospital Street è visto da decine di migliaia di persone».

Come vi sostenete?
«Siamo un’associazione francescana: ci manteniamo con il buon cuore di chi si tessera».

Quanto costa iscriversi?
«Non c’è una quota. Lasciamo la libertà di scegliere. I nostri gruppi devono dare alla sede provinciale poco più di un euro per iscritto».

 

Novembre 2014, il parco della Celadina viene titolato “Giardino del Donatore”

 

Perché secondo voi la gente dice no alla donazione degli organi?
«All’origine c’è una scarsa fiducia nella struttura sanitaria. Il timore è che “mi fanno morire perché i miei organi servono ad altri”. Questo nonostante la legislazione italiana in materia sia estremamente severa. I trapianti, ad esempio, possono essere fatti solo in strutture pubbliche e in un trapianto sono coinvolte fino a 150 persone. Tutto questo non può essere fatto nel sottoscala, come qualcuno pensa. E anche le liste d’attesa non sono mai discrezionali».

Donare gli organi è un atto di generosità o è semplicemente ragionevole?
«Bella domanda. Dovrebbe essere un atto di razionalità, di civiltà, più che di buon cuore o di fede. Purtroppo così non è, e abbiamo visto la difficoltà quando nel ’90, con la legge Bindi, si è cercato di far passare l’idea che “siamo tutti donatori, meno chi non vuole”. Un bel proposito rimasto inattuato. È giusto lasciare la libertà di scelta, ma certo dovremmo riuscire a dare una speranza anche a quelle novemila persone in lista d’attesa per un trapianto. Non dobbiamo dimenticare che il trapianto è la terapia di ultima istanza, e ciò vuol dire che non ci sono altre possibilità farmacologiche o chirurgiche che possano risolvere la malattia».

Perché lei, che è un uomo di banca, ha accettato di fare il presidente di Aido?
«È per una passione civile. Non ho avuto nessuna esperienza familiare che mi portasse lì, è stata un’opportunità di crescita personale, una scelta».

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