Ilaria e Igor, i due Cavalieri
che ci rendono orgogliosi

Una specie di regalo. Anzi, di messaggio all’Italia intera. Non trasmesso a reti unificate come quello della sera del 31 dicembre, ma inviato a tutti noi attraverso una lista di nomi. Si tratta di cittadine e cittadini che «si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità» e che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto “premiare” con le onorificenze al Merito della Repubblica Italiana. I nomi sono stati diffusi il 29 dicembre scorso e sono in tutto trentatrè. Tra loro, anche due bergamaschi: Ilaria Galbusera, capitano della Nazionale Femminile Volley sorde medaglia d’argento ai Deaflynmpics 2017 (i Giochi dedicati agli atleti sordi), e Igor Trocchia, commerciante e allenatore degli Esordienti del Pontisola. Ilaria è stata scelta «per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità», Igor «per il suo esempio e la sua determinazione nel rifiuto e contrasto a manifestazioni di carattere razzista». Le loro onorificenze sono un orgoglio per tutta Bergamo. Li abbiamo intervistati.

 

Ilaria Galbusera: «Basta vittimismo, raccontiamo la disabilità con sincerità»

«Il telefono non smetteva più di squillare. E mi sono chiesta: “Ma avranno letto il comunicato? Avranno capito che sono sorda?”». E ride, Ilaria Galbusera. Da qualche giorno è ricercatissima, più precisamente da quando il Quirinale ha reso noto che il suo nome è tra quelli dei cittadini italiani insigniti dell’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica. Ilaria lo diventa a soli 27 anni «per l’impegno e la passione con cui fa dello sport uno strumento di conoscenza e inclusione delle diversità». Merito del suo ruolo di capitano della Nazionale Italiana Volley Femminile Sorde che nel 2017 ha conquistato la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici Silenziosi e di quel video, diventato virale, nel quale con le compagne canta l’inno con la lingua dei segni.

Come lo hai saputo?
«Non per via ufficiale, diciamo. Il 28 dicembre mi ha contattato un giornalista Rai chiedendomi un commento. “Su cosa, scusi”?, gli ho chiesto. E lui mi ha spiegato. Ma non ci ho creduto. Pensavo a uno scherzo».

Invece…
«Invece il giorno dopo è uscito il comunicato ufficiale del Quirinale. Era vero».

Anche adesso sembri incredula.
«Lo sono! Mi sembra un riconoscimento troppo grande per me… Sono veramente orgogliosa, ma tutto quello che ho fatto e che sto facendo sono cose che amo fare, che mi appassionano. Che per me sono naturali».

Sì, però sono un sacco di iniziative: lo sport; il documentario che sta girando l’Italia; l’aiuto alla comunità sorda in Ghana; i Champions’ Camp per bambini sordi e normodotati…
(Ride, ndr) «Infatti mia mamma non ce la fa più. Vivendo anche da sola, non sono praticamente mai a casa».

Dall’argento con la Nazionale al titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica cos’è cambiato?
«In realtà nulla. Almeno per me come persona. Sono sempre la stessa, spero solo un po’ più “donna”, più matura. Per il movimento sportivo sordi, invece, credo sia arrivata un po’ più di visibilità, anche grazie al grande lavoro che sta facendo la Federazione Sport Sordi Italia. Dieci anni fa, quando io ho debuttato in Nazionale, era tutta un’altra cosa. Ricordo che la prima partita l’avevamo dovuta giocare con le divise da pallacanestro (ride, ndr). Sono contenta di poter dire che le ragazze più giovani, invece, trovano un ambiente più organizzato. Almeno si sa che esistiamo, ecco. La strada da fare è…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 9 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 10 gennaio. In versione digitale, qui.

 

Igor Trocchia: «L’onorificenza più grande, per me, è il “grazie” di Yassine»

Da attaccante nel Monterosso a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana di strada ce ne passa. Ma Igor Trocchia, 46 anni, padre di Federica (17 anni) e Valeria (12), questa strada l’ha percorsa tutta. Di corsa, attaccando la profondità come faceva fino a cinque anni fa sui campi di calcio. «Ho giocato a pallone per trent’anni, sono arrivato fino all’Eccellenza. Ho sempre giocato per passione e divertimento. Due valori che cerco di trasmettere ai ragazzi che alleno». Perché oggi Igor affianca la professione di commerciante nei mercati, dove ha un banco di rosticceria e macelleria, all’allenamento dei ragazzi. Ha iniziato all’Aurora Seriate, è passato per il Mapello-Bonate e l’Albinoleffe e ora, da due stagioni, insegna calcio agli Esordienti (12 anni) del Pontisola.

Forse dire che “allena” è un po’ riduttivo…
«Io dico sempre che facciamo un percorso. Il calcio è importante, ma ai miei ragazzi desidero soprattutto trasmettere dei valori. Come io, dopo trent’anni, ricordo ancora con affetto e stima il mio primo allenatore, Carlo Foppa, spero che tra molti anni i miei ragazzi si ricordino di me per i valori che ho insegnato loro, più che per il calcio. Certo, mi piacerebbe che qualcuno di loro diventasse professionista, ma il primo sogno è che diventino tutti uomini perbene».

Di certo sta dando il buon esempio. Lo prova questa onorificenza.
«Non me l’aspettavo. Quando mi ha telefonato la segreteria del Quirinale mi sono fatto ripetere la cosa due o tre volte».

Il titolo di Cavaliere le viene assegnato per quanto successo il maggio scorso a Rozzano. Cosa accadde di preciso?
«Ci trovavamo lì per un torneo, uno di quelli in cui si giocano quattro o cinque partite nello stesso giorno. Alla fine della terza partita, durante i saluti di fine gara, Yassine (italiano ma con genitori del Burkina Faso, ndr) si rifiutò di dare la mano a uno degli avversari. Andai a sgridarlo, ma mi accorsi che aveva le lacrime agli occhi e due suoi compagni mi dissero che, durante la partita, era stato più volte insultato per il colore della sua pelle».

Era la prima volta che accadeva?
«No purtroppo. Era già successo un’altra volta, ma in quell’occasione l’allenatore avversario e tutta la società furono gentilissimi. Si scusarono e fecero di tutto per farsi perdonare».

A Rozzano non andò così?
«No. Andai a parlare con l’allenatore avversario, che minimizzò l’accaduto. Disse che erano cose che potevano succedere in campo. Non dava peso alla cosa. Mi infuriai. Tornato negli spogliatoi dissi ai ragazzi: “Io me ne andrei. Ma lascio che siate voi a decidere cosa fare”. Tempo zero, tutti si erano fatti la doccia e…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 9 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 10 gennaio. In versione digitale, qui.

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