Bergamo e un turista d’eccezione
Quel che ne scrisse Hermann Hesse

Prima dell’era Ryanair di stranieri a Bergamo ne capitavano pochini. Quando accadeva, però, non se ne andavano delusi. La nostra città non è mai stata sulla rotta del Grand Tour, l’inter-rail ante litteram che si concedevano i rampolli dell’aristocrazia continentale. Ma chi deviava verso le Mura non se ne pentiva affatto. Il turismo di massa, per noi, è fenomeno recente, ma già all’inizio del secolo scorso si parlava di Bergamo come città da non perdere (l’abbiamo dimostrato qui, con Stendhal, e qui, con un articolo americano degli anni Sessanta).

In una piovosa sera del 1913 arriva in stazione un visitatore d’eccezione, l’allora 36enne Hermann Hesse. Lo scrittore svizzero-tedesco ha già effettuato diverse incursioni in Italia: il Belpaese gli fornisce materia d’ispirazione per i romanzi che matureranno in seguito, da Peter Camenzind a Narciso e Boccadoro. Bergamo gli si rivela in tutto il suo fascino discreto. Risale l’attuale viale Papa Giovanni, «un viale ampio e imponente» dove «erano allineati ristoranti e negozi illuminati», poi prende la funicolare e si imbatte in quella che a prima vista gli sembra «una buia città antica». Hesse si trova «inghiottito da un vicolo stretto e deserto, proprio mentre i negozi stavano chiudendo». Ma dopo pochi passi sbuca in Piazza Vecchia e resta a bocca aperta, «sorpreso dalla repentina apparizione di nobili architetture e salutato dagli umidi vapori di angusti vicoli petrosi». Già che c’è, l’autore sottopone i bergamaschi a una prova d’onestà, superata con lode. Mette una moneta su una statua e la ritrova al suo posto il giorno dopo.

 

 

Al mattino lo scrittore visita il Duomo, Santa Maria Maggiore e la Cappella del Colleoni. Se i primi due lo colpiscono per armonia e ricchezza artistica (soprattutto gli intarsi di Santa Maria Maggiore), il tempio del condottiero non lo convince. Hesse rileva «una flagrante mancanza di gusto», anche se poi si lascia conquistare dalla storia del generale e della figlia. Dopo essersi gustato anche i piaceri della cucina orobica, l’autore di Siddharta scopre l’esistenza di una seconda funicolare che porta a San Vigilio. Una autentica rivelazione. Salendo, il letterato si gusta «un panorama stupendo e del tutto diverso: vidi profilarsi la silhouette compatta e altezzosa di Bergamo vecchia, con le sue torri e le sue cupole, le sue mura e i suoi tetti».

Una volta in cima al colle, si lascia affascinare dal suono di un pianoforte che filtra da una villa. Hesse si avvicina, incontra il padrone di casa: è un gentile professore, che gli presenta la giovanissima figlia. È lei l’autrice della melodia. Insieme, si perdono in chiacchiere ammirando la pianura, ai margini della quale «si levavano da montagne di un azzurro cupo, ispirando un profondo senso di spazio e lontananza». Poi, la sorpresa. All’orizzonte Hesse scorge una «piccola forma bianca, infinitamente lontana e irreale». Lo scrittore aguzza lo sguardo, non riesce quasi a crederci. Ma sì, è il Duomo di Milano.

 

 

Le pagine su Bergamo, raccolte nel volume Dall’Italia, si chiudono con l’inevitabile partenza, che l’autore tenta però di rimandare in ogni modo. Ogni scusa è buona per rimanere: una volta la mancanza dell’orario ferroviario, un’altra una bella giornata di sole e infine uno «stupendo capriolo arrosto» promesso dal suo albergatore. «Come sia facile raggiungere Bergamo lo sapevo da tempo – dice Hesse – ma quanto possa essere difficile separarsene l’ho appreso solo questa volta». Parole che incorniciano lo splendore della nostra città, da far leggere al turista di oggi, frettoloso e distratto. Altro che mordi e fuggi, Bergamo val bene un soggiorno di un paio di notti almeno. C’è troppo da vedere. Hesse se ne era già accoro cent’anni fa, senza nemmeno il bisogno di consultare Tripadvisor.

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