Oltre il santuario dello Zuccarello
riscoprendo la Val Formica

Dopo lo Zuccarello si apre un mondo dove l’uomo e la natura per secoli hanno duellato, poi hanno trovato un accordo, hanno fatto la pace. L’uomo ci ha messo tanto lavoro e sapienza, la natura l’erba, i fiori, le piante, gli animali. Il risultato è l’armonia. Che resiste ancora oggi, nonostante l’uomo si sia distratto e si sia impegnato in altre cose e abbia abbandonato tanti boschi e prati. Ma basta prendersi una giornata, lasciare le preoccupazioni quotidiane, mettere un paio di scarpe robuste e andare su, al santuario, partendo da Nembro. Lo Zuccarello, santuario vecchio di secoli, è la porta del Paradiso.

La baita abbandonata. Siamo in Val Formica, abbiamo superato la Nesa, il torrente famoso per le pozze che forma più a valle, acqua cristallina che sgorga sotto Salmeggia. Il sentiero è abbastanza stretto, non è di quelli segnati dal Cai. Porta a una presa di acquedotti fra Lonno e Monte di Nese, ci sono lungo la via rinforzi realizzati con muretti a secco e due ponticelli in pietra che indicano che comunque questa via ha avuto una sua importanza, in passato. Rientrava tra le vie percorse dai mercanti? A un certo punto, superato il bel prato della Cascina Formica, si oltrepassa il torrente e si entra nell’altro lato della valle, dalla parte di Monte di Nese. Si incontra presto un prato, con due baite. Una è in pietra, antica. L’altra sembra costruita, o sistemata, negli Anni Cinquanta. La porta di quella antica è aperta, il tetto è rovinato, sta per cedere. Entriamo. E la sorpresa lascia senza fiato. Ci sono le sedie, il tavolo, la credenza, un tavolino. Il camino. La scala che sale al piano di sopra, in legno ormai sfondato dagli anni. Sul tavolo c’è ancora la cerata, tutta sporca di polvere e terra, e sulla cerata la bottiglia dell’olio, quella di sottaceti, una bottiglia di birra, la confezione in plastica del sale, quella che si usava negli Anni Settanta. Le sedie di paglia. È tutto come se il padrone di casa fosse uscito il giorno prima. Ma il legno marcio, la paglia sfondata, la polvere, la terra, sono un velo su ogni cosa e ci dicono che dal giorno in cui il padrone di casa usò questo olio e questo aceto sono passati almeno trent’anni. Come noi, il sole entra dalla porta spalancata, e noi restiamo in silenzio, con la polvere che si agita nella luce.

Lonno, piccolo paradiso. Eravamo partiti da Nembro, saliti allo Zuccarello, quindi avevamo preso il bel sentiero lastricato che sale a Lonno, attraverso il bosco. Una mezz’oretta ed eravamo in paese. Un signore di 87 anni cammina con il bastone, mostra le case che ha costruito, dice che ora il lavoro lo porta avanti il figlio. Un cappuccino e una brioche al bar e ristorante Villa Sant’Antonio, due chiacchiere. Il proprietario dice che nel paese, frazione di Nembro, vivono 450 persone, non c’è stato spopolamento e non è difficile crederlo: è sulla collina, soleggiato, a un tiro di schioppo dalla città, a cinque chilometri da Nembro. La chiesa parrocchiale è uno scrigno con dipinti del Moroni, di Romeo Bonomelli, Palma il Giovane, Giulio Licinio. Qui a Lonno, scopriamo, è nato il grande restauratore Mauro Pelliccioli, diventato famoso per la sua abilità in tutto il mondo (mise mano pure al Cenacolo di Leonardo). Questo è un piccolo paradiso, sulla soglia della città. Se si vuole continuare il cammino, da Lonno si prende un sentiero che va verso Salmeggia, ma soltanto per un pezzetto, poi si lascia il sentiero 534 e si resta su un sentiero più basso, che sta sul versante est della Val Formica, non segnato dal Cai, ma ben tenuto e corredato di cartelli in legno che indicano alcuni luoghi come «Paradìs», «Sabbiunera» dove è evidente l’esistenza di una piccola cava, «Furmiga», dove si apre il pascolo della cascina che porta il nome della valle. Prima di guadare il torrente, camminando ancora sul lato verso est, si vede una cascata, in basso con l’acqua che schizza sulle pietre, illuminata dai raggi che filtrano nel bosco.

 

[Paolo Aresi (a destra) e i due amici con cui ha compiuto la passeggiata qui descritta]

 

Fino a Monte di Nese. Si guada il torrente e non lontano si incontrano le due baite dove il tempo si è fermato, di cui parlavamo prima. Ma molte altre baite e cascine sono sparse fra questi boschi e alcune sono ben tenute, altre abbandonate. Alcuni pascoli resistono, altri sono stati dimenticati e le sterpaglie, le boscaglie avanzano e si riprenderanno il terreno che l’uomo con falci e seghe aveva faticosamente strappato. Tuttavia i segnali di una inversione di tendenza ci sono già, anche sulla nostre Prealpi, sopra Nembro, Alzano, Albino: alla fabbrica, alla scrivania e alla metropoli alcuni giovani preferiscono le capre e le vacche, il sole e i pascoli. Il sentiero alla scoperta della bellezza non si ferma qui, ma continua in territorio di Alzano, verso il Castello di Monte di Nese, un gruppo di case tutte saldate insieme, di recente ristrutturate, ma che suggeriscono ancora l’idea che qui ci fosse un castello, un fortilizio, e che alcune murature antiche siano ancora presenti. Il luogo, del resto, domina la valle, è baciato dal sole e lo sa bene questa signora che stende le lenzuola appena agitate dal vento. Un quarto d’ora di cammino e si arriva a Monte di Nese, si resta in alto, si raggiunge la Forcella, 870 metri di quota. Un sentiero a nord del Monte Cavallo (980 metri) porta fino al Canto Basso, un bel prato che sta sotto il Canto Alto. Da lì si prende per la Cà del Lacc (dopo poco si può scegliere la deviazione che porta a Olera) e quindi per la Maresana, scendendo infine in via Quintino Basso al Monterosso. Alla fine, sono diciotto chilometri, sei ore di cammino blando, di incanto.

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