I mostri custoditi nella Bergamasca

Siamo circondati dai mostri! Nei media pullulano, dalla tv ai rotocalchi, dai periodici ai fumetti. Per non parlare dei telegiornali, dei trailer cinematografici e delle prime visioni. Anche la moda e le diete, il trend e il cult che alternati formano un cocktail pericoloso tanto quanto fauci, artigli e code squamate! E poi chiese e santuari con l’iconografia di santi e arcangeli, primi tra tutti San Giorgio e il suo drago e l’arcangelo Michele che scaraventa Lucifero e dannati nel ventre della terra. Ma i mostri veri, quelli con sembianze animali in carne ed ossa, esistono ancora? In effetti il dubbio si pone, ma può essere risolto accompagnando l’ignaro visitatore in musei o bellissime chiese o cappelle sepolcrali della bergamasca, il cui fascino è acuito da residui preistorici o da fantocci magistralmente messi in posa. L’importante è prestarsi a varcare le soglie di questi luoghi col naso all’insù! Che poi, perché proprio in chiesa?

 

Il coccodrillo di Ponte Nossa
ora al Museo Adriano Bernareggi, Bergamo

Appeso nel santuario di Ponte Nossa dalla fine del Cinquecento, ora e fino al 6 maggio è tra i protagonisti della mostra allestita al museo diocesano. Trattasi di un coccodrillo del Nilo dai denti originali, eccetto i due grandi canini, il muso bitorzoluto, le zampe di legno e chissà cos’altro ancora! Ma vederlo in tutto il suo splendore, appeso penzoloni in una squisita sala di gusto barocchetto e con le fauci spalancate ha il suo fascino, garantito!

 

L’elefante di Sombreno
Santuario della Natività di Maria

Anche in questo caso si accede all’edificio sacro e appeso al soffitto penzola un lungo osso. La prima menzione la si ha nel 1947 quando lo s’identifica come “osso di elefante o mammut” ovvero una costola sinistra piatta e curva lunga metri 1,80, dal perimetro di 55 cm alla testa e di 21 all’estremità e di ben 7 centimetri di spessore. Ci pare di vederlo muoversi anchilosando a destra e sinistra, soprattutto dopo la rovinosa caduta che gli aveva creato una frattura evidente nel rinsaldamento subito dall’osso. Ma da dove proveniva il mastodonte? Dai colli su cui si erge l’eremo? O è frutto delle leggende che ancora agli inizi del secolo scorso raccontavano di quel mostro ucciso da un cavaliere valoroso e per questo appeso come monito e per vantare il compimento del prodigioso atto valoroso?

 

La balena di Almenno San Salvatore
Chiesa di San Giorgio

La chiesa risale a prima dell’anno Mille. Scesi alcuni gradini, ci si immerge nella navata centrale alle cui estremità campeggia un ciclo pittorico dedicato alla vita di Cristo. Nell’ultima campata prima di accedere al presbiterio ecco che pende dal soffitto, appesa a una trave, la costola di un grosso cetaceo (per altri un mammut). Questo ci ricorda di come la zona fosse un tempo coperta dalle acque salate del mare Adriatico poi ritiratosi a ridosso delle attuali coste orientali della penisola. Chi l’ha esaminata da vicino indica che proviene dal lato destro del torace, che è lunga metri 2,60, larga tra gli 11 e i 7 centimetri considerate le sue due estremità. È il naturalista Enrico Caffi, a cui è intitolato il nostro museo civico di scienze naturali cittadino, che con assoluta certezza imputa l’osso a un cetaceo piuttosto che a un mammut, proprio in ragione delle sue proporzioni: i mammiferi marini, infatti, potevano raggiungere la ragguardevole lunghezza di 18/20 metri e una circonferenza di 9/10 metri.

 

Il mammut e l’allosaurus fragilis di Bergamo
Museo di Scienze Naturali E. Caffi

Lo sappiamo ormai, non è più un mistero! Il grande mammut, quello che campeggia nell’ingresso del museo, quello che tutti noi grandi e piccoli abbiamo visto almeno una volta nella vita, quello che quando transiti per la Cittadella non puoi fare a meno di ricordare… è una ricostruzione didattica. Riprende gli esemplari che popolavano la piana di Petosino circa 20mila anni fa, similari ai moderni elefanti, ma coperti da un folto mantello lanoso in grado di proteggerli dal rigido clima che caratterizzava l’era glaciale. Alcuni resti rinvenuti tra il 1905 ed il 1914, durante gli scavi effettuati in una cava di argilla presso Petosino, si conservano nelle collezioni paleontologiche del museo: a testimonianza di questa importante scoperta è stata esposta la spettacolare ricostruzione all’ingresso del museo.

Invece la copia dello scheletro del grande dinosauro carnivoro è di un predatore che poteva superare i dieci metri di lunghezza. Popolava il Nord America 150 milioni di anni fa, fino a quando scomparve con i suoi simili 80 milioni di anni dopo.

 

L’uccellino nella tomba di Medea a Bergamo
Cappella Colleoni

Un animaletto che di mostruoso ha ben poco, per aspetto e dimensioni! Ma mostruoso è stato il fatto che all’epoca la giovane vita di Medea Colleoni – figlia prediletta (?) del grande condottiero che tutto potette sconfiggere, tranne che la morte – fu spezzata dalla malattia il 6 marzo del 1470. Commovente, invece, è che anche l’uccellino spirò quel giorno: prontamente imbalsamato dallo sconsolato padre, oggi è ridotto a poche piume e ossicini e riposa in una gabbietta dopo aver trascorso cinque secoli nel sarcofago della giovinetta. L’amore tutto vince, anche la morte!

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