Quando Bergamo batteva moneta
(C’entra anche il logo dell’UniBg)

Bergamo, come molte città di Lombardia, vanta una storia plurimillenaria e, pur essendo stata un centro di non primaria importanza, se rapportato per esempio a Cremona, Milano e Brescia, in diversi momenti storici a partire dal basso Medio Evo ha esercitato comunque il diritto di battere monetazione propria, cioè di coniare monete che recassero nella legenda il nome di Bergamo. Ma la storia della monetazione cittadina è ancora, per certi versi, poco conosciuta e carica di punti interrogativi, dal momento che solo pochi esemplari di monete sono arrivati sino ai nostri giorni.

 

La moneta carolingia, ma in stile longobardo

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[Fonte immagine: Numismatica italiana]

La prima attestazione di una produzione monetaria realizzata per Bergamo, se non addirittura in Bergamo, risale agli anni immediatamente successivi alla caduta del Regno longobardo (presa di Pavia da parte dei Franchi, 774), cui subentra, con i suoi ordinamenti politici e amministrativi, l’impero carolingio.

La singolarità di questa monetazione, conosciuta in pochissimi esemplari, è che, pur essendo a nome di Carlo Magno, imita in tutto e per tutto i tremissi battuti dal deposto re longobardo Desiderio. Si tratta di una monetina d’oro dal peso di circa un grammo e di un diametro di circa 18 mm, che porta al diritto la scritta D.N.CAROLO RX (che sta per Dominus Noster CAROLO ReX cioé Nostro Signore Carlo Re) intorno a una croce patente, e sul rovescio la scritta FLA BERGAMO (FLAvia BERGAMO).

Il fatto che il nuovo governo carolingio abbia adottato in Bergamo e altre città italiche questa monetazione di foggia, metallo e peso tipici della tradizione longobarda, in un periodo in cui l’uso dell’oro era già da tempo dismesso in Francia, va certamente da ricercare nella volontà della nuova amministrazione di porsi nei confronti della popolazione locale in linea di continuità con la precedente.

Questa esperienza termina peraltro dopo pochi anni, nel 781, quando lo stesso Carlo Magno, sceso in Italia per la riorganizzazione del suo regno (famoso l’episodio della sua incoronazione da parte del papa la notte di Natale dell’800), col capitolare di Mantova pone termine alla coniazione del tremisse. Da lì devono passare circa 400 anni per trovare delle notizie riguardanti la moneta a Bergamo. Con un diploma datato al 1156 e conservato presso la Biblioteca civica Mai, l’imperatore Federico I di Svevia concede a Bergamo il diritto di battere moneta, diritto che non viene mai esercitato dalla città a causa dei mutati rapporti tra i comuni del nord Italia e il Barbarossa, che in un’escalation di tensioni sfocia nella costituzione della prima Lega Lombarda e nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176, in cui cade l’Imperatore stesso.

 

La moneta pro Federico II di Svevia (e il logo dell’UniBg)

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Sarà solo nel secolo successivo che le mutate condizioni politiche dell’area della Langobardia permisero alla nostra città di ricominciare ad emettere una monetazione “autonoma”: Bergamo, che si era schierata con decisione a fianco della prima Lega Lombarda contro il Barbarossa, si trova stretta tra due vicini scomodi: Brescia e Milano, due città dalla forte vocazione espansionistica, protagoniste di diverse battaglie con Bergamo per questioni confinarie. Questi continui contrasti portano Bergamo ad adottare una politica estera filoimperiale prima e a schierarsi apertamente con Federico poi, quando questi, nell’agosto del 1237, varca le alpi per una campagna contro gli alleati.

La riprova di questo aperto schierarsi di Bergamo nel partito ghibellino può essere trovata anche in campo numismatico in quanto, nel 1236 circa, inizia l’attività della zecca bergamasca, che produce una serie di monete particolarmente originale nel panorama numismatico dell’epoca, che presenta il busto di Federico II e la scritta IMP(E)R(A)T(OR) FREDERICVS al diritto e vedute idealizzate della città diverse a seconda del tipo di moneta con la scritta PERGAMVM al rovescio. Come a dire: noi, di nostra volontà, stiamo con l’imperatore! Una sorta di dichiarazione pubblica di autonomia, pur nell’alveo del potere imperiale. E qui entra in gioco il logo dell’Università di Bergamo: infatti, quando si operò la scelta di un logo, per l’ateneo bergomense venne scelta proprio una raffigurazione cittadina presente sui Grossi da 6 denari.

Un particolare interessante è dato dal fatto che Bergamo continua a battere queste monete fino al 1331, molto dopo la morte di Federico II. Il che, si potrebbe ipotizzare, dimostra la volontà di Bergamo di distinguersi dagli altri comuni lombardi avversari e di tener viva la tradizione politica e storica di quello che venne ritenuto dai reggitori del nostro Comune come un periodo positivo e glorioso. Ancora oggi una lapide apposta sul muro orientale di un edificio in via Donizetti in Città Alta ricorda il sito dell’antica zecca duecentesca: questo luogo, anticamente nominato Gromo dei Rivola, poi Palazzo Carrara-Pacchiani, corrisponde all’attuale Museo Cividini, già gipsoteca e studio dello scultore Pierantonio Volpini.

 

Il quattrino veneziano, per pagare le Mura

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[Fonte immagine: Numismatica italiana]

Per ritrovare delle monete associate alla città di Bergamo dobbiamo fare ancora un salto temporale e trasferirci all’epoca della costruzione delle mura venete, tra il 1561 ed il 1588. Nel 1589, infatti, sotto il dogato di Pasquale Cicogna, un decreto del Senato della Serenissima sancì che venisse coniata in Venezia una monetina di rame del diametro di 2 cm e dal peso di quasi un grammo; questa tipologia di monete aveva un nome che rimarrà nell’uso comune: il quattrino. Questa da un lato (il diritto) riportava la figura di San Marco circondato dalla scritta con il nome del doge, e dall’altro (il rovescio) la figura di Gesù Redentore benedicente, contornata dalla scritta “Via Veritas et Vita” e “BERGO”.

Proprio queste cinque lettere che chiaramente sono riferibili al nome di Bergamo, poste in un riquadro al rovescio (in esergo), rendono questa produzione monetale particolarmente inusuale, dal momento che è l’unica nel panorama veneziano in cui il nome del Doge viene associato a quello di una città dell’imperium veneto. Sempre dal decreto precedentemente citato veniamo a conoscenza dello scopo di questa produzione monetale: il pagamento delle maestranze che avevano partecipato ai lavori delle Mura. E il fatto che il decreto e queste monete siano datati a dopo il termine dei lavori ci fa supporre che anche allora l’amministrazione pubblica non fosse particolarmente puntuale con i pagamenti dei lavori pubblici.

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