Atelier dell’errore, i ragazzi cresciuti
alla conquista di Reggio Emilia

Luca Santiago Mora, bergamasco, 1964, è fotografo di architettura e videomaker. Ha al suo attivo libri e collaborazioni con riviste internazionali, ma la sua storia personale è segnata soprattutto da l l’esperienza dell’Atelier dell’Errore, un laboratorio di arti visive per ragazzi con disabilità mentali. L’Atelier, che è nato a Reggio Emilia e che dal 2013 è attivo anche a Bergamo, ha come caratteristica quella di andare oltre la dimensione dell’arte terapia e di porsi come esperienza artistica tout court. Due sono i principi base del metodo dell’Atelier: non si cancella e non si straccia ciò che si è cominciato; e si lavora in una dimensione di bottega, cioè collaborativa. Le opere sono quasi sempre a più mani. I soggetti sono a tema unico: solo animali, tutti fantastici e disegnati a grandi o grandissime dimensioni. A questi animali vengono attribuiti poi dei nomi che non sono meno fantastici dei disegni stessi. Luca Santiago Mora ha avuto il merito di portare le opere dei ragazzi fuori dai circuiti della cosiddetta “outsider art”. A fine 2016 i lavori sono stati esposti a Londra. Sempre nel 2016 è uscito uno straordinario libro, pubblicato da Corraini, che raccoglie una selezione dei lavori dell’Atelier. Infine il 6 e 7 maggio i nuovi lavori saranno visibili all’interno della Collezione Maramotti di Reggio Emilia, una delle più importanti collezioni d’arte contemporanea d’Italia. La collaborazione con Maramotti aveva portato nel 2015 ad una grande mostra a Milano, occupando un intero palazzo nella centralissima Via Monte di Pietà. Il titolo era in intelligente dialettica con il tema di Expo: “Uomini come cibo”.

 

 

Dal 2007 lei ogni settimana prende la macchina e da Bergamo parte per Reggio Emilia. Chi c’è ad aspettarla a Reggio?
«È una vicenda nata un po’ per caso. Di professione sono artista visivo, vale a dire fotografo e filmaker. Nel 2002 mi avevano chiamato a Reggio per sostituire un’amica che teneva un laboratorio con i bambini della Neuropsichiatria infantile della Ausl di Reggio. Già allora mi facevo un’ora e mezza d’auto per raggiungere gli atelier in quanto ero andato ad abitare in un borgo matildico sperduto dell’Appenino Reggiano In un certo senso ho iniziato questa avventura per caso, e invece sono ancora lì. Mi piace dire che sono lì per “errore”. Del resto all’inizio mi sembrava un errore essere lì, con loro. A 15 anni di distanza sono sempre più convinto che le cose migliori della vita sono quelle ti chiamano e non quelle che credi di scegliere tu. Il richiamo delle cose è la dinamica più potente dal punto di vista umano. A noi resta soprattutto di dar fiducia a quelle cose. Per venire alla sua domanda, a Reggio mi aspettano i ragazzini e le loro famiglie, io ho fatto una scommessa su di loro e loro l’hanno fatta sull’Atelier. È quella componente umana che mi chiama ogni settimana».

Ad un certo punto però a Reggio si è aggiunto anche un richiamo da Bergamo…
«Per il semplice fatto che dopo 15 anni di Appennino sono tornato a Bergamo e lì nel 2013 grazie a un finanziamento privato, abbiamo inaugurato Atelier dell’Errore in Museo, al servizio della Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Giovanni XXIII. L’apertura è stata resa possibile grazie al sostegno di Rotary Club Bergamo Ovest, della Fondazione della Comunità Bergamasca e di una donatrice, Martina Fiocchi Rocca. L’atelier si tiene ogni giovedì nell’aula didattica del Museo di Scienze Naturali E.Caffi».

 

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A proposito del nome, perché Atelier dell’Errore, si chiederanno i lettori…
«Come ho detto il primo “errore” dell’atelier sono stato io.  O almeno così mi ha fatto sentire il senso di inadeguatezza che ho provato rispetto alla complessità di ragazzini inviati dalla neuropsichiatria. Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre errori, grazie a noi normali: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno dove non vengono invitati mai… e infine sull’errore si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la potenzialità poetica di questi ragazzini, sconosciuta a molti, a me per primo. Insomma c’erano almeno tre motivi per chiamarlo così». 

Veniamo all’attualità. Il 6 maggio sarà un giorno molto importante per l’Atelier. Ci spieghi perché.
«Dobbiamo fare un passo indietro. Neuropsichiatria Infantile significa che i ragazzi che seguono l’atelier hanno meno di 18 anni. Per chi varca quella soglia di età non c’è più possibilità di proseguire il percorso: una cosa che non mi faceva dormire di notte. Così due anni fa in modo un po’ audace, senza aver preparato il terreno prima, ho scritto a Marina Dacci, direttrice della Collezione Maramotti. La Collezione è a Reggio Emilia ed è una delle più importanti collezioni private di arte contemporanea d’Italia. Mi ha ricevuto, mi ha fatto raccontare per due ore. Dopo una settimana mi ha chiamato direttamente il dott. Luigi Maramotti. Anche lui ha voluto che gli raccontassi tutto. È scattata subito una straordinaria empatia. Risultato: ci hanno dato uno spazio dentro la Collezione dove aprire l’Atelier dell’Errore BIG. Il 6 maggio presenteremo i lavori dell’Atelier dentro gli spazi del Museo. Ma succederà anche altro…».

 

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Cioè?
«C’era un altro problema che dovevamo affrontare. Non potevamo concepire l’Atelier come attività che non prevedesse un compenso per i ragazzi, ma anche per me e per la piccola struttura che garantisce l’organizzazione. E anche in questo circostanza la provvidenza o il caso, scegliete voi, si sono presentati puntuali. Un giorno ricevo una telefonata dalla direttrice della Fondazione Alta Mane Italia, che mi racconta di essere rimasta folgorata dal libro dell’Atelier che nel frattempo avevamo pubblicato con l’editore Corraini. Mi spiega che la Fondazione Alta Mane Italia ha come mission quello di sostenere percorsi di sostegno delle persone fragili attraverso esperienze artistiche. Mi segnala la possibilità di presentare una proposta di progetto da sottoporre alla valutazione della Fondazione. Di gran corsa abbiamo compilato il dossier richiesto. E ci siamo aggiudicati il finanziamento al nostro progetto».

A questo punto?
«Il dott. Maramotti e Marina Dacci hanno deciso che si poteva fare il salto. Hanno destinato all’Atelier l’intero terzo piano della Collezione. Uno spazio bellissimo, pieno di luce: quando sono entrato con i ragazzi siamo rimasti tutti increduli. Ci hanno messo a disposizione anche un grande divano di sette metri, dove prima di cominciare ragioniamo sul programma della giornata e dove la sera i genitori possono stare, dialogare tra di loro aspettando la fine del lavoro dei ragazzi. In questo modo tra l’altro siamo diventati parte integrante della collezione, e non più semplicemente ospiti. La modalità come sempre è anomala: siamo come un’opera collettiva in progress».

Quanti sono i ragazzi dell’Atelier Big?
«Sette sono di Reggio e tre vengono da Bergamo. Ne arrivano tre anche se i Big “bergamaschi” sono il doppio, ma dobbiamo per forza farli arrivare a rotazione. Partono ogni mercoledì alle 6,30 in treno con la coordinatrice Simonetta Rinaldi. Poi la sera torniamo insieme con la mia macchina, e io ho solo cinque posti…».

Non si poterebbe organizzare un Atelier Big anche a Bergamo?
«È il nostro sogno. Ma nella mia città non abbiamo ancora vita facile. Ad esempio ci manca una sede in cui depositare il nostro enorme archivio di disegni che sono 15 anni di lavoro…a dire il vero ci manca anche una sede operativa dedicata, infatti attualmente lavoriamo nell’aula didattica del Museo di Scienze Naturali che vuol dire che dopo l’incontro con i ragazzi io devo sempre rimuovere tutto e del nostro lavoro non rimane traccia. Sebbene negli ultimi anni abbiamo avuto anche dei riconoscimenti internazionali importanti: nel 2014 Giulia Zini, un’artista dell’atelier, ha vinto il premio Euward, che viene assegnato a Monaco ogni quattro anni. È il premio più prestigioso per l’“outsider art”. Nell’autunno del 2016 l’Atelier ha esposto a Londra nel programma ufficiale di Frieze, la grande fiera d’arte. Senza dimenticare che per EXPO abbiamo progettato un’esposizione dedicata: Uomini come Cibo, nel cuore di Milano, per quattro mesi. Penso che la prossima urgenza sia proprio quella di mettere in sicurezza l’Atelier a Bergamo ovvero: trovare una sede adeguata e inaugurare l’Atelier BIG per i maggiorenni anche qui. Sono convinto che il sindaco capisca quanto sia importante per i nostri ragazzi e quale grande ritorno d’immagine ne riceverebbe la città».

Il successo del percorso di Reggio forse può essere di stimolo…
«Me lo auguro davvero. Questi ragazzi sino ai 18 possono contare su un sostegno. Poi varcata quella soglia entri nell’handicap adulto e davanti hai solo possibilità molto standardizzate, spesso si parla di terapia occupazionale. Il nostro progetto è molto più ambizioso, lavora sulle risorse interiori di questi ragazzi e attraverso le arti visive da un lato le risveglia e questa consapevolezza acquisita lavora positivamente sulla loro autostima, dall’altro e le rende a noi manifeste, ammirabili. Per questo dico sempre che l’atelier mira a trasformare una problematicità sociale in ricchezza sociale. Il loro modo di rileggere il mondo, la loro visionarietà profetica, è materiale preziosissimo per tutti noi. E questo va loro riconosciuto, e su questo e per questo l’atelier si batte, tutti i giorni, da anni».

 

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È bello immaginarli con questo desiderio di essere artisti in senso pieno…
«Bisogna vederli quando si mettono al lavoro. Davvero sembra di essere in una bottega rinascimentale, nel senso vero della parola. L’Atelier è come un organismo in cui vale sempre una compensazione dei ruoli. Non ci sono gelosie o antagonismi. Ad esempio ci sono i “narratori”, come Cristian o Nicolas. Sono quelli che non hanno tanta pazienza nel disegno ma hanno un’immaginazione fervida, inarrivabile e quindi nominano gli animali e poi ne intercettano la storia e la traducono per i nostri occhi stanchi, e le nostre orecchie pigre. E una vera star come Giulia Zini è solo felice di sapere che c’è qualcuno in squadra che si occuperà di trovare un titolo alla sua opera. Non ci sono gelosie, come accade normalmente tra gli artisti che non vogliono veder violata la propria sfera creativa. Qui al contrario si è felicissimi se altri collaborano e contribuiscono all’opera. L’alchimia dell’Atelier contempla il bisogno degli altri».

Mai pensato di vendere le opere per sostenervi? In fondo alcune sono dei capolavori. Non sarebbe difficile trovare compratori.
«Anche rispetto a questo siamo fatti strani e oltretutto non abbiamo modelli a cui guardare. Abbiamo un’idealità e a quella cerchiamo di essere fedeli. Per quanto riguarda l’aspetto commerciale l’idealità ci porta a credere che le opere dell’Atelier abbiano una natura pubblica e quindi non siano al loro posto nel chiuso di una collezione privata. Sono lavori che vogliono mutare lo sguardo delle persone. I soggetti sono sempre animali, animali che nessuno ha visto mai; ma a differenza dell’approccio dell’arteterapia non li usiamo come microscopio per scandagliare le problematicità dei nostri ragazzini.  Al contrario i nostri sono  Animali – Specchio, tu li guardi e loro ti rispecchiano, nel profondo, fanno domande a te, parlano nel silenzio proprio con te che li stai a guardare. Amano dialogare con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, in caso contrario si trasformano in stramberie, semplici animali solo un po’ bizzarri,  fantasticazioni, niente di più. Per questo devono poter esser visti dal numero massimo di persone. Per questo ci piace accettare lavori su committenza, destinati a spazi pubblici o semi-pubblici».

 

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Ad esempio?
«A Bergamo, nel bar della clinica Humanitas Gavazzeni, c’è un grande animale disegnato da Giulia Zini. È il Quelzacuater dell’Errore, che comunica una dolcezza rassicurante. È come un abbraccio di conforto e di sostegno per le tante faticose battaglie che si affacciano al bancone di un bar così. Gli animali dell’Atelier sono animali che fanno regali a chi li guarda».

Ultimamente vi siete dati anche al teatro. Non vi basta solo disegnare?
«È accaduto un’altra volta tutto per caso. Se mai il caso esistesse. Marco Belpoliti, giornalista e nostro grande sostenitore, ci aveva chiesto di portare dei disegni la prima Festa di Doppiozero, il sito di approfondimenti culturali che lui ha fondato. Sono andato a Ravenna per studiare l’allestimento e lì ho incontrato Ermanna Montanari fondatrice del Teatro delle Albe, che avrebbe lavorato al Festival. È stata lei, dopo avermi lasciato parlare, a dirci: ma perché non raccontate la vostra storia con una rappresentazione teatrale? Com’è nelle nostre regole, le cose migliori sono quelle che ti chiamano. Così abbiamo accettato la sfida».

Com’è andata?
«Benissimo, nonostante un po’ di timori per l’impossibilità di provare per via dei tempi serrati del Festival. Il Teatro Rasi che ci ospitava era nel 1300 una chiesa dedicata a Santa Chiara, il nostro incontro era previsto per la Domenica delle Palme, giornata decisiva per Chiara che scappa di casa e si fa radere i capelli dai frati di Francesco. Il richiamo era irresistibile e così ho fatto una ricerca nel nostro immenso archivio Oltre-Zoologico alla ricerca di tutti gli animali che a detta dei loro creatori avevano storie legate alla figura di Gesù. Mi sono ritrovato con tanto di Lettere e Vangelo secondo l’Atelier dell’Errore. Inevitabile pensare a una Piccola Liturgia, interpretata dai nostri ragazzi, che servisse non solo da racconto del nostro progetto ma anche da inedita rilettura della figura di Gesù. E così è stato. Alla fine c’è stato anche un fuori copione emozionante che è rimasto scolpito nella mente di tutto il pubblico. È uscito Cristian, uno dei nostri grandi narratori dell’atelier che a voce nuda ha fermato il deflusso del pubblico per improvvisare un discorso a braccio: «Quello che noi abbiamo fatto, lo abbiamo fatto perché abbiamo creduto alla nostra passione. Abbiamo creduto e crediamo nell’Atelier. Per questo anche voi tutti dovete credere fino in fondo alle vostre passioni». Il più bel regalo che io abbia mai ricevuto dall’Atelier da sempre. Sotto il palco ho visto Giovanni Lindo Ferretti, nostro amico e sostenitore, restare a bocca aperta, quasi fosse appeso alle parole di Cristian. L’Atelier è anche un po’ una bottega di miracoli…».

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