Ma dov’erano i bordelli a Bergamo?

Photocredit BergamoPost/Mario Rota.

 

Un tempo l’ombelico di Bergamo era Piazza Vecchia, frequentata da mercanti, soldati, viaggiatori e cittadini: fungeva da volano per tutte le attività più importanti e le condiva con diletti e piaceri di ogni tipo, culinari, ludici e… carnali.

Il Quarterolo in via Rivola. Proprio lì a due passi, dietro la chiesupoletta di San Michele all’Arco, sempre più mortificata dalla mole del nuovo Palazzo Pubblico, ora Biblioteca Mai, nello spiazzo che oggi è un parcheggio per auto e che spazia tra Via Rivola e la scaletta che scende in Via Tassis, vi era il Quarterolo di Bergamo alta, in pratica il locho publico. E aveva pure un’anticamera, dato che sul cimiterino della chiesa vi si svolgevano anche “funzioni sociali”, tra cui incontri amorosi tra avventori e donne di poco ritegno. E fu così che nel 1561 il bon ton cittadino non ce la fece più a reggere e, per sopravvenuta decenza, si obbligò il parroco della chiesetta a tener chiusa la porta che guardava versus pratum pustribuli, almeno durante le funzioni religiose, «per evitare che sospiri e lamenti disturbassero il corretto e mesto andamento delle funzioni». Il nome di locho publico, quindi, indicava il pubblico bordello di proprietà comunale, che dal 1497 aveva imposto di confinare le meretrici, fino ad allora libere professioniste sparse per le case e le strade della città. Anche nel 1505 e nel 1554 la sua presenza viene attestata da alcuni abitanti, che indicano la loro abitazione come «appresso il bordel» o «in postribulo».

Il Comune era proprietario dello stabile dunque, consegnato in appalto ai privati dietro la sottoscrizione di contratti della durata di cinque o sette anni, ma non sempre gli affari andavano a gonfie vele né la gestione era troppo oculata: ai primi del Cinquecento si legge infatti nel libro dei debiti del Comune che un tal Francesco Licini, proprio a causa di una conduzione dissennata, venne costretto a recedere dal contratto quinquennale dopo soli due anni e a riconsegnare l’immobile con relative occupanti al Comune. Ci fu quindi una nuova gara d’appalto per la gestione del bordello, ma solo nel 1505, e così nel frattempo le prostitute dovettero esercitare a cielo aperto: si appostarono presso la fontana della Boccola, lungo una via di alto transito in entrata e in uscita, ma anche lì pare non trovarono pace, dato che si volle preservare la vista ed il decoro delle donne cosiddette onorate, che fossero nobili o popolane o inservienti delle prime, intimorite da quella scomoda e oltraggiosa presenza.

Con la nuova gestione, le donne di malaffare poterono nuovamente relegarsi in San Michele, sotto pena di frusta, berlina e bando dalla città e, anche se la legge non permetteva l’esercizio della libera professione, di fatto la tollerava; negli archivi cittadini, suddivisi per vicinia, si rinvengono curiosi nomi femminili privi del cognome o della qualifica professionale, ma simpaticamente affiancati da vivaci soprannomi che paiono parlare per loro: la Casalenga, la Semperbona, la Greca, la Franzona de la platea, la Maria dicta bonina, la Barboina, la Afra, la Catarina dicta longona, la Scamfarlina.

Era comunque utile che tale attività fosse ben distribuita in città, per non creare folla nel bordello pubblico e accontentare tutti indistintamente. Anche per questo motivo gli obblighi di riconoscibilità, diversi per ogni epoca storica, erano frequentemente disattesi: in epoca viscontea l’abbigliamento consisteva in una mantellina bianca con l’effige di una scrofa o di una vacca; con Venezia una mantellina gialla in fustagno, dato che il giallo è il colore negativo per antonomasia, legato al tradimento di Giuda e al popolo ebraico, così come accadeva a Venezia, dove sin dal Quattrocento le donne meretrici dovevano portare fazzoletto e calze gialle.

Tre in via San Lorenzo. Un altro tracollo finanziario toccò poi al nostro antico bordello, quello del mezzano milanese, trapiantato in bergamasca, che «si giocò il bordello perdendolo a bigliardo e finendo in disgrazia fino a vendere verdura su un banchetto in Città Alta». Non sappiamo fino a quando quei locali restarono attivi, ma molti bergamaschi di città alta raccontano (col sorriso un pochetto imbarazzato e a bassa voce) di come ai tempi dell’entrata in vigore della legge Merlin (1959) erano tre i loci publici sul colle, tutti dislocati in fila indiana lungo la Via San Lorenzo ai civici 18, 20 e 22. Poi c’è chi infioretta la storia e racconta che l’ordine dei numeri giustificava la bellezza delle ospiti e che simbolicamente, chi saliva da Bergamo bassa a Bergamo alta per far loro visita, se voleva il meglio doveva continuare ad inerpicarsi sulla salita, quella rampa che parte dopo poco il prato della Fara per arrivare alla torre del Gombito, per giungere al top, per qualità e quindi prezzo, quindi al civico 22. Oppure altri ci hanno solertemente fatto sorridere nel confidarci che i curiosi e tutti diversi comignoletti che solo quell’edificio vanta in Città Alta, non abbiano solamente una funzione decorativa, ma che fumassero in caso che la rispettiva stanza fosse occupata, o al contrario lamentassero la mancanza di compagnia mentre attendevano che qualcuno “attizzasse il focolare” per poter scaldare quelle rimaste vuote e desolatamente sole.

In ogni caso, il veto non limitò la professione, ma anzi la spalmò su strada, dove è ancora oggi: le donne dapprima si appostarono nei pressi della casermetta di S. Agostino presso il parco sulle mura (luogo calpestato anche dalla mitica e compianta “Lupa”), poi via via in Bergamo bassa all’esterno del mercato ortofrutticolo in fondo a Via Paleocapa).

 

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Il Paradiso in via Cattaneo.

 

La Casa del Pecat in via San Salvatore. Ad essere onesti, però, in Bergamo alta c’era un altro edificio maliziosamente denominato “Casa del pecat“ fino agli anni Settanta del secolo scorso e attualmente residenza di numerose famiglie per bene della città: è lo stabile ubicato in Via San Salvatore, angolo via Arena. Non se ne conosce la vera destinazione (bisca, postribolo, contrabbando), ma se ci affidassimo ad una testimonianza orale locale andremmo sul sicuro. Lo stesso in Bergamo bassa nell’attuale via Serassi, vicino al Cimitero, dove la Villa delle Rose oggi è un cheto e serafico Centro per Anziani (intendiamoci, che giocano solo a carte e organizzano candide gite fuori porta).

Il Casino dei Nobili in via XX Settembre. Per un target un pochino più elitario, fatto di carrozze carrozzelle aristocratici e “donzelle”, ricordiamo anche il Casino dei Nobili della Contrada di Prato attivo fino al 1882, oggi via XX Settembre, quello che ha tuttora a fianco un passaggio pubblico, che già allora vedeva il nostro municipio versare una tassa al proprietario proprio per garantirne la fruizione del transito.

Il Paradiso in via Cattaneo. Ma, dato che Bergamo conta tre anime, Alta, Bassa e Colli, anche quest’ultimi non restarono a bocca asciutta, potendo vantare – si bisbiglia – anche loro Il Paradiso. Sì, proprio la residenza che oggi è un pio seminario maschile!

Una risposta a “Ma dov’erano i bordelli a Bergamo?”

  1. williwaw

    Bel pezzo. Da antologia sullo stesso tema il fondino firmato Caffeina, alias Emilio Zenoni, che uscì su un numero di Bergamo Oggi a metà degli Anni Ottanta. Quando sui giornali si facevano informazione e cultura. Oggi non più.

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